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Onda su onda: la donna che viveva in crociera

Francesco Scotto racconta la storia di Olimpia, sogni, paillettes (e divieti)

Onda su onda: la donna che viveva in crociera

 Molti sostengono sia realmente esistita, altri ricordano vagamente qualcuno con quelle caratteristiche, ma non ci giurerebbero perché sulle navi da crociera circola tanta di quella gente che è difficile farci caso. A meno che non si tratti di una donna che non passi inosservata, che resti impressa nell’immaginario maschile - e per altri versi anche in quello femminile - a futura memoria.

Questo è stato il caso di Olimpia, o Donna Olimpia come il personale di bordo la chiamava con deferenza: una donna, a cui la bellezza abbagliante non consentiva di attribuire un’età.

Al suo incarnato roseo e alle sue forme morbide, che sembravano usciti da un quadro di Rubens, univa una vaga sfumatura di perversa ambiguità degna di un ritratto di Tamara De Lempicka: sicuramente Fellini e Buñuel se l’avessero incontrata ci avrebbero fantasticato su costruendo il personaggio memorabile di un loro film.

Viaggiava rigorosamente sola, con al seguito un cospicuo bagaglio: bauli, trolley e borsoni, atti a contenere uno sterminato guardaroba corredato da innumerevoli accessori.

Nessuno sapeva se fosse sposata, single, oppure vedova, fatto sta che poteva contare su un patrimonio talmente cospicuo da consentirle di viaggiare continuamente per mare, passando da una crociera all’altra con uniche soste sulla terraferma per passare da una nave all’altra.

Olimpia riusciva infatti a concepire la sua esistenza solo come vita di bordo, non perché fosse interessata a tutto quello che questa comportava - relazioni sociali, attività ludiche d’intrattenimento, escursioni non le interessavano - ma perché adorava, letteralmente, sapere di avere sotto di sé un’ immensa superficie liquida abitata dalle più disparate specie, dai flessuosi anemoni ai mastodontici capodogli. Forse, se le fosse stata data l’opportunità di scegliere, avrebbe voluto nascere sirena con la metà inferiore del corpo da pesce che, oltre a dotarla di movimenti sensuali a lei consoni, le avrebbe risparmiato alcuni grevi atteggiamenti maschili. In realtà alla brillantezza delle squame era riuscita a sopperire con lo sfolgorio delle paillettes che decoravano buona parte dei suoi abiti da sera.

In qualsiasi nave soggiornasse occupava la suite più lussuosa, da cui poteva godere di una visione privilegiata soprattutto sul mare.

Il momento dell’attracco in un porto rappresentava per lei un momento di ansia perché mal tollerava quel legame, seppur momentaneo, con un continente o con un’isola; per lo stesso motivo il suono della sirena che annunciava che la nave stava salpando le rinnovava la felicità per il ripristino della condizione preferita.

Il moto ondoso, qualunque fosse la sua condizione di turbolenza, non le procurava mai apprensione, anzi una forza d’intensità maggiore le procurava quel brivido di piacere che, immaginava, potessero provare i surfisti quando cavalcavano onde gigantesche. In quei momenti sfidava la natura ostile e, tenacemente stretta alla balaustra del suo balcone col vento che le scompigliava selvaggiamente i capelli, ricordava l’aspetto della polena di un antico veliero.

Nel periodo primaverile ed estivo viaggiava nel Mediterraneo, alternando differenti rotte che ormai conosceva a memoria; in inverno si trasferiva ai Caraibi, dove il clima mite le consentiva di non interrompere il suo stile di vita.

Tra tutti i croceristi, in tanti anni di navigazione, Olimpia deteneva con orgoglio il primato di non aver mai lasciato la nave dal momento dell’imbarco a quello dello sbarco, anche perché detestava essere intruppata in un gruppo di suoi simili.

L’unica cosa a cui teneva realmente era il cerimoniale della cena a bordo - gli altri pasti le venivano sempre serviti in camera - che per lei rappresentava il momento clou della giornata e, di conseguenza, della sua vita. I preparativi iniziavano nel tardo pomeriggio quando, piazzandosi davanti allo specchio, attendeva che le restituisse un’immagine riflessa all’altezza delle sue aspettative. Passava poi alla fase cruciale della scelta dell’abito da indossare che le si doveva modellare addosso come una seconda pelle; completava quindi la sua mise un vezzoso cappellino con veletta che le consentiva di scrutare senza che alcuno potesse incrociare il suo sguardo.

Giungeva quindi il momento topico: il suo ingresso nel salone ristorante.

Non appena il suo profilo sinuoso ne attraversava la soglia, l’orchestrina interrompeva qualsiasi brano stesse eseguendo per suonare lo stesso valzer che, accompagnandola fino a quando non raggiungeva la sua postazione, ormai tutti consideravano la sua colonna sonora.

Su ogni nave le veniva destinato, in posizione strategica, un tavolino che non poteva accogliere altri commensali, come da suo espresso desiderio.

Il maître l’attendeva per farla accomodare, per poi dedicarsi esclusivamente a lei per tutta la durata della cena; quasi ogni sera il comandante faceva una breve apparizione per rivolgerle un saluto.

Olimpia mangiava poco, perlopiù spiluccava, saziandosi degli sguardi che golosamente le venivano rivolti; dal canto suo studiava, senza essere vista, gli altri ospiti considerandoli non più che dei transitori e casuali compagni di viaggio.
Dopo una breve permanenza, mentre gli altri ancora cenavano, si dileguava con la stessa grazia con cui era apparsa; allora il brusio in sala saliva di tono e, tra sorrisi e qualche battuta maliziosa, si avvertiva palpabile l’invidia nei confronti del suo eventuale compagno.

Questo rituale si ripeteva, ormai inveterato da tempo, fino a quando un giorno non accadde l’imprevedibile.

Sbarcata dall’ennesimo tour nel porto da cui sarebbe ripartita la sera stessa per un altro itinerario, ricevette la ferale notizia che tutte le crociere erano state cancellate. Interdetta, stupita e arrabbiata, venne a sapere - non era mai solita ascoltare un notiziario, né leggere un giornale - che la diffusione globale di un misterioso morbo aveva imposto la sospensione di tutti i viaggi, non solo per mare.

Sola, mentre nascondeva il disagio sotto la veletta del suo cappellino, ebbe la sgradevole sensazione che quel molo si fosse trasformato in sabbie mobili in cui affondava sempre più.
Dopo avere affidato il suo bagaglio al primo magazziniere che era riuscita a reperire, si allontanò dal porto vagando senza una meta fissa.

Da quel giorno di Olimpia non si seppe più nulla. Solo qualche tempo dopo una bambina rivelò che un cappellino con veletta le era stato regalato da una bella signora prima che salisse su un peschereccio.
Ci sono creature che, sottratte al loro ambiente naturale, spariscono nel nulla così come misteriosamente erano apparse. Di loro restano ricordi vaghi che sbiadiscono nel tempo o che talvolta s’ingigantiscono fino a diventare leggende.

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