Giovedì 13 Maggio 2021 | 21:17

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L'intervista

L’allarme della ristorazione collettiva: «Esclusi da tutto, servono misure», parla il vicepresidente Anir Ladisa

Le parole di Sebastiano Ladisa sul rapporto tra pandemia e sostegno alle imprese

Sebastiano Ladisa, imprenditore e vicepresidente dell’Anir (Associazione nazionale imprese della ristorazione collettiva, aderente a Confindustria), cosa ha rappresentato per gli imprenditori la sfida dell’anno pandemico?
«Durante quest’anno il sistema Paese ha subito un tracollo colossale. Tutti i mondi, da quello politico a quello familiare, hanno dovuto riprogrammare le loro attività. E questo vale a maggior ragione per le imprese che avevano già elaborato i propri plan di programmazione finanziaria e di bilancio per i prossimi anni ma che hanno subito un ridimensionamento totale degli obiettivi prefissati».

Un ridimensionamento che potrebbe continuare. È d’accordo con chi sostiene che sia l’incertezza il problema più grande?
«In realtà, alcuni Paesi sono stati molto più veloci di noi nella vaccinazione dei cittadini e dunque nelle ripresa. Penso a Gran Bretagna, Israele, Australia, a molti Stati americani: lì la vita è tornata pressoché alla normalità. Un lieto fine che, indubbiamente, ispira un forte senso di fiducia. Purtroppo in Italia chi ha materialmente gestito le vaccinazioni non è stato all’altezza della sfida. Con l’avvento del generale Figliuolo mi auguro che le cose cambino in fretta».

Dall’inizio della crisi la risposta è stata una: ristori. Una scelta obbligata?
«La pandemia ha colto tutti i governi di sorpresa. Non c’era possibilità di programmare nulla e dunque si è scelta questa strada che, di fatto, ha premiato alcuni e scontentato altri. Si poteva far meglio? Probabilmente sì, ma la bacchetta magica non ce l’ha nessuno».

E tuttavia il suo settore, cioè la ristorazione collettiva, non ha beneficiato di alcun ristoro. Con quali strumenti avete affrontato la crisi?
«Siamo una delle poche categorie ad essere rimaste fuori dai provvedimenti che si sono avvicendati in questi mesi. Non abbiamo ricevuto né ristori né sostegni. Certo, c’è la cassa integrazione che però continuiamo ad anticipare in attesa del rientro economico da parte dell’Inps. Altra opzione quella delle risorse Sace, cioè la possibilità per aziende sane di attingere a finanziamenti con garanzia pubblica al 90%».

Una possibilità vantaggiosa?
«In realtà si tratta di debiti che, in condizioni normali, l’azienda non avrebbe contratto. Chiediamo infatti di dilazionare la restituzione spalmandola, anziché su 6 anni, su 10-15 per garantire un equilibrio annuale che possa assorbire il finanziamento».

A conti fatti però qual è stato il bilancio dopo oltre un anno senza aiuti o ristori?
«Il bilancio è fortemente negativo. Lo smart working ha travolto circa l’80% dei servizi di ristorazione collettiva. Pensiamo alle mense aziendali, agli appalti pubblici, alla ristorazione scolastica e militare. Ora si rischiano oltre 60mila licenziamenti che purtroppo non si potranno evitare se non arriveranno risposte dal Governo. In più, quello della ristorazione collettiva è un mondo in cui la componente femminile è molto forte e le donne che rischiano di perdere il lavoro costituiscono circa l’80% del totale che ho indicato».

Cosa chiedete al Governo?
«Nella doppia audizione recentemente svolta sia alla Camera che al Senato, abbiamo lanciato un grido di allarme e chiesto l’apertura di un tavolo di crisi per evitare una catastrofe sociale quando sarà rimosso il blocco dei licenziamenti».

Nel dettaglio quali misure potrebbero aiutare il comparto a reggere l’urto?
«Non chiediamo ristori né altre forme di debito. Abbiamo invece bisogno di rafforzare il patrimonio ma anche di nuove norme che consentano il recupero dei servizi non più erogati ai privati o alla pubblica amministrazione. Ci sono stati dei costi incomprimibili che abbiamo dovuto comunque sostenere e, ad oggi, non c’è nessuna certezza che siano recuperati. È questo ciò che ci preme e su cui abbiamo sollecitato la classe politica, sperando contemporaneamente che il procedere della vaccinazione possa garantire riaperture e ritorno all’erogazione di servizi in tutta sicurezza».

Il rilancio del Paese passa anche, e soprattutto, dal Piano di ripresa e resilienza. Cosa vi aspettate dal Recovery?
«Innanzitutto una attenzione maniacale alle aziende in crisi finanziaria con un occhio di riguardo al codice fallimentare soprattutto per le piccole imprese. Serve un periodo-cuscinetto che consenta una ripresa agevole a tutte le aziende, non solo quelle del nostro settore. E poi, più in generale, la possibilità di rafforzare il patrimonio delle imprese».

C’è poi un tema più ampio che tocca il Mezzogiorno. Da imprenditore radicato al Sud ma con forti attività al Nord, quanto pesa la «spaccatura» del Paese?
«Siamo una realtà atipica. Proveniamo dal Sud e conserviamo a Bari la direzione centrale ma il 90% delle nostre attività si concentrano nel Centro-Nord-. La disparità fra i due blocchi è evidente in termini di infrastrutture, digitalizzazione, reti stradali, alta velocità, alta capacità. Concorrere con le aziende interamente radicate nel Settentrione è dura così come lo è confrontarsi con le multinazionali di Paesi dove il governi hanno provveduto, fin da subito, a erogare fondi alla ristorazione collettiva, mentre noi siamo stati esclusi da tutto. È una battaglia impari. Per questo servono misure urgenti, settoriali e generali, in modo da garantire la permanenza nel Mezzogiorno di forze imprenditoriali vive e sane».

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