Martedì 28 Settembre 2021 | 02:05

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Bianca Tragni e i funghi della Murgia

Bianca Tragni

Bianca Tragni

«Stanotte cacciano i funghi!» pensava Rocchino fra sé e sé. Come un sensitivo, la «cacciata» se la sentiva sulla pelle fin dalla notte precedente. E andava a letto più tranquillo e contento. L’aria umida che impregnava le pareti e le povere cose del suo vecchio sottano, poco più che un tugurio sotto il livello stradale, ne acuiva il tanfo stantio di antiche muffe: ma a lui faceva bene. Anche se gli penetrava nelle ossa, facendogli scricchiolare le vecchie e anchilosate articolazioni, lui non ci faceva caso, ne era abituato. L’importante era la buona giornata che si presagiva per l’indomani, con un’abbondante raccolta di funghi e, finalmente, un lauto guadagno. I funghi erano la sua vera e unica ricchezza.
Per il resto vivacchiava vendendo le erbe selvatiche che raccoglieva nel suo vagabondare sulla Murgia. Cicoriette, sivoni, asparagi, lampascioni, cardoncelli, bietole fresche, origano, rucola, borragine. Viveva così, solo povero e vecchio, in quella stanzetta umida e senza luce, con una sola lampadina al centro. Non aveva radio, televisione o altre macchine moderne. Ma nemmeno amici del vicinato, da quando i claustri si erano svuotati verso le nuove periferie. Unici suoi amici erano gli esseri viventi della Murgia, animali e piante. Era riuscito ad avere un piccolo banco al mercato e lì esponeva i frutti del suo lavoro di raccoglitore: lumachine, erbe aromatiche, funghi. Tutti lo chiamavano «Rocchine u fungiajele» quasi che la sua passione e la sua conoscenza dei funghi gli avessero dato un secondo nome, come un titolo di nobiltà plebea, capace di nascondere tutti i guai della sua vita infelice. Aveva perso la mamma che aveva appena cominciato la prima elementare; era andato subito nei campi a lavorare col padre; aveva sofferto tutte le vessazioni dei padroni del suo tempo, fino a quando non ne accoltellò uno che insultava sua madre. Andò in carcere, ne uscì più solo e spaventato di prima. Nessuno lo prendeva a lavorare.
Andò vagolando per la Murgia e lì pian piano imparò a conoscere ed amare le piante. Esse gli dettero sostentamento e ragione di vita. Specie i funghi. Li conosceva tutti, di prato e di bosco. Li coglieva con delicatezza e sapienza, col taglio obliquo, con la fossetta nel terreno, lasciando il testimone e i piccolissimi funghetti che avrebbero ripopolato la fungaia. Poi li vendeva al mercato. Aveva riesumato le due eredità della mamma: un piccolo tavolino apribile, «la banga»; e un grande piatto di creta, «u rialone», rotto e ricucito col fil di ferro da un cunzapiatt amico di suo padre. Aprì il banchetto in piazza, riempì il piatto con le lumachine e vi espose accanto le sue erbe e i suoi funghi. La gente li gradiva molto. Erano i profumi e i sapori genuini della Murgia. Venivano perfino dalla città a comprarli. Così la vita di Rocchino, solitaria e serena, scorreva tranquilla.
Anche all’alba di quel giorno d’autunno del 1986 andò a raccogliere i suoi funghi cardoncelli, i più buoni e più pregiati di tutti. La fitta nebbia, le piogge d’agosto, la temperatura mite: c’erano tutti gli elementi per un ricco raccolto. Così Rocchino arrivò al mercato con due ceste piene di funghi. Li dispose per bene sulla «banga» e attese i clienti. Ma, stranamente, quel mattino non arrivavano. La gente passava davanti al suo banco e quasi sfuggiva, lo evitava. C’era nell’aria come una tensione, un nervosismo, una paura. Parlottìo, occhi sgranati, esclamazioni di terrore. Rocchino non capiva. Nessuno comprava nulla. Eppure i suoi funghi erano bellissimi… Si accorse che neanche le verdure coltivate degli altri venditori erano ferme lì, invendute. Cime di rape, insalate, bietole, tutto restava tristemente lì sui banchi del mercato. Come mai?
I funghi non facevano più gola a nessuno? E nemmeno le cime di rape? E la gente, poca, spaurita e disorientata? Rocchino era interdetto, incapace di riflettere, di darsi risposte o di chiederle, chiuso com’era al colloquio con gli altri. Ma verso le undici il mistero fu svelato: vennero due guardie municipali e gli imposero di chiudere il banco-vendita e di ritirare la merce.
«Ritirarla? – esclamò Rocchino – e per farne cosa?» – «Per distruggerla», imposero tassativamente i vigili urbani. «Distruggere il frutto delle mie fatiche? Sapete quanti chilometri ho percorso per trovarli? Sapete a che ora mi sono alzato stanotte? Sapete quanta suola di scarpe ho consumato? E gli occhi e il freddo e l’umido che mi penetra nelle ossa…». Continuava a protestare a gran voce per l’assurdità di quel provvedimento, ma non gli veniva in mente di chiederne la ragione. Fino a quando gli stessi tutori dell’ordine, spazientiti, non gli dissero: «Ma tu non hai mai sentito parlare di Chernobyl? Allora chiudi e vattene, se non vuoi pagare una multa salata». Il povero Rocchino si apprestò ad obbedire, per il terrore che ormai gli incutevano gli uomini in divisa, dopo la triste esperienza del carcere. Ma quella strana parola ebbe su di lui l’effetto del maleficio di una masciara.
«Cos’è sto ciannubbillo?» chiese spaventato al fruttivendolo del banco vicino. «Come non lo sai? È la nube radioattiva che ha infettato tutto, anche i funghi adesso non sono più buoni». - «Come, i miei funghi non sono più buoni? – replicò risentito Rocchino – li ho raccolti io con le mie mani, li ho scelti io, uno per uno. E io me ne intendo, li conosco i funghi, io. Li raccolgo da una vita, io. Non sono velenosi i funghi di Rocchino». «Ma non è che siano velenosi i tuoi funghi. È che tutti i funghi ormai sono velenosi, come le mie cime di rape. Perché sul terreno si è posata come una polvere di veleno che è entrata anche nei funghi e nelle foglie delle piante». «E chi è stato quell’animale che ha buttato questa polvere? Un masciaro, un demonio, non un uomo…». «È stata una nuvola». «Ma io non ho visto nessuna nuvola oggi». «Ma non è di oggi, è di qualche mese fa. E poi non si vedeva perché veniva da lontano, da un paese della Russia che si chiama appunto Chernobyl».
Il 26 aprile 1986, in quella lontana contrada dell’impero sovietico era scoppiata una centrale atomica. Inizialmente il governo sovietico aveva sottaciuto la notizia. Ma poi la grande nuvola di morte si era spostata in altre contrade del pianeta terra. E aveva cominciato a mietere vittime innocenti. Fra primavera ed estate in Puglia effettivamente era arrivata una ondata come di sabbia che si posava sui terreni e ricopriva le foglie delle erbe. Ma tutti avevano pensato alla sabbia del Sahara che spesso i venti portavano da noi. Solo dopo alcuni mesi, quando si scoprì la terribile verità, si vide il grande disastro: campi infettati, malattie rare e letali, erbe non più commestibili, perfino il grano ormai era inservibile, pregno di radioattività com’era diventato.
«Il grano di Chernobyl» si disse del nostro meraviglioso grano duro, quello che fa buona la pasta di Puglia e buono il pane di Altamura. Tracollo dell’economia agricola, impennata di malati e di morti. La gente aveva paura non solo di mangiare, ma perfino di respirare. Qualcuno usò le mascherine. Ma ormai il danno era fatto. Le innumerevoli sostanze tossiche e radioattive che la nube di Chernobyl aveva disperso nell’aria e fatto posare sulla terra, avrebbero avuto il loro malefico effetto ancora a lungo per tutto il mondo. Il mondo di Rocchino erano i funghi.

«È scoppiata la bomba atomica?» «A Rocchì… tu non puoi capire – gli disse il collega del banco a fianco – Tu sei analfabeta. Non hai nemmeno la televisione. Cosa vuoi capire tu?». «Io capisco di funghi e ti dico che questi funghi sono buoni» «Allora mangiateli tu – tagliò corto quello – perché la legge non te li fa vendere e la gente non li vuole. La gente ha paura di intossicarsi, di ammalarsi, di morire….l’hai capito si o no?!?!?” Rocchino tornò a casa più sconvolto che depresso. Se i funghi erano oramai immangiabili e invendibili, tutta la ragione della sua vita crollava miseramente. Se non poteva più raccogliere e vendere funghi, lui ormai era un essere inutile, non serviva più a nulla e non valeva più nulla. Gli veniva quasi da piangere, a guardarli i suoi funghi, così teneri e innocenti. Allora gli prese un impeto di reazione e si disse a voce alta. «Sì, me li mangio tutti io i funghi di Rocchino. E vi faccio vedere io se sono buoni o no!» Si mise furiosamente a friggerli nella sua padella nera di fumo e di anni. Ne riempì colmo il grande piatto della madre, il realone di creta attraversato diametralmente dalla lunga cucitura in ferro filato, quello che usava al mercato per esporre le lumache di terra; lo mise sulla «banga» della madre che aprì giusto al centro della sua stanzetta, sotto l’unica lampadina che la illuminava e cominciò a mangiarseli avidamente, rabbiosamente. Fino a finirli tutti. Una vera scorpacciata. Poi si accasciò.

Lo ritrovarono alcuni giorni dopo, privo di vita, col capo riverso nel grande piatto ormai vuoto. Non si seppe mai se la sua morte fu dovuta ad avvelenamento, a indigestione o a…. «effetto Chernobyl».

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