Mercoledì 18 Febbraio 2026 | 18:20

I socialisti riformisti e l’idea federalista per gli Stati Uniti d’Europa

I socialisti riformisti e l’idea federalista per gli Stati Uniti d’Europa

I socialisti riformisti e l’idea federalista per gli Stati Uniti d’Europa

 
Michele donno

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Michele donno

L’Unione alla ricerca dello spirito europeo

La riflessione dei socialisti italiani sul federalismo europeista in quel 1947

Mercoledì 18 Febbraio 2026, 12:02

In seguito alla scissione socialdemocratica di palazzo Barberini del gennaio 1947, la riflessione dei socialisti italiani sul federalismo europeista rimase circoscritta fra le correnti che facevano capo alle riviste Critica Sociale e Iniziativa Socialista, e che confluirono nel Partito socialista dei lavoratori italiani di Giuseppe Saragat, ma anche al gruppo riunitosi intorno a Ignazio Silone, protagonista di quella scissione e direttore del periodico Europa socialista. Questi gruppi impostarono, nella seconda metà degli anni Quaranta, un articolato dibattito oggi tornato di stringente attualità.

Il punto caratterizzante il programma di Critica Sociale, di cui faceva parte Ugo Guido Mondolfo, direttore dell’omonima rivista, era la creazione di una Federazione europea, vista come forza equilibratrice dell’antagonismo fra Stati Uniti e Unione Sovietica, e come naturale sviluppo del tradizionale pacifismo socialista. Già nel marzo 1946, su Critica Sociale, Mondolfo scriveva: «Occorre arrivare alla limitazione della sovranità dei singoli Stati nazionali europei e alla loro subordinazione a un ente federativo supernazionale, al quale soltanto spetti la funzione di regolare i rapporti interstatali e il diritto di disporre di forze armate».

Il federalismo europeista di Iniziativa Socialista si ispirava a Eugenio Colorni, la cui visione federalista, arricchita dall’incontro con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, a Ventotene, era collegata ad una prospettiva socialista democratica e all’idea di un’autonoma iniziativa delle masse, per cui egli non si limitava, come Rossi e Spinelli, a prefigurare che nella fluida situazione del dopoguerra la collaborazione fra i Paesi europei avrebbe potuto dare corpo all’antica idea degli Stati Uniti d’Europa. Europeismo e socialismo si fondevano, secondo Colorni, in un unico disegno di riscatto europeo, nella visione di un’Europa socialdemocratica come idea-forza per tutto il proletariato, che in questo modo si sarebbe sottratto al mito della rivoluzione comunista «importata» dal mondo sovietico, favorendo la rinascita del movimento socialdemocratico europeo sulla base di una propria identità.

Dopo la scissione di palazzo Barberini, l’idea di una «terza forza» europea si trasferì, quindi, in un vivace dibattito in seno al PSLI che, nel gennaio 1947, presentò un Manifesto per gli Stati Uniti d’Europa, in cui si dichiarava: «Il PSLI è convinto che l’affermarsi dei regimi che concretino i principi e la prassi del socialismo democratico ed autonomo e la loro intima collaborazione nel campo economico, politico e culturale siano il solo modo di sfuggire all’alternativa di schierarsi nell’uno o nell’altro blocco di potenze ostili in cui il mondo è oggi dilacerato. Fermo nel condannare nazionalismi, imperialismi e autarchie, il PSLI non è meno fermo nel condannare l’asservimento a interessi stranieri, l’aggiogamento agli imperialismi altrui. Esso ritiene che un nuovo ordine internazionale non possa affermarsi se non con reciproca rinuncia degli Stati a porzioni di sovranità nazionale, a favore di organismi super statali a carattere federativo come avviamento alla creazione degli Stati Uniti d’Europa, unica istituzione atta a garantire una democratica e costruttiva convivenza dei popoli europei».

Giuliano Vassalli, dalle colonne de L’Umanità, quotidiano ufficiale del PSLI, criticava la tendenza a negare che l’idea di una «terza forza» europea (e socialdemocratica) potesse avere diritto d’ingresso nel mondo socialista, in quanto rappresentava, secondo gran parte della sinistra italiana, un allontanamento dagli schemi della lotta di classe, che ammetteva due soli schieramenti di forze, con i socialisti collocati in uno di questi (quello sovietico). In altre parole, i socialdemocratici italiani, scriveva Vassalli, vedevano la compattezza e la stessa accettabilità di questo fronte o «schieramento proletario» poste in forse dall’identificazione che in Italia i comunisti di Togliatti e i socialisti «fusionisti» di Nenni ne facevano con lo Stato sovietico.

Le difficoltà nel raggiungimento dell’obiettivo federalista, dunque, non mancavano, come scrisse, su L’Umanità, il socialdemocratico Virgilio Dagnino, in occasione dell’apertura a Parigi, nel giugno 1947, della seconda Conferenza del Comitato di studio per gli Stati Uniti d’Europa.

Eppure, il momento discriminante nel dibattito sul processo d’integrazione europea fu proprio in quel giugno 1947, con l’annuncio del piano Marshall (che di quel processo fu, infine, il vero motore). L’iniziativa americana ridiede slancio all’antica idea dei socialisti democratici di creare una federazione degli Stati europei, e, quindi, gli Stati Uniti d’Europa, e ben si sarebbe coniugata con la strategia di ripresa economica, nazionale e continentale, sostenuta dai socialdemocratici italiani ed europei e fondata sul concetto di pianificazione della spesa pubblica e di sfruttamento razionale e coordinato delle risorse. La pratica applicazione del piano di aiuti americano assumeva in tal modo un ruolo pacificatore, “costringendo” i paesi europei, responsabili delle due guerre mondiali, a sedersi finalmente intorno a un tavolo (quello dell’Organizzazione europea per la cooperazione economica), a parlarsi e a cooperare nella gestione di quegli aiuti, eliminando ogni discriminazione tra vincitori e vinti mediante il progressivo accentuarsi del comune interesse economico (cooperazione che funzionò e avrebbe portato, nel 1951, alla nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, prima tappa della lunga integrazione europea).

Al congresso dell’Unione europea dei Federalisti, che si svolse, a Montreaux, nell’agosto 1947, la decisione di «cominciare in Occidente», sotto la spinta del piano Marshall, trovò, infine, uno dei più convinti sostenitori in Altiero Spinelli, ritornato alla politica federalista proprio in seguito al lancio del piano Marshall ed entrato fra le file del PSLI di Saragat, nel maggio 1947 (con una lettera aperta, pubblicata su L’Umanità); nel suo discorso, Spinelli invitò a considerare il federalismo una possibilità politicamente e storicamente realizzabile, partendo da un iniziale coinvolgimento dei soli paesi dell’Europa occidentale, ma lasciando sempre la porta aperta a quelli del blocco orientale.

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