Domenica 26 Settembre 2021 | 20:39

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Sotto una luna così doveva accadere...

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Sotto una luna così doveva accadere...

Una luna così non l’avevo mai vista, mi stupiva, mi abbagliava, mi stregava. Non l’avrei mai immaginata mia compagna di viaggio, fedele e silenziosa, costantemente presente. Per un attimo ricordai un romanzo inglese letto moltissimi anni fa, ero adolescente, mi avevano colpito molto i viaggi notturni nelle campagne inglesi del protagonista, le molteplici avventure, l’incontro con i ladri. Poi mi distrassi per seguire le indicazioni e non ci pensai più.

Ero tutto concentrato sulla strada, mi allontanavo da casa con pedalate cadenzate, senza forzare l’andatura. Dovevo percorrere circa sessanta chilometri.

Guardai l’orologio, mezzanotte, nessun suono, nessuna voce, nessuna presenza, sembrava che un incantesimo avesse fermato tutto, anche la vita, solo il mio respiro e un lieve cigolio prodotto dal mio procedere. Costeggiai senza fretta il lungomare, sentivo il bisogno di scrutarlo prima di imboccare la statale e iniziare la mia avventura, un saluto veloce al mio fedele compagno di questi ultimi giorni. Finalmente ci era consentito ricongiungerci e io non volevo perdere neanche un minuto!
Nessuno sapeva della mia partenza, a parte Sergio, il mio vicino di casa, amico da una vita, più di un fratello. Volevo fosse una sorpresa per Claudia, l’avevo sentita tristissima, tutta sola in casa col suo gattino.

Quella mattina avevo progettato tutto senza pensarci troppo, lo sapevo che era una pazzia, di notte da solo in bici, e poi non eravamo ancora sicuri di esserne completamente fuori, ma né io né lei avevamo incontrato nessuno, la spesa l’aveva ricevuta sulla porta di casa e pure io ero uscito pochissime volte.

Con Sergio ci parlavamo dalla finestra della cucina e ci scambiavamo qualcosa sul pianerottolo, guanti, disinfettante e mascherine. Facevamo a turno per gli acquisti necessari e tutto quanto poteva servirci, ma contatti zero.

Era troppo tempo che non ci vedevamo, la sognavo ogni notte, da un paio di giorni i sogni erano più confusi e mi era montata un’inquietudine irrefrenabile, dormivo sempre meno. Nel suo quartiere si era verificato un’interruzione delle connessioni telematiche da un paio di settimane, per cui ci sentivamo solo telefonicamente. Ero disperato. L’isolamento era piombato addosso con forza prostrandomi, facendomi cadere in depressione. L’unica soluzione era raggiungerla al più presto.

Quando lo confidai a Sergio mi guardò sbigottito, poi, dopo un lungo silenzio, pronunciò solo due parole: «Sei pazzo?»

«Non è la prima volta per me, l’ho fatto già altre tre volte, la strada la conosco bene, non cambierà nulla di notte. Chi vuoi che ci sia in giro di notte? Chi può impedirmelo ormai? Ti mando un messaggio quando arrivo.»

« Gianni ti rendi conto a quali rischi andrai incontro? Da Bari a Santeramo sono sicuramente più di cinquanta chilometri. E’ una follia! Di notte poi, con tutto quello che è successo. Ascoltami, se vuoi che non mi agiti devi indossare un giubbetto catarifrangente che ti darò io e un berretto luminoso di mia invenzione, ti saranno comodi col buio, poi ti spiegherò tutto quando te li consegnerò, adesso li cerco. Intanto mi raccomando, controlla il grasso della catena, gonfia bene le ruote e accertati anche del buon funzionamento dei freni. Ci sentiamo più tardi.»

Sergio era così, essendo diversi anni più grande di me, sempre protettivo nei miei confronti, come un fratello maggiore. Per un momento mi pentii di averglielo confidato, ma sentivo il bisogno di parlarne. Lui era mio amico da sempre e sapevo che mi voleva bene sinceramente, avrei comunque fatto un controllo generale alla bici.

Pensai anche a come organizzare lo zaino e al fatto che avevo bisogno di riposare. Il tempo volò fra tutte le piccole incombenze compreso bagno, barba e tutto il resto. Pranzai velocemente e mi addormentai profondamente ripensando al mio piccolo viaggio e ai suoi occhi, un languido lago azzurro nella cui trasparenza mi sarei presto immerso.

Il sole era già tramontato quando mi alzai, lentamente approntai tutto, dal termos di caffè ai miei pochi effetti personali, poi squillò il campanello della porta, mi avviai lentamente per aprire, trovai una busta sul tappetino e Sergio sulla soglia, mi impose di giurare e seguire le istruzioni, era tutto scritto sul foglio:«Sarà semplice, vedrai. Ricordati che ti sto salvando la vita. Fai attenzione.» Non aggiunse altro e chiuse salutandomi con un cenno della mano.

«Te lo giuro. Grazie!»

Rientrai e subito lessi incuriosito, non era difficile. Poi tirai fuori tutto e lo poggiai all’ingresso accanto alla giacca che avrei indossato. Sollevai lo sguardo e scorsi sulla parete una foto, troneggiava ben incorniciata, eravamo insieme abbracciati teneramente, rimasi a lungo incantato a guardarla, decisi che durante tutto il percorso avrei avuto a mente quell’immagine legata al nostro primo appuntamento.

Così fu per lungo tempo, pedalavo, pedalavo e quel ritratto di noi due mi confortava, ero distratto solo dai segnali stradali. Avevo indossato come promesso giubbetto e cappello di Sergio seguendo le sue istruzioni, avevo pigiato come indicato due bottoni e numerose lucine si erano accese. Mi sentivo un po’ come un albero di Natale, ma sicuramente mi stavano aiutando lungo le vie più buie. In realtà mi sembrava un viaggio ai confini della realtà, non era solo l’oscurità e il silenzio a stupirmi, ma l’assenza totale di vita intorno a me, incombevano paure irrazionali ingombrando i miei pensieri.

La luna era ormai alle mie spalle, aveva perso quello splendore iniziale, ma non mi aveva abbandonato. Avvertivo ogni tanto le vibrazioni dell’asfalto, erano le automobili in transito, comparivano dopo qualche secondo, il tempo di accostarmi il più possibile sulla destra della carreggiata. Qualcuno rallentava, altri mi superavano a gran velocità, oppure mi incrociavano salutandomi con un urlo. La notte incombeva, mentre le mie lucine sfavillavano nell’oscurità. Mi avvicinavo al prossimo paese da attraversare, si intravvedeva in lontananza qualche bagliore mentre avvertivo una strana sensazione al pedale sinistro, come se si stesse svitando. Intravidi da lontano la sagoma di una piccola chiesa, decisi di fermarmi lì vicino per controllare e cominciai a rallentare accostandomi lentamente di fronte. Frenai e mi avvicinai lentamente, la porta era socchiusa, il pedale si era quasi completamente svitato e avrei avuto bisogno di un giravite per stringerlo. Sapevo di non averlo portato.

Entrai silenziosamente, qualcuno si muoveva vicino all’altare, la chiesa mi parve piccola e buia, una lucina in fondo illuminava a tratti delle mani che armeggiavano vicino al tabernacolo. Ero così agitato che non riuscivo a pronunciare neanche una parola. Urtai involontariamente contro una sedia provocando un fragore improvviso, nel sollevarla spinsi un altro pulsante del mio giubbetto di cui non mi ero accorto prima, le luci adesso brillavano a intermittenza illuminando i volti di due loschi individui, di colpo si bloccarono osservandomi stupiti gridando frasi in dialetto stretto di cui colsi solo qualche frammento:

«Peppì, fusce, fusce, allàsse tutte, sciamanìnne!» Urlò il primo dei due facendosi veloce il segno della croce e simulando una genuflessione.
«Iè peccàte! Iè peccàte! Sciamanìnne! Allassame tutte cose! Madònne du Carmene!»

Mi passarono vicino, si inginocchiarono di nuovo segnandosi più volte lasciando cadere per terra, quasi sui miei piedi un calice, un candeliere e i loro attrezzi. Uscirono urlando, emettendo ancora frasi indecifrabili. Io li seguii con lo sguardo distratto fino a quando non furono inghiottiti da un vicolo buio. Mi sembrarono due poveri cristi, due disperati.

Decisi di non perdere tempo, recuperai la torcia elettrica e cercai disperatamente un cacciavite o qualcosa di simile per stringere il pedale. Trovai proprio quanto mi serviva fra le cose buttate nella loro frettolosa fuga, non mi sembrava vero. Un miracolo!

Lasciai tutto quanto avevano abbandonato i ladri per terra, tenni solo il giravite, come memoria che quanto successo fosse vero. Avevo sventato un furto in una chiesa e mi avevano preso per un santo! Non ci potevo credere! Esaminai il giubbetto di Sergio e sospirai, aveva ragione, mi aveva salvato la vita, altrimenti mi avrebbero forse aggredito. Chi lo sa.
Bevvi un lungo sorso di caffè e mi rimisi in sella. Ripresi a pedalare con vigore, sorridendo fra me ogni tanto. Mi ritornò alla mente la mia prima bici, rossa fiammante, regalo della promozione in quinta elementare, le mie lunghe passeggiate spensierate, altro che coronavirus ... immagini di dolore riemersero alla mente. Dopo una curva fece capolino la luna, era alta e illuminava l’intera carreggiata. Da quel momento mi sentii più sicuro, c’era la luna con me.

All’improvviso ricomparvero anche gli occhi di Claudia, mi immersi in quel lago trasparente e mi lasciai guidare verso la meta.

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