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La memoria dimezzata: Israele, l'Italia e la Shoah

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Michele Pacciano

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L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Sono stufo, del rito stanco di una memoria che si illanguidisce, ogni anno un po' più insofferente e un po' seccata, nella commozione momentanea di chi si rifiuta di capire e analizzare a fondo una storia grammatica che ci interpella tutti; come italiani e come europei.

Nel giorno che commemora la Shoah come tragedia immane e irripetibile nella storia e nella genesi d’Europa, vorrei parlare di tutti quelli che tacquero. Di tutti coloro che si voltarono dall'altra parte, di quelli che, pur non approvando le leggi razziali, stettero zitti per viltà o per quieto vivere. Noi italiani, dovremmo avere il coraggio, per una volta, di parlare dei tantissimi delatori, che per cinquemila lire dell'epoca, cifra considerevole allora, denunziarono il proprio vicino di casa, o l'amico ebreo, col quale avevano condiviso, fino a poco tempo prima, il banco di scuola, spianando loro la strada per le camere a gas.

Dovremmo parlare anche di tutti i crimini perpetrati dalla polizia fascista e repubblichina, nei confronti dei cittadini italiani di religione ebraica. Dovremmo anche denunciare tutti i giornalisti, anche famosi, che per opportunismo appoggiarono le leggi razziali.

Ora, Onestamente mi chiedo, in quei drammatici frangenti, da che parte sarei stato? Avrei avuto il coraggio di dire di no? Avrei razionalmente resistito alla propaganda di regime?

Noi italiani non siamo e non siamo stati tutti brava gente. Esattamente come i nostri cugini europei.

Cionondimeno, non voglio esimermi dal diritto al ricordo e voglio parlare di un ebreo speciale. L'ho conosciuto 5 anni fa, in una casa di riposo per vecchi israeliti nel Centro ebraico del New Jersey.

Ted Halpern era nato a Vienna con due moncherini al posto delle mani. Riusciva a malapena a camminare e per i nazisti era una contraddizione in termini, perché un disabile non poteva essere intelligente e per di più era ebreo.

Nel 1937, dopo l'annessione dell'Austria al terzo Reich riuscì a scappare in Belgio con la nonna, che si era sempre presa cura di lui ed era l'unica sopravvissuta della sua famiglia alle persecuzioni.

Quando il Belgio fu travolto dalla seconda guerra mondiale, Ted riuscì a riparare in Francia.

Anche quando Parigi fu invasa dai tedeschi, i nazisti non lo sottoponevano a nessun controllo perché come disabile credevano fosse innocuo. Dove voleva andare senza mani e claudicante?

Ted beffó tutti anche questa volta: si uní Alla Resistenza e diventò uno dei più coraggiosi portaordini per i Partigiani comunisti e le truppe di Charles de Gaulle.

Dopo la guerra raggiunse i pochi sopravvissuti della sua famiglia negli Stati Uniti d'America.

Si sposò e divenne un tranquillo borghese nella comunità ebraica di Newark, popolata da molti ebrei ortodossi e aschenaziti come lui e dove vive anche il famoso scrittore Philip Roth, autore del capolavoro “Pastorale Americana” e più volte candidato al premio Nobel per la letteratura.

Quando andai a trovarlo di fronte ad un gustosissimo panino con hamburger kosher, aveva 88 anni. Non volle che nessuno lo aiutasse a mangiare. Lui ce la faceva da solo. Da sempre!

Legammo subito e decidemmo di fare un viaggio insieme. Avremmo ripercorso tutti i luoghi che in Europa, soprattutto in Germania e Austria, avevano ospitato le cliniche per la deportazione e l'eutanasia dei disabili, prime vittime in ordine di tempo della follia programmata e della soluzione finale del problema ebraico, di cui l'eliminazione sistematica delle persone con disabilità, tedesche ed ebree, fu solo la tragica anticamera, su 16 disabili, con patologie fisiche e psichiche, nel settembre del 1939, fu provata, nei pressi di Amburgo, la prima camera a gas.

Ted è morto un anno dopo. Il nostro incontro il nostro sogno non si è realizzato. Ma il suo ricordo di Ebreo che non ha ceduto e che ha continuato a lottare sempre anche per superarsi ogni giorno nel limite dell'handicap, rimarrà per me un'esperienza unica.

Anche questo fa parte del Nefesh Yehudi, della profonda anima ebraica, il non arrendersi mai.

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