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L’arte di amare è tutto. O quasi

L’arte di amare è tutto. O quasi

Come solo i veri scrittori sanno fare, Kureishi ha parlato con estrema semplicità e sincerità: utilizzando parole capaci di arrivare a tutti, ovvero ciò che le parole vere sanno e devono saper fare

23 Luglio 2022

Lisa Ginzburg

Grazie alla segnalazione di un’amica ho potuto seguire un dialogo su Instagram organizzato da Vogue Italia avente ospite lo scrittore anglo pakistano Hanif Kureishi.

Tema della conversazione era l’amore: l’amore «tout court», l’amore per come è e per come sta cambiando, per i suoi margini di possibilità, sopravvivenza, resilienza. Come solo i veri scrittori sanno fare, Kureishi ha parlato con estrema semplicità e sincerità: utilizzando parole capaci di arrivare a tutti, ovvero ciò che le parole vere sanno e devono saper fare.

Della conversazione ho trattenuto due passaggi, intensi per come hanno riecheggiato in me. Una considerazione di Kureishi: si parla sempre di amore romantico, ma mai delle relazioni, della loro consistenza, realtà, durata. Già, cosa sono i rapporti d’amore, di cosa si compongono? Della bellezza e dell’incanto dell’aver trovato una compagnia nella vita: qualcuno con il quale sia bello stare, commentare, chiacchierare, tacere. Conversare e stare bene insieme è il presupposto più sano e duraturo di ogni relazione d’amore.

Può risuonare ovvio, si tratta invece di una verità profonda sulla quale è prezioso portare l’attenzione. Seduzioni, passioni, innamoramenti folli, clamorose rotture, inspiegabili silenzi. Dell’amore tutto si dice, tranne che di ciò che davvero lo cementa: la bellezza del farsi compagnia.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Titolava i suoi racconti un altro grande scrittore, Raymond Carver. E prima di lui un poeta, Auden, poneva stessa questione in forma di versi, La verità, vi prego, sull’amore. L’amore per antonomasia sfugge a qualsiasi definizione, e tuttavia, tra i tanti suoi sinonimi virtuosi c’è questo, solo agli occhi dei superficiali dimesso e malinconico: «farsi compagnia».

Parlare o tacere insieme, come che sia essere l’uno per l’altro «compagni», insieme commentando la vita e il mondo e in generale divertendosi moltissimo a chiacchierare. Nella durata, la cosa più bella che l’amore regali è proprio questa: ne abbiamo avuta chiara immagine giorni fa, nelle fotografie di una gita di due anziani coniugi sardi andati su una barca a vedere per la prima volta il mare, ultranovantenni con tanti figli e nipoti e pronipoti che la meraviglia della immensità del mare vivendo nell’entroterra ancora non l’avevano mai provata.

La loro emozione, quel calmo, sicuro starsi accanto, ognuno con il proprio sguardo, con la sua visione.

Non c’è niente di più bello del trovare e vivere accanto a una persona con la quale ci si trova benissimo a parlare, ha ribadito Kureishi. Subito poi la sua brillante intervistatrice, Chiara Stangalino, gli ha chiesto perché l’amore non si insegni nelle scuole. Qui anche, ragione da vendere.

Già: perché mai analogamente alle già esistenti ore di educazione civica, non ve ne sono altre di educazione amorosa? Ce ne sarebbe un tale bisogno. Parlare d’amore, senza troppo dannarsi o arenarsi sull’idea della sua congenita assenza di definizioni. Invece dirlo, argomentarlo, cercarne declinazioni e definizioni nuove, adatte a questi tempi difficili e di sì scarsa cultura amorosa. Trovarne esempi nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nell’antropologia sociale. L’amore manca e poco se ne cercano le parole. Piuttosto se ne sente parlare secondo formule trite, scontate, se ne leggono qua e là (sulla stampa peggio che sui libri) definizioni monche, vittime del luogo comune per cui dell’amore nono si può dire niente – o arriva, e lo si vive, e lo si fa, altrimenti meglio star zitti non rischiando di cadere nel banale. Lezioni d’amore, dialoghi d’amore, educazione sentimentale, riflessione condivisa sulle relazioni.

Nelle scuole, nelle Università, in altri contesti collettivi dove sia possibile ragionare insieme. Senza timore di passare per ingenui. «Alla sera della vita verrai giudicato sull’amore» poetava Juan De La Cruz. Gira gira, l’arte di amare è tutto. O quasi.

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