Lunedì 27 Settembre 2021 | 09:14

Il Biancorosso

Serie C
Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

 

i più letti

Novelle contro la paura

L’ultima fiaba racconta l’amore ritrovato

Gli echi da «Mille e una notte». Tra passioni, perdono e giustizia

Leo Lestingi

Leo Lestingi

(Notte. Alcova del sultano. Dall'ampia finestra luce lunare, foglie di palma mosse dalla brezza, tendaggi, tappeti)
SHAHRIYÀR E la lampada, dove finì?
SHAHRAZÀD Dove finì quando?
SHAHRIYÀR Quando Aladino la perse di nuovo.
SHAHRAZÀD Ma non la perse...

SHAHRIYÀR Tu hai detto che la perse. L'hai detto ieri notte. Si è interrotta così la fiaba, la millesima notte di questa lunga fiaba... quando sarà il momento, dopo l'amore, riprenderai da quel punto. Voglio conoscere la fine di quella lampada...
SHAHRAZÀD Ricordi male, Shahriyàr. Ho detto che la dimenticò e non la ritrovò più, non che la perse. È una cosa del tutto differente. La perdita di un oggetto è involontaria, come la perdita di una persona. Spesso è causa di disperazione. Ma chi dimentica qualcosa in realtà non la vuole, o se ne è stancato, dimenticare è un addio consapevole, anche se non dichiarato. La lasciò su un divano prima di accedere alla stanza dove lo attendeva la principessa Badr-al-Budùr, nel letto sopraelevato... Aladino l'aveva ritrovata dopo anni, la principessa che nel secondo viaggio lo aveva salvato con la sua voce, ammaliando col canto la guardie del vizir e permettendo a lui di fuggire. C'era lei, distesa su quei damaschi, e lui lasciò la lampada sul divano, e il mattino dopo era scomparsa. Ma non gli importava: ora aveva lei, non aveva più bisogno di sperare, di cercare, di desiderarla.

SHAHRIYÀR E questo è triste. L'amore era più bello quando il riverbero di lei alimentava la lampada. Chissà, poi, con la fine dell'attesa, quanta infinita malinconia...
SHAHRAZÀD No, Shahriyàr: non fu la fine del desiderio, fu solo la fine della fiaba della lampada. Ma l'inizio della fiaba di Badr-al-Budùr: da quel giorno solo lei splendeva per Aladino.
SHAHRIYÀR Ma non fu qualcosa di simile alla morte? Che cosa hai sognato, dopo, ti ho visto piangere nel sonno, le tue lacrime scendevano lievi come gocce di sorgente ognuna compenetrata dalla luce lunare, la luce del tuo nome, Shahrazàd.
SHAHRAZÀD No, non ci fu nulla di simile alla morte, mentre i due finalmente ritrovati si congiungevano. Tu lo pensi, perché tu... ma questo te lo spiegherò più tardi. E in quanto all'oggetto del mio sogno e delle mie lacrime...ecco, è l'oggetto della prossima fiaba di questa notte, la milleeunesima.
SHAHRIYÀR Ma io voglio sapere che fine fece la lampada.
SHAHRAZÀD Se hai fiducia in me troverai anche quella risposta.

SHAHRIYÀR Avrò fiducia. Anche perché non resisto alla tua voce. Ma sappi che nulla cambia. Da mille notti mi incanti con la tua fiaba, al punto che non riesco più ad eseguire il mio verdetto. Ma se la fiaba finisce, tu morirai, come tutte le ragazze di nobile famiglia che ti hanno preceduta.
SHAHRAZÀD Ora sei tu che piangi. Lo vedo, guardi fuori dalla grande finestra, oltre i tendaggi dove ondeggiano lente e argentate le cime delle palme. Mi nascondi i tuoi occhi, Shahriyàr, non il tuo cuore. Troppe notti ti ho visto voltarti e coprirti il viso e piangere, cercando di non fartene accorgere, per orgoglio maschile… Non piangere, ora ti racconterò la milleeunesima fiaba...

SHAHRIYÀR No, Shahrazàd. Da quando sei scivolata con i tuoi profumi e la tua voce in questa alcova, prima viene l'amore...è sempre stato così, e hai confortato così le mie notti, le mie mille notti...
SHAHRAZÀD Questa volta ti chiedo un'eccezione... Prima la fiaba.
SHARHRIYÀR Ma perché, Shahrazàd, vuoi farlo?
SHAHRAZÀD Perché è la milleeunesima notte e domani scade il decreto: è la mia ultima fiaba, e se ti piacerà io e tutte le giovani del reame saremo salve. Ascoltami, Shahriyàr, è una fiaba per cui sono disposta a fallire e morire.
SHAHRIYÀR Racconta, allora, Shahrazàd, fino a che il buio e la tua voce nel silenzio della notte hanno potere sulla volontà del sultano.

SHAHRAZÀD Guarda la luce della luna sulle palme, vedi, oltre quella foltitudine argentea, prima del porto, c'è una scia di sabbia chiarissima che brilla nella luna. Chi attracca di notte a quella riva, vede la città risplendente nel buio, con le sue mura, le sue porte, i minareti; immagina, nel silenzio, un sultano che giunge con la sua corte nella nuova capitale. Il sultano ha un bambino, che diverrà presto signore della città, quando il padre tornerà all'antica capitale oltre le dune del deserto. Un giorno il giovane sultano sposa una bellissima principessa persiana, che copre di doni e attenzioni. Ma un mattino, mentre si allontana per una partita di caccia, torna improvvisamente a casa avendo dimenticato una faretra, e scopre la sposa nel suo letto insieme a tre grossi schiavi neri. Estrae la scimitarra e li uccide tutti e quattro, poi chiama i servi e fa scomparire i cadaveri, e quindi, perché nessuno possa venire a conoscenza della sua umiliazione, uccide anche i servi, unici testimoni. Ma la vergogna non è il solo sentimento che possiede il sultano. No, egli è distrutto da un disperato dolore, perché amava la principessa, e non riesce ad immaginare un tradimento così malvagio. E subito emana un decreto, col quale ordina che ogni sera gli sia portata una giovane vergine scelta tra le più belle e nobili della città, la conduce all'alcova, la possiede a lungo, e all'alba la consegna al vizir che deve per suo ordine tramutarsi in carnefice e decapitarla con le proprie mani. Un giorno il vizir torna a casa disperato. La sera dopo tocca alla sua figlia prediletta, che dicono bella e che ha studiato i filosofi sufi e i poeti persiani, e sa cantare e recitare: tocca a lei giacere con il re e all'alba morire per mano del suo stesso genitore.

La ragazza entra nell'alcova, è posseduta brutalmente dal sultano, quel sultano che fino a pochi mesi prima tutti consideravano giusto e buono, e che ora inspiegabilmente è furibondo, crudele, devastato da una cupa depressione. Ma dopo averla posseduta l'uomo si assopisce, e la ragazza vede che volge semiaddormentato il capo verso il mare, e piange. Su quelle rive, pochi anni prima, era giunta una giovanissima principessa persiana. E il sultano piange disperato di averla perduta, ma ancor più di averla uccisa. La principessa accanto a lui non dorme, guarda quel viso nel sonno così disarmato, inoffensivo, così diverso dal volto violento che l'ha appena deflorata. La principessa soffre, si sente ferita, ma non riesce a odiare quell'uomo il cui volto è solcato da lacrime nel sonno, e prova compassione per lui, anche lui dolorante e ferito. Allora per lenire le sue lacrime e trattenere le proprie, gli sussurra qualcosa nell'orecchio, una fiaba. Passa qualche secondo e ora il volto dell'uomo è più quieto, sorride, le chiede, come uno che chiede, non come uno che ordina, “va’ avanti, prosegui”. La fiaba prosegue nella notte mentre il vento sibila sulle dune, gli occhi del sultano sono aperti e quieti, vagano sulla volta serica dell'alcova, seguono il fiume illuminato dalla luna, fino a che l'alba colora di rosa le pareti della stanza e il sultano si deve alzare: ”Ho tutte le incombenze del governo. Ma promettimi che domani notte continuerai la fiaba, voglio sapere come va a finire”.

Così il vizir vede sua figlia sana e salva, ma non osa proferire parola né a lei né al sultano. Che la notte seguente si congiunge alla principessa, e poi l'accarezza e le dice: ”Sei stata la prima a scampare alla mia legge. Meriti una prova. Se per mille e una notte con il tuo racconto procrastinerai la tua morte incantandomi ogni volta con l'ansia di conoscere l'esito della fiaba, sarai libera e salva, tornerai da tuo padre e cadrà l'editto che condanna alla decapitazione le giovani della città”. Così, notte dopo notte, la voce della principessa sussurra nell'alcova, e ogni notte ai primi rossori dell'alba il sultano si fa promettere che il racconto avrà il seguito la notte successiva. Ma a poco a poco la principessa comincia ad aver paura della milleeunesima notte e dall'incantesimo esercitato dalla sua voce. Perché se fino alla milleeunesima fiaba non lo deluderà, sarà libera, ma lontana. E quelle notti nella semiluce argentea della luna, con volto del sultano che scrutava le rotte celesti dipinte sui drappi alle pareti e affrescate sui soffitti, diventeranno un insopportabile ricordo. E allora preferisce morire, chiedendo solo che con lei si estingua il debito contratto dal sultano con la donna che lo aveva tradito. Che con la sua testa si estingua il decreto e le giovani della città possano vivere tranquille e felici. Ma lei non vuole separarsi viva dal sultano e per questo gli ha chiesto di non congiungersi a lei prima della fiaba. Perché si può sopportare un'ultima fiaba, non un'ultima notte. Eccoti, Shahriyàr, l'ultima fiaba, la mia.

SHAHRIYÀR No, Shahrazàd, la mia. Perché tua è la voce che racconta, io ne sono posseduto, le appartengo, e ho potuto vedere la mia vita come da un terzo occhio oltre me stesso, separandomi dal gravame del rancore e dell'odio.
SHAHRAZÀD Ti ho detto che ti avrei spiegato più tardi. Temevi che la fine della lampada, la fine della fiaba, sapesse di morte. Era la tua fiaba che ti portava a quel pensiero. E io lo so. So che non ti vedrò più che per poche ore, perché tu non volevi questa fiaba estrema, che non rimanda ad una notte ulteriore.
SHAHRIYÀR E invece, se morte mi appare, è quella morte che genera una vita superiore e più accesa. La lampada era solo lo strumento per giungere a Badr-al-Budùr, la voce per giungere a Shahrazàd. Ma Badr-al-Budùr è la lampada da cui deriva la piccola lampada satellite di Aladino, e così Shahrazàd è la grande voce che distillava la sua notte. No, non mi sento morire.

Era la tua morte che temevo, Shahrazàd, con la fine della fiaba, la tua dissoluzione con la tua voce. Ma ciò non accadrà: chi muore è l'uomo frastornato e abbruttito dal dolore, ma ne nasce un altro, nutrito dalla tua voce che dopo averti fatto sanguinare scoprì nel buio, la voce che mi accompagna nelle ore silenti del riposo, quando dormono i dignitari e la natura. Hai ragione, Shahrazàd, nobile e sapiente donna, perché da una donna ho raggiunto la conoscenza anche di me stesso: la morte era la fiaba di prima, ma è morta. E la morte che temevo era la tua, questo forse tu non l'hai compreso. Volevo essere illuso per paura, caduta l'illusione, di perderti. Perché avevo orrore della realtà e del giorno e vivevo solo nell'illusione e nella notte. Ma ora, con la tua fiaba, mi hai spalancato un mondo dove convivono realtà e illusione, dove la notte nutrirà il mattino.

SHAHRAZÀD Mi hai chiesto che cosa sognavo, perché piangevo. Piangevo perché non avevo nient'altro che quel che restava di me, l'ultima fiaba.
SHAHRIYÀR Non è poco, perché è inesauribile, e mi comprende.
SHAHRAZÀD Mi stai dicendo che è davvero anche la tua?
SHAHRIYÀR Sì, e che proseguirà ogni mattina.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzetta Necrologie