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Il dovere di andare a toccare con mano

Il dovere di andare a toccare con mano

Prima la pandemia e ora la guerra mostrano come sia cambiato lo scenario dell’informazione. Nonostante l’impegno, i giornalisti da soli non possono fronteggiare un sistema globale di falsificazione della realtà

09 Maggio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Prima la pandemia, ora la guerra in Ucraina. Uno stress test per i giornalisti e per i media. Il bilancio durante le diverse ondate dell’infezione da Coronavirus presenta luci e ombre. Nella prima fase l’informazione giornalistica ha riscoperto il suo ruolo di servizio e il pubblico ne ha apprezzato l’affidabilità. Anche se è emersa la scarsa preparazione scientifica di tanti cronisti, che non vuol dire necessariamente essere laureati in medicina o in fisica, ma più modestamente conoscere il metodo scientifico per trasferire correttamente argomenti specialistici a un pubblico generalista. Su questo fronte è bene trarre insegnamento da quanto accaduto e lavorare nelle scuole di giornalismo per formare di più e meglio professionisti in grado di trattare anche notizie scientifiche.

Con la guerra in Ucraina abbiamo rivisto all’opera gli inviati di guerra. Giornalisti mandati nelle zone dove si svolgono i fatti, per capire e far capire quanto sta accadendo. In proposito ci sono state delle interessanti considerazioni da parte di due autorevoli colleghi, nonché studiosi del mondo mediatico. La prima la si deve a Vittorio Roidi, il quale prende spunto dalle «luci dei razzi traccianti che Peter Arnett della Cnn aveva descritto dalla terrazza dell’hotel Rashid, a Baghdad, durante la Guerra del Golfo, nel 1991» per sostenere che «trent’anni dopo è chiaro che soltanto cronisti coraggiosi – spesso freelance che non hanno né stipendio né assicurazione e che lavorano con una macchina fotografica e un telefonino – possono scoprire le manipolazioni, sconfessare i comunicati ufficiali, smascherare le foto e le notizie false, rivelare che quei civili sono stati ammazzati con proiettili sparati alla testa». L’altra considerazione è di Michele Mezza secondo cui «quella in Ucraina è la prima guerra 3.0».

Significa che «davanti ai nostri occhi abbiamo visto come la resistenza ucraina è stata appoggiata dalle grandi piattaforme digitali, da Google ad Amazon a Facebook fino a Twitter, che hanno sostenuto e promosso forme di connessione essenziale per assicurare i collegamenti diretti fra i nuclei combattenti e la popolazione civile. Abbiamo visto Telegram diventare un vero campo di battaglia fra hacker e avatar nemici che si scontrano ancora in queste ore, organizzando azioni di depistaggio o di phishing militare, cioè rubare identità e dati per poi colpire l’avversario.

Abbiamo visto Microsoft assicurare le intercettazioni delle comunicazioni digitali delle truppe russe, favorendo il cecchinaggio nei confronti degli alti ufficiali che infatti sono stati eliminati in gran numero… E ancora di più, ci siamo stupiti dinanzi all’impegno massiccio del gruppo di Elon Musk che con la sua poderosa flotta satellitare, forte di qualcosa come 18 mila satelliti, scannerizzare ogni centimetro quadrato del territorio ucraino rendendo visibili e dunque un bersaglio, tutti gli oggetti o i singoli militari russi». Per Mezza «tutto questo non è un episodio o folklore tecnologico, è un cambio di natura e di percezione per l’intero mondo digitale. In Ucraina la rete ha perso la sua innocenza e soprattutto la sua universalità. Per molti anni, dopo la sospirata tregua, Internet non sarà più uno spazio globale ma diventerà una concatenazione di reti locali, separate e contrapposte».

«Siamo immersi in un nuovo ambiente dove è la sicurezza e non più la trasparenza a decidere… I giornalisti devono combattere per strappare a questi samurai della tecnologia la bandiera della libertà. Bisogna pretendere di riprogrammare gli algoritmi, così come riprogrammammo la prima catena produttiva nel passaggio dal caldo al freddo in tipografia», è la conclusione del giornalista. Le due opinioni sono condivisibili e pongono questioni politiche prima ancora che professionali, come hanno dimostrato le polemiche e certe minacce dopo il caso dell’intervista al ministro Lavrov. Perché fare informazione – che di per sé è veritiera, libera e responsabile, altrimenti non è informazione – è necessario che i giornalisti siano messi nella condizione giusta. Essi possono e devono garantire una sufficiente preparazione anche sul piano deontologico (con la guerra qualche svarione c’è stato) ma altri devono garantire quegli spazi di agibilità indispensabili per ricercare e verificare i fatti.

E l’Italia, spalleggiata dall’Europa, in questi ultimi tempi non sta brillando in tal senso: si pensi alla mediocre direttiva europea sulla presunzione d’innocenza e alla ancor più mediocre attuazione fatta nel nostro Paese con il decreto legislativo 188 entrato in vigore lo scorso 4 dicembre. È bene che questi argomenti non siano affrontati solo nel chiuso dei consessi giornalistici, quasi che l’informazione fosse loro appannaggio esclusivo.

L’informazione, come si è visto con grande chiarezza in questi ultimi due anni e passa, è bene comune e come tale deve essere trattata. Il rischio è che diventi merce sempre più rara e, soprattutto, sempre più addomesticata con «voci ogm», come accade con l’inquinamento, il rumore di fondo creato attraverso le fake news. Più che San Francesco di Sales, dovrebbe essere San Tommaso il protettore dei giornalisti: la sua etica del dubbio e il voler toccare con mano sono la via maestra per accertare la verità sostanziale dei fatti.

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