Martedì 10 Febbraio 2026 | 00:25

Dalla pace strumentale alla guerra redditizia: il mondo rischia il collasso

Dalla pace strumentale alla guerra redditizia: il mondo rischia il collasso

 
Gianfranco Longo

Reporter:

Gianfranco Longo

Dalla pace strumentale alla guerra redditizia: il mondo rischia il collasso

I recenti avvenimenti in Venezuela ed Iran, che delineano una politica internazionale compromessa fra gerarchie, paleosistemi politici, teocratico-marxisti, nuove egide internazionali alla ribalta, comunque non in grado di tutelare i vari Stati da fattori di crisi interni, ci portano a considerare che un “Manifesto per la Pace Universale” si configuri come necessità

Lunedì 09 Febbraio 2026, 13:15

I recenti avvenimenti in Venezuela ed Iran, che delineano una politica internazionale compromessa fra gerarchie, paleosistemi politici, teocratico-marxisti, nuove egide internazionali alla ribalta, comunque non in grado di tutelare i vari Stati da fattori di crisi interni, ci portano a considerare che un “Manifesto per la Pace Universale” si configuri come necessità, efficace, per scavalcare contrapposizioni di ordini politici incatramati in un sistema, giuridico e politico-internazionale, instabile, replicante schemi ideologici, emanazione di organismi obsoleti, mal concepiti, come la UE, repleti di funzioni frammentarie, come l’ONU, organismi coinvolti in un processo di entropia crescente, al cui apice non ci sono che guerre continue, portate avanti nella paradossale e agghiacciante pretesa, ideologica, di confermare un mondo di pace, alterandone però ogni presupposto, perseguendo la pace con la guerra e mostrando come l’interesse primario sia divenuto non quello di custodire la pace, una pace grottesca, quanto piuttosto quello di mantenere in essere guerre e conflitti, estremamente redditizi, sino a poter affermare: si vis bellum, para pacem.

Per tale ragione i vari principi esposti nel Manifesto per la Pace Universale (pubblicato lo scorso anno in Lunigiana Dantesca, XXIII, nr. 217, p. 36 e ss.) pongono al centro dell’attenzione, il concetto di fratellanza fra i popoli, una esortazione che anche rimarca l’enciclica del 2020, Fratelli tutti di Papa Francesco. L’Articolo 1 del Manifesto dice: “La presente Costituzione promuove ed afferma la Pace Universale come bene immateriale irrinunciabile, edificato su di una fratellanza degli uomini definita in forma generale, aprioristica e incondizionata”.

Se la pace è coinvolta, invece, in un processo entropico, divenendo strumento ogni volta indispensabile per produrre ostilità, quasi che queste, al contrario, siano state rese un impeccabile occorrente per una forma di pace bislacco e infine sempre più lontana, accade che il crescente disordine che si era voluto in tutti i modi scongiurare, gestendo meccanismi di guerra mediante la pace, rivela proprio la crisi profonda del sistema politico internazionale, la sua crescente tendenza all’indeterminatezza e al caos progressivi, profilando un costante cortocircuito, come emerge in seno alla comunità politica-internazionale, il cui stesso diritto appare alienato in un emisfero politico ideale, di meri rinvii a future opportunità. Peraltro mentre ogni legislazione interna ad uno Stato possiede immediata forza cogente, il sistema del nomos della terra, cioè il diritto internazionale, dipende da una variegata cerchia di attori che convergono ad un punto ignoto, quello di una volontà di pochissimi, dal cui accordo la pace si impone con la guerra, guerra che ha decretato vincitori e vinti; affermato la resa politica o la disfatta incondizionata; stabilito estensione territoriale e riduzione dei confini.

Si possono citare in questi giorni, come esempio, il fracasso dell’armata ucraina, nonostante l’ampio sostegno militare ed economico UE, cui si è affiancato il disimpegno statunitense nelle forniture tecniche e di intelligence in tale ambito, con una ripresa dei negoziati che decreteranno quanto la Russia desiderava sin dall’inizio, e che si sarebbe potuto raggiungere subito, senza un’immane catastrofe europea, umana innanzitutto e poi anche economica. Allo stesso modo, in questi giorni, c’è da considerare anche la débâcle civile di Gaza, che è stata ridotta ad autoamministrarsi con aiuti sempre più esigui: è un territorio che si vedrà subordinato anch’esso a scelte di politica internazionale che nulla avranno a che fare con un sistema giuridico in grado da profilarne garanzia di pace e sicurezza futuri.

Quale terzo aspetto rilevante dalla politica internazionale, infine, c’è la crescente ripresa dell’ostilità iraniana nei confronti del mondo intero, scontro e provocazione funzionanti secondo un modello anch’esso entropico, indicante il progressivo innalzamento del disordine e del caos interni, causati dalla mancanza di ascolto delle richieste dei manifestanti, preferendo seguire scelte repressive e sanguinarie nei confronti dei civili, opzione che ha provocato “ordine” mediante eccidi, e che funziona secondo lo schema strampalato, barocco, politico-seicentesco: “Se vuoi il controllo della società, lascia organizzare rivolte ovunque”.

Infatti il nocciolo duro di questo tipo di scelte riposa nei tratti caratteristici di uno Stato teocratico di matrice islamica, in cui tutto un ordine spirituale, apparentemente pacifico, è in realtà stato adulterato in un sistema di controllo poliziesco feroce, dove ogni regola giuridica è già stata distorta dalla corruzione, fattori tipici di una dimensione politica che segna ogni sistema autocratico e totalitario.

Da tutto ciò emerge il disordine massimo del sistema politico internazionale che millanta regole in realtà disperse in stravaganti forme autonome di gestione del diritto internazionale, goffi approcci cui questo genere di diritto si presta e che non rispondono ad alcun interlocutore e controllo esterni validi, consentendo esiziali repressioni dei civili, proprio come accadde in Cina nel 1989, a piazza Tienammen, ed in questi giorni a Teheran. In virtù di questo richiamo storico, che puntualmente e con simultanea forza si ripresenta, delineando una equivoca progressione di difesa della pace come necessario strumento per garantire la guerra, si andrebbe ancora a custodire il disordine per reclamare cicliche “strigliate” nei confronti della popolazione civile, abbandonando ogni Stato ad una dimensione entropica costante, squilibrio provocato dal diritto internazionale. Se invece il traguardo delle comunità statuali sarà stato quello di una Pace Universale, lo scopo si tradurrà immediatamente, e realisticamente, in un superamento del processo di instabilità e poi di guerra, un superamento che si attua nella volontà di una fratellanza, come esorta lo stesso Manifesto per la Pace Universale, che renderebbe possibili adattamenti successivi del sistema politico internazionale, organizzato secondo una dinamica funzionale ai popoli in visione primaria rispetto a governi ed organizzazioni internazionali, pace che unicamente all’interno di un incontro tra le fedi diverrà possibile, senza che la pace venga più strumentalizzata per garantire la guerra fra i popoli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)