L’assassinio di Federica Torzullo ha causato un’altra tragedia: quella del suicidio dei genitori dell’assassino, Claudio Carlomagno. Togliersi la vita da parte della coppia di Anguillara Sabazia (Roma) è la dimostrazione che la morte può avvenire anche con qualcosa che non è materiale, come un’arma o roba simile; si può morire, e anche uccidere, con le parole, con il senso di colpa e soprattutto con la vergogna. Sono strumenti apparentemente innocui, ma che possono essere violenti e altrettanto letali quando colpiscono l’animo umano.
Nel suicidio citato è la vergogna lo strumento impalpabile che ha ammazzato i coniugi Carlomagno, trovati impiccati nella loro abitazione. Si può parlare di vergogna per motivi diversi e di solito i processi che la vedono protagonista possono avere cause individuali (intrapsichiche), sociali e antropologiche, il tutto in un continuum che va dal fisiologico al sociale, dal naturale all’individuale e al culturale. Tutta questa storia delittuosa verificatasi nei pressi di Roma ha un qualcosa di particolare e di unico nella storia della criminalità e della criminologia. Normalmente la vergogna va di pari passo con il senso di colpa, come nel nostro caso. I genitori dell’uxoricida quando hanno preso atto del comportamento del figlio che non corrispondeva, ovviamente, alla normalità, alle regole e ai principi di diritto o di fatto, che sono apprezzati dalla società, si sono sentiti condannati dalla collettività e per questo sono stati investiti dalla vergogna, che può essere scambiata anche come colpa. Il senso dell’imbarazzo è stato vissuto da loro come un riconoscimento della coscienza. È stata la letteratura a evidenziare per prima l’effetto che genera la vergogna, successivamente è stata la psicologia che ha dimostrato che essa sfocia nella colpa, che è un insieme di azione e coscienza, un quid emotivo che attanaglia lo spirito e denuncia con consapevolezza un comportamento sbagliato.
È stato Freud che ha approfondito questo rapporto, vedendo lo stretto collegamento tra le due sensazioni dell’animo e soprattutto della coscienza. La vergogna figurativamente può essere considerata il mattone e la colpa il costruito. L’indole disdicevole scatta nel momento in cui vi è una riprovazione individuale e sociale ed è in quel momento che si accavallano ansia, insicurezza, paura degli altri, timore di insuccesso, rabbia e senso di profonda disistima e inadeguatezza, che sono sostanzialmente forme istintive, mentre la colpa è la trasformazione culturale della vergogna. Questa è l’ingrediente naturale, la colpa è la pietanza, il cucinato. La vergogna ti fa vivere in uno stato di preoccupazione, ti getta in uno stato conflittuale, ti fa essere consapevole del male che hai fatto e ti avvolge in un senso di imbarazzo; è dalla condanna della vergogna che si arriva alla colpa ed è la presenza degli altri, della collettività che si crea la linea di demarcazione tra vergogna e colpa. L’azione morale e l’effetto del giudizio insieme, come sentimento, trasformano la vergogna in colpa: è un vero processo antropologico-religioso. I modi di entrare in relazione con gli altri fanno prendere contezza di queste realtà psicologiche e umane, saperle analizzare e distinguere nelle loro diverse dimensioni (stati d’animo) è compito della psichiatria. Con il temperamento si vive il senso dello scoramento, dell’umiliazione e del timore del giudizio esterno, quando si è “accusati” di un’azione biasimevole (l’essere genitori di un omicida, appunto); con la mancanza di sicurezza dei rapporti con gli altri si è assaliti dal pudore e dalla ritrosia, mentre qualunque cosa leda l’onore di una persona entrano in gioco disonore, ignominia, obbrobrio e onta.
Quel delitto efferato compiuto dal figlio ha gettato il discredito su di loro genitori, mettendo in luce disonore e vituperio. È il non poter affrontare più gli altri a viso aperto e l’essere guardati con disprezzo e disonore fanno più male e, col tempo, non si sopportano più. Tutti questi disagi esteriori e interiori hanno fatto scendere su di loro l’ombra della morte, la voglia di non continuare a vivere, e ha fatto apparire il rossore sui loro volti che non tolleravano più la gogna sociale. Sono stati sommersi dal giudizio, dall’ansia di continuare a esistere nella cattiva opinione altrui, di essere oggetto di osservazione. In questo contesto relazionale si sono fatti prendere dallo smarrimento e da cedimenti emozionali, per sottrarsi allo sguardo inquisitore colpevolizzante. Sono stati coperti dai segni esteriori della vergogna, da quel doloroso sentimento dello scoramento e di smarrimento che sembrano venir fuori dal senso di solitudine e di frattura di comunicazione con il mondo, rinchiusi in una realtà impressionabile contrassegnata da indifferenza e rimprovero, da estraneità e tristezza. E questa esperienze di disonore, non sempre fortunatamente frequente, porta a un desiderio di suicidio, vissuto come l’ultima via d’uscita da una situazione dolorosa, che non poteva più essere sostenuta.
Da una vergogna come esperienza antropologica si cade in quella come esperienza psicopatologica. Un evento drammatico come un crimine mette in risalto una “fobia sociale” ed esalta una mortificazione di fronte a se stessa. Ci si vergogna di essere “additati”, di essere riconosciuti come genitori di un uccisore, insomma di vivere in una situazione emozionale datata, da cui sarebbe stato difficile uscirne “puliti” in un cammino di sofferenza. Questi genitori sono stati feriti nella fragilità delle loro emozioni e sono state vittime dei pregiudizi. La vergogna è l’unico sentimento innato da cui nasce la morale ed è anche propulsore del buon comportamento.















