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L’amore di Julette senza la «i»... è eterno

Lo stralcio del nuovo libro di Nicola Simonetti: «I racconti della controra»

L’amore di Julette senza la «i»... è eterno

Solitudine di casa, non poter uscire, costrizione a parlarsi addosso, telefonare, adirarsi perché la televisione non trasmette spettacoli, film, intrattenimenti adatti agli anta più o meno inoltrati. Una vita da cani. Questi possono almeno abbaiare. Ma, tu, solo soletto tra quattro, otto, dieci mura, con chi parli, con chi te la prendi? E, se, per poco, ti azzardi ad alzare appena la voce, questa ti viene restituita, spettrale, da un’eco irriguardosa. Marco vive in una casa grande che aveva ospitato Julette, la moglie e tre figlie, ora lontane. Una, medico, è in una università francese; l’altra, laurea in filosofia, dirige un’importante industria a Filadelfia; la terza (chiamata «coccolina»), venuta a distanza di anni dalle prime, gestisce, con il marito svedese, un grande supermercato nel centro di Stoccolma. Tutte molto indaffarate e le telefonate, anche video-partecipate, sono brevi pur se quasi quotidiane. L’attesa che il telefono squilli è spasmodica, mette in ansia e poi, è subito «Ciao, papà, stammi bene, mi raccomando». Nipoti? Nessuno. «Non c’è il tempo». Quel tempo che, per Marco, è diventato, specie ora, interminabile.
Ogni figlia, andando via, ha portato con sé le proprie cose. La casa, ora, è spoglia e solo la loro mancanza genera ricordi ancora più strazianti, nostalgie, desideri.

La moglie – Julette – è morta 10 anni fa, ghermita da un tumore. Julette, nome strano. Il suo papà lo giustificava così: un errore dell’ufficiale dello Stato Civile. Avrebbe dovuto chiamarsi Juliette, così come, invece, era scritto nei registri parrocchiali. Scherzavamo sempre, in casa, sulla «mamma-errore» e lei ci faceva dire. Comunque Marco e Giulia (con il suo vezzeggiativo che, proprio perché strano, piaceva ed essa portava con disinvoltura, quasi con ostentazione che sfiorava la superbia) erano felici.

Ora? «La casa – ripete Marco - è diventata grande, troppo per un solo inquilino, vuota. Mancano cose care, libri, ninnoli. Solo ricordi virtuali. Ed il silenzio grava tra queste mura. Una vita senza aggettivi se non quelli negativi». La vita di prima del «restate in casa» era scandita con metodicità e monotonia. Sveglia mai dopo le 7, telegiornali (nazionale e locale). Alle 8,30, solito bar, solito tavolino, solito cappuccino, solita brioche, solite chiacchiere con il barista od i soliti avventori, tutti frettolosi. Tranne lui, che di tempo, avrebbe voluto perderne.

Ritorno a casa. Rifacimento del letto (alla pulizia ci penserà la fidata Marianna tre volte per settimana), ricerca di qualcosa che faccia perdere qualche ora, in attesa di raggiungere il solito (quanti «solito» nella sua vita) Circolo. Esso si chiamava «dei Galantuomini» in omaggio ai suoi iscritti che non erano ammessi se non avessero almeno la laurea (poi, per interessi di cassa, l’ammissione fu estesa anche ai diplomati) oppure un censo economico o di tradizione elevati. Dopo la necessaria ristrutturazione, nuovo regolamento e nuovo nome che rivelava poca fantasia nei «nuovi» dirigenti (Circolo della Città), pur se l’ammissione dei soci restava discriminatoria.

Il Circolo aveva un salotto dove ci si fermava per chiacchierare, pettegolare, fumare (permesso solo qui), due stanze con tavolini per gioco ed un biliardo. In fondo, il sancta sanctorum, stanza più piccola, riservata ai giochi di carte più impegnativi ma con «vincite» che non potevano superare le 1.000 lire. L’esubero, se mai ci fosse stato, veniva incamerato dalle casse del sodalizio. Sarebbero servite ad impinguare il carnet che il Consiglio staccava, aggiungendolo al contributo obbligatorio di ogni socio, per organizzare la tradizionale festa di Capodanno (luci, musica, ballo, buffet, ecc.).

Marco, giungeva al Circolo all’ora «solita».

Ora, invece, tutto questo rituale è stato cassato per legge. In casa, solo, che fai? I pochi libri lasciati dalle figlie (Marco aveva una professione che lo impegnava gran parte della giornata e non aveva il tempo materiale di leggere) sono quelli «di scuola». I pasti gli vengono recapitati a casa dal fidato Gennarino ma essi, in casa, già belli e pronti, da non riscaldare nemmeno, durano il tempo di una masticata e via. Al ristorante, almeno, c’erano intervalli tra le porzioni servite, c’era possibilità di scambiare quattro chiacchiere. Ora mangia e taci. Un giorno, stanco di questa solitudine, un’idea lo sollecita a telefonare al Centro Sociale per anziani. Premurosa, chi risponde. Gli chiede come possa aiutarlo. Le confida la propria solitudine e, soprattutto, il peso del tempo casalingo che non passa. La ragazza che è all’altro capo del filo gli prospetta la possibilità di fornirgli alcuni libri per leggere. Si tratta di volumi offerti da compaesani, dai frati cappuccini e dai due librai della città. Per regolamento, vengono forniti all’ «assistito» tre ogni volta. «Una salvezza, signorina – risponde subito – attendo».
Nello stesso pomeriggio il pacchetto con i tre libri gli è recapitato. Marco, curioso, libera i libri immediatamente dall’ involucro cartaceo e legge i titoli dei romanzi: I promessi sposi, Amori fascinosi, Viaggio in America.

Lo incuriosisce maggiormente il secondo ed inizia a sfogliarlo. L’occhio corre letteralmente pagina dopo pagina. Bellissimo, attraente, scritto bene, seducente: una donna che corre verso un faro ma incontra ostacoli in un susseguirsi avvincente di nuove avventure.

Casualmente, s’accorge che sulla pagina-copertina interna c’è una dedica: sotto il titolo (Amori fascinosi), che reca la scritta «Ma il nostro è singolare, Franc, mio amore mio grande – Julette – 10 ottobre».

Marco, trasecolato, rilegge due, cinque, dieci volte la firma. È proprio Julette, lo stesso nome della propria defunta moglie. Una strana coincidenza. Ma, a ben rifletterci, quante Julette (con l’errore) potranno esserci? Possibile che fosse la sua Julette quella che amava in modo singolare un tizio che, senza scrupoli, si è sbarazzato del libro. E quel 10 ottobre, di quale anno? Cosa era accaduto? Difficile riandare indietro a rimembrare tutti i 10 ottobre. Ma, possibile che Julette…? Il mondo gli vien meno sotto i piedi.

Il tormentone è servito e la notte si rivela insonne. Marco non si capacita e non riesce neanche, pur volendolo, a concretizzare un disegno di indagine, di strategia indagativa. Da dove iniziare?

Il mattino finalmente arriva e Marco ritorna a guardare quella dedica. La grafia è proprio di Julette? Non sembra, oppure mi sbaglio. Ma può essere contraffatta.

Egli prende il telefono perché vuol telefonare al padre spirituale della moglie, padre Pio, un cappuccino così vicino, da sempre, alla famiglia. Nelle feste era il primo invitato. Possibile che egli non sapesse della tresca? Confidargli la propria pena? Ma… per telefono? Jiulette, fino a prova contraria, merita la privacy. Il Padre non verrebbe a casa. Non è permesso per l’epidemia del virus.

Chiedere una perizia grafica? A chi? E, poi, sciorinare i panni sporchi fuori casa? Ma, infine, quante Julette possono esserci in questa città, quante in provincia, in Itaiia? La richiesta sarebbe lecita, facendola passare come curiosità. E d egli, consultato l’elenco, fa il numero dell’ufficio anagrafe del comune. C’è l’amico Luigi – egli si dice - che potrà acquietare la mia «curiosità». Il telefono squilla a lungo e, poi, un’impersonale voce dice che gli uffici, per motivi di pandemia, sono chiusi.

A mattinata inoltrata, l’idea vincente: «Chiederò a mio cugino Giovanni. Egli sa maneggiare questi internet e capirà la curiosità. Per camuffare, gli chiederò non solo del nome Julette ma anche del mio, Marco. Quanti siamo, almeno in Italia?». A sera, giunge la risposta: in città e provincia, sette donne portano il nome Juliette; «nessuna Julette e, quest’ultimo nome, non è presente in Italia. Salvo possibili ma improbabili equivoci».

Prova provata? Non avrebbe potuto che essere la sua Julette a scrivere quella esecranda dedica. Ma, una Juliette qualsiasi avrebbe potuto – ecco un altro dubbio – sotto la spinta della passione, aver sbagliato e dimenticata una i.
Ma come si fa ad inseguire una i che manca da una firma?

L’angoscia è enorme. Ed ecco un altro dubbio. Quel «Franc» può essere l’abbreviazione di Francesco, quello del nostro amico che si chiama così. Ma esso è al di sopra di ogni possibile sospetto. Avrebbe almeno 10 anni più di Julette. Non avrebbe mai osato, è sposato felicemente, sua moglie ed i suoi figli lo venerano e, poi, vive a Milano e le sue puntate nella città di origine – la nostra – sono, come si suol dire, ogni morte di Papa.

Apre l’armadio della sua amata: tre ante, grande quanto tutta una parete. Notte e giorno per consecutive tre giornate egli esamina ogni capo di abbigliamenti, fruga nelle tasche, nelle pieghe: nulla. Passa alle borse. In ognuna, un rosario e qualche immagine santa. In un cassetto, ci sono libri. Sono di meditazione sacra, messalini, figure di Madonne e Santi. Su una, finalmente uno scritto: «Santo Franc mio, a te affido la mia famiglia quando non ci sarò più». Possibile, ora la comparazione delle scritture.

Si munisce di una lente di ingrandimento. Nessun indizio. Nessun risultato dalla ricerche di fotografie, amici, sere, ricordi.
Finché, ecco, un paio di immagini, quelle che immortalano la festa per le mozze d’argento. Tra gli invitati, c’è proprio Francesco e la moglie Lia. Ma egli è ben lontano da Julette in ambedue le foto. E, poi, ricorda bene tutte le circostanze di quel giorno, Nessuna che possa destargli sospetto. No, Francesco di Milano, proprio no. Ed allora, quale altro Franc?
L’armadio, dopo giorni e giorni di «perquisizione», non può avere più segreti. Se ci fossero stati, sarebbero saltati fuori.
La disperazione si fa padrona dell’uomo. Non ne può più. Pensa persino al suicidio e prepara la corda per attuarlo.
Una notte sogna la moglie con un bastone in mano, in atteggiamento minaccioso. Essa esce da un confessionale. Lo guarda e scompare senza un sorriso, un saluto. Niente.

Si sveglia, non dorme più mentre pensieri foschi gli si addensano. Non ha appetito. Non mangia, piange e sente dolore che non capisce dove né come.

Finalmente, un’ispirazione: chiama Padre Pio, il quale appena lo sente chiede «Cos’hai, come stai?». «Sto in grande inquietudine, Pio (lo chiamava sempre così, familiarmente). Ma non posso parlarti per telefono. Sono sull’orlo della morte. Pietà di me. Assolvimi dal peccato che sto per compiere.

La voce suadente del Padre lo calma appena e un senso di fiducia in lui lo pervade.

Pio, vieni a salvare un moribondo.
«Vengo immediatamente» è la risposta.

E, infatti, dopo poco, la solita scampanellata festosa che sempre annunzia il Padre. Ed eccolo sorridente che lo abbraccia, si abbracciano e Marco gli si inginocchia davanti e confessa il disegno di suicidio. E, con tanta riluttanza, dice tutto al Padre e gli mostra il corpo del delitto: il libro e la dedica inequivocabile che lo denuncia.

Uno scoppio di risata comunicante è quella di padre Pio. Che gli spiega che «Franc» sta per San Francesco. Il gruppo di terziari francescani cui Julette apparteneva si chiamava «Le spose di Franc e Chi» laddove Franc sta per san Francesco e Chi per santa Chiara.

Julette era la priora dell’associazione. A chi, se non appunto al suo Franc, avrebbe potuto essa dedicare quel libro che parlava di un’anima che tende a raggiungere il faro, cioè Cristo? Il libro faceva parte proprio della bibliotechina del gruppo. Non so proprio come sia finito così. Julette ha voluto provare il tuo amore e punire il tuo dubbio.

Quella notte Marco non sognò Julette ma il sonno ristoratore si protrasse per il giorno seguente. All’alba successiva, un rombo, un tramestio in casa… Operatori del 118 lo scuotevano. Egli balbetta – e nessuno capiva – «Julette perdono». E le palpebre caddero sui suoi occhi. Ma la fiducia del sorriso illuminava il suo volto.

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