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L'INTERVISTA

Cabrini: «Così l'Italia stupì il mondo»

Cabrini: «Così l'Italia stupì il mondo»

Antonio Cabrini e la Coppa Mundial sollevata al cielo

L'amarcord del terzino volante: «Noi campioni di Spagna con la forza del gruppo»

27 Giugno 2022

Lorenzo D'Alò

Si ferma il tempo. Quarant’anni dopo, è ancora lunedì 5 luglio, anno 1982, stadio Sarria di Barcellona: Rossi, Rossi, Rossi. La tripletta che annichilisce il Brasile. Non esiste il tempo. Quarant’anni dopo, è sempre domenica 11 luglio, anno 1982, stadio Bernabeu di Madrid: gol-gol-gol. L’urlo di Tardelli squarcia l’aria, mentre corre lungo il bordo del campo, gli occhi spiritati, le braccia mulinanti. Istantanee di un trionfo. Antonio Cabrini, terzino volante dell’Italia che stupì il mondo, cerca il senso più profondo di quell’impresa e lo ritrova intatto. Perché il tempo s’interrompe, sino a collassare, quando deve fare spazio alla felicità.

Cabrini, le piacciono le ricorrenze?
«Le vivo tranquillamente, con moderazione. Ricordare fa bene, ma a ciò che si ricorda bisognerebbe sempre dare il giusto peso. Quello che merita, senza esagerare».

Cosa le resta di quell’estate, presumibilmente unica, nella sua vita?
«Facile rispondere l’orgoglio e la soddisfazione per l’impresa compiuta, in quel modo poi. Ma ciò che ancora mi appaga e mi gratifica è la riconoscenza degli italiani. La sensazione di aver fatto il bene degli altri non ti abbandona mai, ti resta dentro».

C’è qualcosa di privato, di personale, di intimo legato a quei giorni formidabili che nessuna celebrazione o retrospettiva è riuscita portarle via?
«Rimane inscalfibile il rapporto di stima e amicizia con i ragazzi di quel gruppo. All’epoca ci consentì di vincere. Oggi ci permette di sopravvivere ai ricordi. L’Italia campione del mondo nel 1982 è ancora un gruppo unito, compatto, solidale».

La fotografia del Mundial ‘82 appesa nella galleria della sua memoria?
«Il rientro in Italia, l’arrivo sulla pista di Ciampino con l’aereo presidenziale, l’entusiasmo dei 50mila che erano lì ad attenderci: solo in quel momento realizzai l’enormità del risultato raggiunto. Avevo 24 anni e rischiavo di essere sopraffatto dalla sensazione di onnipotenza. Non accadde, per fortuna».

A distanza di 40 anni, tutto ci appare più energico e vivido. Come si spiega?
«I cambiamenti che sono sopraggiunti, e non mi riferisco solo al calcio, hanno reso ancora più nitida e dirompente la portata della nostra vittoria nel 1982. L’hanno fatta diventare un’esperienza paradigmatica, esemplare, significativa. Qualcosa che, appartenendo a tutti, può essere solo tramandata».

Quei Mondiali furono un meccanismo narrativo perfetto. La partenza opaca e sciatta. Tre pareggi sofferti, una squadra spenta e criticata. Le polemiche e il silenzio stampa, l’attesa del secondo turno come una crudele formalità. Ma qualcosa covava dentro di voi.
«Sì, certo che covava. Covava la consapevolezza di far parte di un gruppo che avrebbe resistito agli urti e superato qualsiasi strettoia. Quel gruppo era più forte della squadra che andava in campo. E fu il gruppo a darle il supporto indispensabile e la spinta decisiva. Quando ognuno di noi si convinse che poteva farcela, l’avanzata dell’Italia diventò inarrestabile».

Un’impennata micidiale e inattesa. La partita con l’Argentina, la Nazionale che si ritrova tra il primo e il secondo tempo: le comparse diventano eroi. Com’è stato possibile?
«La partita con l’Argentina è quella che segna la svolta. Cambia tutto e in meglio al culmine di una sfida vibrante e feroce. Quella vittoria ci restituisce dignità di squadra. Sommersi dalle critiche, l’avevamo quasi smarrita».

Il ping pong emotivo con il Brasile resta memorabile. Coincide con la resurrezione di Rossi. Oggi che Paolo non c’è più, quando pensa a lui come e dove se lo immagina?
«Eravamo fratelli. Lo siamo ancora. Abbiamo condiviso tanto calcio, ovvero un bel pezzo delle nostre vite. Col Brasile Paolo tornò ad essere quello che è sempre stato: un inesorabile, inafferrabile, incredibile goleador. Bearzot l’aveva sempre difeso, il gruppo non lo aveva mai abbandonato. Sapevamo che Rossi, prima o poi, sarebbe sbucato dal nulla e avrebbe rimesso la palla in rete».

La partita con la Polonia si può saltare, la finale di Madrid non poteva sfuggire. Le capita ancora di pensare al rigore sbagliato?
«L’errore dal dischetto, col tempo, è diventato un dettaglio quasi irrilevante. La finale vinta di slancio con la Germania è la consacrazione dell’impegno, dei sacrifici e delle qualità di un gruppo guidato magistralmente da Bearzot. Campioni del Mondo non per caso, insomma».

L’esultanza di Tardelli dopo il secondo gol alla Germania resta un picco emozionale ineguagliato. Un’esplosione di felicità inarrivabile. L’urlo che si è consegnato alla storia. E che, liberando le energie residue, identifica la grandezza di quella squadra e l’eccezionalità dell’impresa compiuta.
«Sì, è proprio così. Dentro quella corsa e quell’urlo ci siamo tutti noi. C’è l’Italia che impazzisce di gioia per qualcosa di assolutamente impensabile, se consideriamo le premesse iniziali».

C’è un aneddoto, legato a quei giorni, che è stanco di raccontare?
«Sono talmente tanti che faccio fatica ad isolarne uno. Anche perché tutti meritano di essere raccontati».

È vero che Bearzot non voleva il silenzio stampa?
«Da uomo di Federazione non poteva farlo. Ci lasciò liberi di decidere. Zoff diventò il portavoce degli umori e dei pensieri del gruppo. A lui che era famoso per i suoi proverbiali silenzi, toccò di rappresentarci in conferenza stampa. La scelta di non parlare più coi giornalisti si rivelò salutare. Recuperammo serenità».

C’è chi sostiene che quell’edizione del Mondiale andrebbe insegnata a scuola perché racconta un pezzo di storia d’Italia. Condivide?
«Sì, perché quel Mondiale impattò felicemente con le vite di tanti italiani. Portò innegabili benefici».

Russia 2018, Qatar 2022: grande assente l’Italia. Come vivrà il prossimo Mondiale?
«Con la passione e la curiosità con la quale continuo a seguire il calcio. Ci sono generazioni di bambini che, però, non hanno ancora avuto la possibilità di tifare Italia durante la fase finale di un Mondiale. E di questo dovremmo essere tutti dispiaciuti, oltre a chiederci perché è successo un’altra volta?».

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