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Nelle paralisi cerebrali

L'handicap grave e i comportamenti problema

L'aggressività e gli sbalzi d'umore nelle persone con disabilità

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

L'handicap grave e i comportamenti problema

Ogni errore è sintomo di un disagio.  Questo è ancora più vero nelle persone con disabilità. Un comportamento anomalo denuncia una situazione di dolore o di difficoltà che il soggetto il più delle volte non riesce ad esprimere nei moduli comunicativi convenzionali.

Sì pensi al momento in cui ci troviamo di fronte ad una persona divenuta  afasica, che abbia perso l'uso della parola, a cui si accompagna l'assoluta mancanza di manualità fine che non le permette in alcun modo di comunicare col mondo esterno, neanche mediante la scrittura di semplici frasi.

In casi come questo, qualora  permanga una sia pur minima capacità cognitiva, può aiutare un puntatore ottico, con cui la persona, con il semplice movimento della pupilla o della palpebra, individui una lettera su una tastiera e sia capace di comporre frasi idiomatiche, tipo: “Ho fame, “Portami un bicchiere d'acqua,  Sono stanco, Voglio andare al letto”.

 Tutto però dipende dalla compromissione cerebrale dovuta alle diverse patologie. I cosiddetti comportamenti problema si manifestano quando il soggetto non riesca a decodificare e a comunicare all'esterno una situazione di difficoltà o di disagio.

Questo stato di impotenza, temporaneo, o permanente, rispetto agli eventi o agli interlocutori abituali, in ogni singolo segmento della vita quotidiana, può ingenerare in chi soffra di gravi   compromissioni cerebrali spesso unite ad uno stato di immobilità, ripetuti comportamenti di aggressività che denotano ansia è il più delle volte preludono ad uno stato depressivo che si accompagna ad un'alterazione dell'umore, con il presentarsi di pensieri e proiezioni inconsce  che possono diventare ossessivi e che, alla lunga, rischiano di compromettere anche le residue capacità cognitive e di relazione.

 che fare?

 Nelle situazioni più gravi, bisognerebbe stimolare costantemente il soggetto, facendolo sentire partecipe di una seppur minima interazione vitale con il mondo esterno. Si rivela altresì doveroso ricorrere comunque a terapie farmacologiche che consentano un rilassamento muscolare,  accompagnato da un bilanciamento dell'umore, tale da preservare ciò che resta dell'equilibrio psicofisico personale.

 A livello di stimoli esterni,  può aiutare anche, qualora gradito, l'ascolto di musica, preferibilmente classico-sinfonica, per le comprovate sensazioni di benessere che procura nel malato, o  altresì la lettura, da parte di un soggetto interno,  o anche esterno al nucleo familiare di appartenenza, di libri o giornali. 

Per questa particolare mansione di cura esistono apposite organizzazioni di volontariato,che si occupano di visite mirate a domicilio;  o, in subordine, si può fare ricorso all'uso di audiolibri. 

Tuttavia l'interazione personale è sempre auspicabile.

Nei rapporti inter familiari, tutte le volte in cui si presentasse un comportamento problema, la persona normodotata deve, nei limiti del possibile, porsi nei confronti del malato,  in una condizione che riproduca preferibilmente una situazione normale,  che non riduca la persona da assistere ad un mero oggetto di cura,  ma lo reintegri in uno stato di possibile nuovo equilibrio.

 Quasi mai questo si presenta come uno stato semplice da raggiungere. 

Il soggetto  con disabilità, diventa una spugna respingente o assorbente, a seconda degli stimoli inconsci che gli vengano trasmessi dal mondo esterno; quindi chi ne effettua la presa in carico, sanitario o familiare che sia, deve assumere una linea mediana che coniughi dolcezza e autorevolezza, senza mai scadere nel pietismo o peggio nell'autoritarismo.

 L'errore più frequente è quello di pensare, che si possa inseguire una normalità che anche dal punto di vista cognitivo è venuta meno; per cui si deve far riferimento all'equilibrio del soggetto disabile per com'è, non per come noi pensiamo che possa essere.

Questo approccio presuppone, però, un certo distacco emotivo da una situazione data o contingente, che consenta un'analisi oggettiva della patologia in atto. 

Conquistare un tale autocontrollo, è sicuramente il passo più difficile, specie per i congiunti e per chi è legato alla persona con disabilità da vincoli affettivi.

Il peso e l’ansia del prendersi cura dell’altro, in modo anche amorevole, possono sfociare, nel soggetto assistente,o curante in situazioni di stress e di vero e proprio burnout. 

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