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Il Grande Spirito vola fra l'Ilva e il west

Dopo il Bif&st, il film sarà proiettato oggi alle 19 in anteprima a Taranto al cinema Bellarmino, presenti Sergio Rubini, Rocco Papaleo e il produttore Procacci

Il Grande Spirito vola fra l'Ilva e il west

Pasolini sostenne nei primi anni Settanta che i napoletani sono l’ultima tribù. «I napoletani hanno deciso di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili». Taranto è altrettanto irriducibile, sebbene non abbia certo deciso di estinguersi e, anzi, si batte ogni giorno contro i veleni della modernità, lacerandosi sul confine tra respingerla in blocco («Chiudiamo l’Ilva») o provare ad emendarla dai suoi guasti. Quel confine è lo stesso lungo il quale allignano scelte cruciali e tragiche: lavoro o salute, ambiente o crescita, marginalità o integrazione. Perciò la crisi di Taranto dice del futuro di tutti che l’Europa del primato dei diritti sarebbe chiamata a contenere e a sanare, per non cedere il passo al modello selvaggio e distruttivo dei beni comuni in nome del profitto.


Ora Sergio Rubini si misura con Taranto e vi s’immerge con uno spirito «tribale» che rinverdisce, o, meglio, arrossa quell’intuizione pasoliniana per certi versi paralizzante, giacché il «rifiuto della storia» non prevede alcun riscatto o ricominciamento. Invece Il grande spirito diverte e commuove mentre chiama poeticamente alla rivolta dei... pellerossa. Il film è interamente ambientato nel dedalo dei vicoli sui Due Mari e soprattutto nelle periferie della città dominata dall’ex Ilva con le sue alte ciminiere, visibili già dalle prime potenti inquadrature. Una Taranto che Rubini sublima in una «terra sacra» bella e perduta come l’innocenza del Sud.
Rocco Papaleo è Renato, ma dice di chiamarsi «Cervo Nero» perché è convinto di essere un Sioux e porta una fascia rossa sulla fronte. È un puro di cuore, un disadattato che vive in una soffitta senza acqua corrente né elettricità di proprietà del fratello, il quale non vede l’ora di rinchiuderlo in una comunità. Dalla terrazza Renato scruta il cielo e gli uomini, trasogna della «prateria piena di bisonti» che c’era lì prima che gli «yankee» avvelenassero tutto e ricorda le partite di calcio della squadra rossoblù allo stadio «Iacovone», cui assisteva con il padre «che quando tornava dal lavoro era tutto rosso».
Un giorno nel suo territorio quasi sciamanico mette piede Tonino detto «Barboncino», interpretato dallo stesso Rubini, un delinquente da strapazzo alle prese con un malloppo per cui alcuni malavitosi gli stanno dando la caccia dopo una rapina finita male. E in lui Renato / Cervo Nero riconosce l’Uomo del Destino mandatogli dal Grande Spirito, un’amicizia provvidenziale e un’occasione di lotta con tanto di arco e frecce...


Sì, è lo scontro fra culture il sottotesto del film di Rubini, che a quasi trent’anni da La stazione e dopo numerosi altri film girati in Puglia, rinnova il suo amor loci e la metafora resistenziale di quell’esordio del 1990 in un piccolo scalo ferroviario garganico, dove un timido capostazione teneva testa a un antagonista arrogante e rampante. Allora e oggi il tema è lo stesso: come salvarsi da chi attacca il tuo mondo, senza rifugiarsi nel rimpianto. Il grande spirito è contemporaneo, anti-retorico, estraneo ai generi del cinema italiano e al canone corrente che vorrebbe l’opera sigillata nella propria (presunta) autosufficienza. Rubini piuttosto, con un tocco di follia creativa, contamina il western meridiano con la commedia, adotta lo sguardo «aereo» delle riprese sui tetti e apre alla nostalgia del futuro mosso dalla passione sociale. Merce rara nell’Italia d’oggi, dove, sugli schermi come nei libri di successo, il Mezzogiorno appare condannato al tribalismo criminale tipo Gomorra o al mugugno neo-borbonico.


La prova di Papaleo è straordinaria e quella di Rubini non è da meno. Sergio ha oltretutto concepito l’abbinamento attoriale nel quale i toni, le sfumature, le emozioni variano dal contemplativo al canagliesco, sino al toccante finale. Sceneggiato dal regista con Carla Cavalluzzi, Angelo Pasquini, e Diego De Silva, Il grande spirito è prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci con Rai Cinema e si avvale di un cast in cui spiccano le pugliesi Ivana Lotito nel ruolo di una casalinga davvero disperata e Bianca Guaccero come malafemmina agognata da Tonino. Le luci di Taranto, una solarità rarefatta e minacciosa, sono di Michele D’Attanasio. Le musiche, bellissime, si devono al genio di Ludovico Einaudi.

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