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La morte della Regina Elisabetta annunciata con un tweet

La Regina Elisabetta II tra «Passato e presente» raccontata da Paolo Mieli

Battuta sul tempo la Bbc. Ora cambieranno inno e banconote, per «comunicare» che c’è il nuovo re. Che segna già un record: prima incoronazione inglese in diretta tv

14 Settembre 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

La morte della regina Elisabetta II comporterà un grande lavoro sul piano della comunicazione istituzionale. Cambierà infatti l’effigie sulle banconote, sui francobolli, la cifra impressa a caldo sulle cassette della posta come su ogni altro oggetto dello Stato, fino al titolo e alle parole dell’inno nazionale, diventato «God save the King». Insomma una rivoluzione che, per quanto prevista alla morte di ogni sovrano, in realtà la stragrande maggioranza degli inglesi – ma anche di tutti noi – non ha mai vissuto, perché Elisabetta c’è da sempre, smentendo la teoria del «secolo breve» dello storico Eric Hobsbawm, britannico anche lui. Per lei secolo lungo, anzi lunghissimo.

Basti pensare che quando Lillibet è salita al trono il 6 febbraio 1952 la comunicazione era affidata ai giornali a stampa e alla radio, strumento non ancora di massa. La Bbc, l’equivalente inglese della Rai era nata nel 1922 e nel 1934 aveva avviato trasmissioni televisive sperimentali. Ma il progresso all’epoca viaggiava in maniera più lenta di quanto non siamo abituati oggi e la tv era presente solo in poche case. L’altro giorno l’annuncio della morte della sovrana è stato dato attraverso Twitter, il social ha battuto anche la quotatissima e apprezzatissima Bbc che è arrivata qualche secondo dopo.

Se Facebook ha dato popolarità si social network, qualificandosi così in maniera più generalista, Twitter è invece preferito per comunicazioni di tipo più istituzionale. La differenza fra i due è costituita dallo spazio a disposizione dell’utente: su Facebook è praticamente illimitato e con grandi possibilità di interloquire con gli altri utenti; su Twitter lo spazio è ristretto in quanto si possono inviare messaggi lunghi fino a 280 caratteri (in origine erano 140). Una caratteristica che gli ha valso l’appellativo di «sms di Internet» o di servizio di microblogging. Fatto sta che buona parte delle notizie oggi in circolazione viaggiano grazie ai «tweet», ossia ai cinguettii messi in rete.

Non c’è politico, istituzione, partito che non abbia un account (indirizzo) twitter e che di primo mattino non mandi un messaggio che poi magari sarà il tormentone della giornata o, come è accaduto nel caso della regina, la notizia che monopolizza l’agenda informativa globale. E pensare che la definizione di Twitter era: «Una breve raffica di informazioni irrilevanti come un cinguettio di uccelli». Certo, nella massa di messaggi scambiati quotidianamente è alto il numero di informazioni irrilevanti e tuttavia è proprio ai brevi ed efficaci cinguettii che si affidano tante prestigiose istituzioni, come appunto Buckingham Palace, per comunicazioni di ogni genere. Allo stesso modo Twitter è apprezzato in quelle forme del cosiddetto «giornalismo partecipativo» (citizen journalism) in quanto cittadini qualunque, testimoni di un evento, si trasformano in cronisti, come avviene per esempio durante incidenti o disastri.

 Ma anche Carlo III rappresenta un nuova tappa nel variegato percorso della comunicazione e dei suoi strumenti. Per la prima volta la cerimonia d’incoronazione di un re inglese è stata trasmessa in diretta televisiva.  Una novità che insieme all’annuncio via Twitter della morte di Elisabetta mostra come la monarchia d’Oltremanica riesca a coniugare tradizione e innovazione. Forse proprio a questa capacità si deve l’affetto e il rispetto dei britannici (e non solo) nei confronti della casa reale – nonostante non siano mancati scandali e scaldaletti – e soprattutto nei confronti di Elisabetta. È stata proprio questa donna dal sorriso mite ma dal carattere di ferro a indicare la strada delle tradizioni da conservare (cui pare non abbiano resistito né lady Diana né Meghan Markle) e delle novità da accettare, come dimostra lo sketch  girato insieme all’orsetto Paddington in occasione del Giubileo per i 70 anni di regno. Oppure durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra nel 2012, quando le tv di tutto il mondo trasmisero un filmato in cui Elisabetta compariva nei panni di sé stessa insieme a Daniel Craig, l’attore che all’epoca impersonava James Bond nei film sulla saga dell’agente segreto britannico più famoso.

Il potere ha bisogno di comunicare per affermare e prolungare se stesso. Lo fa sfruttando quelle che sono le tecnologie del momento. I vessilli e gli archi di trionfo degli imperatori romani, oppure le torri e i castelli nelle epoche successive, o ancora gli straordinari capolavori dell’arte utilizzati per fa conoscere ai governati non solo la propria potenza economica, ma anche le proprie idee. Oggi la comunicazione è certamente più vasta e penetrante, ma è effimera, dura il tempo di un cinguettio. La ragione è semplice: in passato si comunicava sì ai contemporanei, ma l’obiettivo vero erano i posteri, era mantenere la memoria di sé, essere ricordati. Oggi al contrario l’obiettivo unico è comunicare nel quotidiano, senza preoccuparsi di domani, perché domani ci saranno altre «notizie» da far circolare. Viviamo immersi in un presente continuo, sordo sul passato e cieco verso il futuro. Sarà per questo che la morte di Elisabetta ha suscitato così grande clamore, perché all’improvviso abbiamo scoperto che non apparteneva solo al presente, ma che è stata testimone e protagonista di un lungo passato grazie alla capacità di aprire lo sguardo sul futuro. E l’annuncio funebre con un tweet è stato il suggello migliore per un’esistenza così.

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