Martedì 10 Febbraio 2026 | 00:26

Quando la violenza a Torino si traveste da conflitto sociale

Quando la violenza a Torino si traveste da conflitto sociale

 
Giuseppe Tiani

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Giuseppe Tiani

Quando la violenza a Torino si traveste da conflitto sociale

Attorno al dibattito sul centro sociale e la violenza rivendicata da Askatasuna, parola che evoca libertà per affermare impunità, va in scena una caricatura del conflitto sociale. Ma questo non è conflitto, il conflitto autentico nasce dal lavoro povero, dai salari insufficienti, dal degrado delle periferie urbane delle grandi citta

Lunedì 09 Febbraio 2026, 13:00

Sono figlio di questa terra, nato e cresciuto a Minervino Murge, un luogo che conosce bene cosa significhi conflitto sociale quello vero, quello dei braccianti, del lavoro sfruttato, delle repressioni che hanno segnato la storia del Mezzogiorno. Per questo come sindacalista e poliziotto, non posso accettare che la violenza brutale della piazza, venga oggi scambiata per conflitto, una manipolazione per fini politici che offende la storia delle lotte operaie e bracciantili. In un Paese dove le parole hanno fatto carriera e la realtà vive in subaffitto di un sottotetto di terz’ordine, colpire a martellate un uomo in divisa, un atto che con leggerezza e irresponsabilità viene travestito come dissenso. A Torino la protesta si è fatta rappresentazione, caschi, spranghe, slogan e orde di barbari travisati. Attorno al dibattito sul centro sociale e la violenza rivendicata da Askatasuna, parola che evoca libertà per affermare impunità, va in scena una caricatura del conflitto sociale. Ma questo non è conflitto, il conflitto autentico nasce dal lavoro povero, dai salari insufficienti, dal degrado delle periferie urbane delle grandi citta, e quelle dimenticate e rurali del nostro Sud, non dai martelli branditi con codardia contro un uomo a terra. Qui l’ossimoro è inevitabile, dalla polizia definita fascista per il solo fatto di svolgere il proprio dovere, siamo passati ai militanti armati di martello in stile littorio. Dalla retorica dell’olio di ricino alla violenza rituale di chi si proclama antifascista e pratica metodi e parole d’ordine da squadrismo. La domanda è semplice, chi sono oggi i veri fascisti? L’agente colpito non è un simbolo ma un lavoratore in uniforme, mandato dallo Stato a presidiare un confine fragile. Ridurlo a bersaglio significa trasformare la persona in cosa, gesto fondativo di ogni cultura autoritaria, anche quando si traveste da ribellione sociale. Nel dopoguerra il conflitto sociale era reale, radicato nella miseria e nella dignità del lavoro sfruttato. Oggi una parte dell’opposizione, smarrite le proprie radici popolari, sembra rivolgersi a una minoranza rumorosa e marginale, lontana anni luce dal mondo del lavoro quello vero, compreso quello che svolgono i lavoratori e le lavoratrici in uniforme blu. È un radicalismo senza popolo, qualunquismo travestito da impegno. Per credo personale e cultura professionale, ho sempre rigettato ogni cultura autoritaria e ogni repressione del conflitto sociale vero. Ma senza regole non c’è libertà, e senza responsabilità la libertà diventa arbitrio. Pasolini lo avrebbe chiamato narcisismo provinciale di un’Italietta piccolo-borghese. Mentre alcuni hanno dimenticato la lezione di Bobbio e Moro, che ci hanno insegnato che la democrazia è misura, limite, fatica, composizione. Chi Le scrive, ha una lunga una storia sindacale democratica alle spalle, e non può essere arruolato unitamente a tutti i poliziotti e le poliziotte che rappresenta, tra i fascisti di giornata perché si rifiuta di scambiare la violenza per politica, quale lasciapassare per aggredire o ferire lavoratori che indossano l’uniforme. La democrazia non è una invocazione da palco su cui salire per colpire, ma è il confine che separa il conflitto dalla barbarie.

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