Giovedì 21 Febbraio 2019 | 14:43

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A taranto

Ilva, Corte di Strasburgo: «Emissioni hanno messo in pericolo salute»

Alla Corte Europea è stato chiesto di riconoscere, ai tarantini, il loro diritto di vivere in un ambiente salubre

Ilva

Lo stabilimento Ilva

La Corte di Strasburgo ha stabilito «che il persistente inquinamento causato dalle emissioni dell’Ilva ha messo in pericolo la salute dell’intera popolazione, che vive nell’area a rischio». Inoltre indica che «le autorità nazionali non hanno preso tutte le misure necessarie per proteggere efficacemente il diritto al rispetto della vita privata dei ricorrenti». La Corte specifica che le
misure per assicurare la protezione della salute e dell’ambiente devono essere messe in atto il più rapidamente possibile.

«Taranto ha ottenuto giustizia». Così Daniela Spera, portavoce di Legamjonici, promotrice del primo dei due ricorsi alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo con cui 182 cittadini accusano l’Italia di non aver adottato tutte le misure legislative per proteggere la loro salute e l’ambiente in merito alle emissioni dello stabilimento siderurgico ex Ilva, commenta la sentenza che ha riconosciuto la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.
L’iniziativa giudiziaria fu promossa, nel 2013, da Daniela Spera per conto di 52 tarantini, avvalendosi della difesa dell’avvocato Sandro Maggio e, in seguito anche dell’avvocato Leonardo La Porta, entrambi del Foro di Taranto. Successivamente, nel 2015, analogo ricorso è stato presentato da altri 130 tarantini, prima firmataria l’ex consigliere comunale Lina Ambrogi Melle, attraverso gli avvocati Andrea Saccucci, Matteo Magnano e Roberta Greco. La Corte ha poi accorpato la trattazione delle due istanze.

«E' stata così riconosciuta - sottolineano la portavoce di Legamjonici Daniela Spera e gli avvocati Maggio e La Porta - la violazione dell’articolo 8 della Convenzione (nella parte in cui dispone che 'ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domiciliò), e 13 (nella parte in cui dispone che 'ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale')».
Una logica «già ampiamente condannata - aggiungono - dalla popolazione tarantina, soprattutto alla luce dei risultati degli studi scientifici (tra gli altri, lo studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità) e delle perizie chimico-ambientale ed epidemiologica realizzate dagli esperti incaricati dal Gip, Patrizia Todisco, agli inizi dell’inchiesta sull'Ilva, nel corso dell’incidente probatorio nel procedimento penale Ambiente Svenduto. Alla Corte Europea è stato chiesto di riconoscere, ai tarantini, il loro diritto di vivere in un ambiente salubre».

Accogliendo il ricorso presentato da 182 cittadini tarantini per i danni che essi dicono di aver subito a causa delle emissioni dell’Ilva di Taranto, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarando la violazione degli articoli 8 e 13. L’Italia è stata quindi condannata a pagare un risarcimento di 5mila euro nei confronti di ciascun ricorrente. La Corte non ha riconosciuto alcun risarcimento morale ai ricorrenti sostenendo che la condanna dell’Italia «è una riparazione sufficiente».
Nella sentenza - che diverrà definitive tra tre mesi se le parti non ricorreranno - la Corte di Strasburgo, dopo aver stabilito che contrariamente a quanto affermato dal governo, i ricorrenti - tranne 19 - hanno lo statuto di vittime, afferma che lo Stato ha violato il loro diritto al rispetto della vita privata e familiare e quello a un rimedio effettivo contro le violazioni subite. Ma la Corte non è entrata nel merito della violazione al diritto alla vita come richiesto dai ricorrenti.


Nella decisione i giudici di Strasburgo scrivono che «la Corte non può che constatare la prolungazione di una situazione d’inquinamento che mette in pericolo la salute dei ricorrenti e più in generale quella dell’intera popolazione che risiede nelle zone a rischio» individuate nei comuni di Taranto, Crispiano, Massafra, Montemesola e Statte.
Inoltre nella sentenza si sottolinea che la popolazione "resta, anche oggi, senza informazioni sulle operazioni di pulizia del territorio». Per questo i giudici costatano che «le autorità nazionali non hanno preso tutte le misure necessarie per assicurare l’effettiva protezione dei diritti degli interessati al rispetto della loro vita privata».
Nella decisione si evidenzia inoltre che i cittadini non hanno avuto modo di ricorrere davanti a un giudice italiano contro l'impossibilità di ottenere misure anti inquinamento, e che quindi è stato violato il loro diritto a un ricorso effettivo.
I giudici tuttavia non hanno adottato le misure richieste dall’avvocato Saccucci - in particolare di far cessare le attività dell’Ilva che hanno portato alla condanna dell’Italia.
Tuttavia nella sentenza si chiede che il piano anti inquinamento approvato dalle autorità nazionali sia messo in atto al più presto possibile.

SI RIACCENDE LA SPERANZA - «Finalmente si riaccende per noi una grande speranza, quella di avere giustizia. E’ stata riconosciuta la violazione dei nostri diritti, diritti fondamentali, alla salute e vita familiare». Lo ha detto Lina Ambrogi Melle, ex consigliere comunale di Taranto e prima firmataria di uno dei due ricorsi (quello di 130 cittadini), poi riuniti, presentati contro l’Italia sulla questione Ilva alla Corte di Strasburgo, che oggi ha pubblicato la sentenza attraverso la quale riconosce la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani.


«Siamo cittadini europei, siamo - ha aggiunto Ambrogi Melle nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche gli avvocati Roberta Greco e Matteo Magnano dello studio internazionale Saccucci - cittadini italiani, ma siamo stati discriminati in quanto i governi italiani sono intervenuti in maniera del tutto anomala sovrapponendosi alla magistratura, e quindi scavalcandola, e permettendo una produzione con impianti pericolosi». «Questo è avvenuto - afferma ancora - pur in presenza di un’ordinanza della magistratura che aveva ordinato di fermare immediatamente impianti pericolosi dell’area a caldo dello stabilimento Ilva e nonostante le prove portate all’interno dell’incidente probatorio dell’inchiesta della procura di Taranto che hanno dimostrato il nesso causa-effetto tra le emissioni velenose dell’impianto e l’eccesso di malattie e morte della popolazione di Taranto».


«Siamo riusciti - ha puntualizzato Ambrogi Melle - ad ottenere la trattazione prioritaria del nostro ricorso non solo perchè si tratta di una situazione che mette a rischio la salute di una intera popolazione ma anche perchè le leggi salva Ilva in realtà non ci permettono la giusta tutela». Il procedimento è stato poi riunito con l’altro ricorso presentato da altri 52 cittadini attraverso il Comitato Legamjonici. «Questa sentenza - ha concluso - riguarda tutti i tarantini perchè immagino che ora si aprirà tutta una serie di ricorsi». «Questa è una sentenza sovranazionale - ha concluso - e lo Stato italiano è tenuto a rispettarla perchè ha firmato la Convenzione per i diritti fondamentali dell’Uomo».

IL PARERE DEGLI AMBIENTALISTI - «Questa sentenza storica avvalora il senso della denuncia che abbiamo avviato pochi giorni fa, che vuole dimostrare la conferma della prosecuzione del reato nella gestione ArcelorMittal così come avveniva negli anni in cui è stata gestita dalla famiglia Riva e sino a pochi mesi fa dalla gestione commissariale». Lo afferma l’ambientalista Luciano Manna, promotore della sottoscrizione dell’esposto «Col veleno nel sangue ed il cuore in mano», commentando la sentenza della Corte di Strasburgo che ha accolto il ricorso di 182 cittadini condannando l’Italia per la violazione di due articoli della Convenzione Europea dei Diritti Umani in merito alle emissioni dell’Ilva. «In quattro giorni - aggiunge - abbiamo raccolto più di 1300 firme. Questa sentenza storica va a sostegno delle decine di denunce depositate dal 2013 ad oggi, cioè dalla fine delle indagini che poi hanno avviato il processo Ambiente svenduto». Manna ricorda che la denuncia riguarda le «ripetute emissioni diffuse del siderurgico tarantino gestito da ArceloMittal» e fa presente che «secondo la Corte di Strasburgo esposti e denunce depositati in questi anni presso le Autorità non hanno avuto esito efficace per via dell’effetto dell’immunità penale concessa ai commissari e ai gestori. Il nostro esposto è quindi sulla strada giusta e a confermarcelo è proprio la Corte Europea dei Diritti Umani»

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