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I corpi straziati della guerra

I corpi straziati della guerra

L’escalation dell’invasione russa in Ucraina di pari passo con la diffusione di immagini sempre più crude. Ci sarebbe il codice penale per fermarle, ma prima ancora ci dovrebbero essere il rispetto della dignità e un sentimento di pietà.

02 Maggio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Da settimane siamo bombardati da immagini di guerra che ogni giorno diventano sempre più forti. All’inizio furono solo i volti dei bambini spaesati, costretti a partire in fretta e furia. In braccio alle madri, nei carrozzini, mano nella mano con la nonna. Raccontavano la fuga verso posti più sicuri, fuori dall’Ucaina. Ma negli occhi tristi e spesso bagnati di lacrime si leggeva anche quella domanda che nessuno aveva il coraggio di farsi: perché? Poi foto e filmati, seguendo l’escalation della guerra, si sono fatti sempre più espliciti e impressionanti: soldati feriti, malati moribondi, partorienti in barella. Fino ad arrivare ai corpi mitragliati per strada: non combattenti, ma inermi civili che tentavano di fuggire verso luoghi più sicuri. A testimoniarlo, i trolley , i peluche dei bambini e il cestino con il gatto. Tutti uccisi all’alba di una livida giornata. In tanti hanno pianto davanti a quelle immagini così crude e violente. Ma non era finita. Sono arrivati filmati e foto di corpi carbonizzati dagli incendi o di resti ripescati dalle fosse comuni. Gli invasori non si sono fermati davanti a niente, ma neppure i reporter e i media che ne hanno diffuso i materiali. «Il dovere della cronaca, abbiamo denunciato l’atrocità della guerra», è stato il leitmotiv giustificativo di qualche direttore messo sotto accusa o di fotografi e cineoperatori criticati.

Il nobile mantello della denuncia e dunque dell’impegno civile ha coperto e legittimato quelle immagini impressionanti e raccapriccianti. Sì, proprio come le definisce la legge, la vecchia legge sulla stampa scritta dagli stessi costituenti, che ne vietarono la diffusione. Quella norma non nasce dal nulla, ma è il prosieguo ideale e tecnico dell’articolo 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di espressione per tutti. Vi è posto un solo limite: il buon costume. Così recita il quinto comma: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume». E il rispetto del buon costume è proprio il concetto cui rimandano la legge sulla stampa e gli articoli 528 e 529 del codice penale, che in concreto definiscono il reato e ne fissano le sanzioni. Il «buon costume» è una nozione elastica, che si adegua ai tempi e alla storia. In passato era strettamente legata alla morale sessuale. Era il freno che bloccava scene di nudo in tv o parolacce e bestemmie. Oggi il turpiloquio è all’ordine del giorno e francamente non sembra una grande conquista di libertà, piuttosto un impoverimento del linguaggio, ormai appiattito sul genitalese.

Nel buon costume i giudici intravedono sempre più il concetto di dignità, di rispetto della persona per quello che è. Guarda caso la dignità è il bene cui dovrebbero far riferimento tutti gli operatori dell’informazione nel loro lavoro. Codici etici e norme deontologiche puntano tutto su questo. La dignità, come l’onore e la privacy, si conserva anche dopo la morte degli interessati. I giornalisti fingono di non saperlo e si accaniscono a riprendere quei corpi già martoriati dalle bombe e dalla ferocia degli uomini. Dimenticano che un conto è informare e un conto è improvvisarsi medici legali, trasformando ogni articolo in un referto necroscopico. Così non si offende solo la dignità di quelle vittime impossibilitate a difendersi e a farsi difendere, ma si uccide anche la pietà. Quel sentimento che ogni uomo o donna dovrebbero provare di fronte alla morte dei loro simili.

Ma la morte l’abbiamo rimossa dal nostro orizzonte culturale e spirituale, ne rimane solo la narrazione, lo spettacolo, la tragedia. Una guerra serve bene a questo, poiché le ragioni della cronaca e della ricerca della verità sembrano un buon motivo per mostrare immagini sempre più violente e impressionanti. Come se la loro diffusione potesse fermare il conflitto. Invece ne fa un film horror, che se fosse tale sarebbe vietato ai minori, invece giornali e tg sono alla portata di tutti. L’importante alla fine è fare audience, se decenni fa bastavano le gambe delle Kessler o l’ombelico della Carrà, oggi funziona meglio un corpo ucciso in un bombardamento.

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