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Buonasera. Sono io, sono Sabatina e per piacere non sia mai che mi chiamate Tina col vizio che tengono tutti di sparagnare il fiato a chiamare le persone, come fanno certi signori: Nenè, Mimì, Dodò, Gigì. Come non gli scappa da ridere a loro stessi quando si chiamano! Sabatina sanosano è il mio nome; così mi segnò tatà sopra al municipio, così mi chiamava mamma e così voglio essere chiamata, stabbè?

Che poi, a chiamare Tina, mica si capisce che nome è veramente quello che sta sotto. Può essere Immacolata, può essere Concetta Nunziata Donata Addolorata Fonte Santa o altri nomi ancora. Così certi nomi maschi, come Pasquale Natale Michele Raffaele Gabriele Daniele Mario Carlo e altri ancora: tutti vanno a finire ad essere chiamati Lino e, pure che gli vuoi fare gli auguri all’onomastico, mica lo capisci quando cacchio glieli devi fare. E mica te ne puoi uscire facendogli a tutti questi qua gli auguri il 23 settembre, giorno di san Lino, un santo che esiste veramente, essendo che questo santo fu il primo papa dopo di san Pietro. Lo sapevate voi? E lo sapete voi che gli tagliarono la capa pure a lui al tempo dei romani? E lo sapete che fu proprio lui a dire che le donne dovevano entrare nelle chiese con la capa coperta ai tempi che i cristiani se li mangiavano gli animali? Io le so tutte queste cose perché prima, anzi che di leggere Grand’Hotel o Grazia per sapere i fatti di Gina Lollobrigida o Achille Togliani, io mi leggevo tutte le vite dei santi, ma poi, col guaio mio…

Beh, comunque, se devo dire la verità, non è che poi mi piace assai il nome mio, ché ne stanno assai più belli, come a certi che si sentono alla radio: Manuela, Cristiana, Francesca. Pure Marina mi piace, ma però mi penso che chi si chiama così subito viene sfottuta con «Abbasce alla marina se venne u pesce»! Lo so, lo so, sono stonata assai a cantare.

Pure Domenica doveva essere bello. Sabato doveva essere un nome buono per i maschi, invece gli è scappato di chiamare Sabatina le femmine che nascevano il giorno di sabato. Mah! Non ho capito perché allora una che è nata di Lunedì non l’hanno chiamata Lunedina. Ci poteva pure essere la strada più corta e più comoda, Dina, pure al posto di Martedina e Venerdina. Sempre meglio che certi nomi sdreusi che solo a sentirli, mammamia! In certi paesi, per devozione alle loro Madonne, chiamano le femmine di una maniera troppo, come devo dire, troppo…, insomma ci siamo capiti: a Barletta Sterpeta, e abbiamo un’altra Tina, ai quarti di Foggia Incoronata, un’altra Tina ancora, a Monopoli Madia, a Rodi del Gargano Libera.

Beh! Non ne parliamo più, ché queste cose non è da mo’ che le vado dicendo quando si parla delle cose nostrane! E le tengo lette pure sopra a un libro scritto da quel paesano nostro che fa i libri, quello, il figlio di Peppino la romana.

Ritirandomi dal camposanto, stasera ho trovato davanti ‘mba Luluccio, che altro capolavoro di nome, oh!, e per screscere un paio d’ore in compagnia mi sono fatta accompagnare qua da lui, visto che io ci vedo poco, lo sapete. Eh! più sto e più gli occhi se ne vanno a strafottere. Più stiamo e più in Calabria andiamo. A voi già vi vedo e non vi affitto, ma poi con questa lampadina da quaranta in questo sorto di camerone me ne devo andare alla voce per conoscere le ombre. Qua ci voleva una da cento, pure se il contatore aggira di più assai.

A casa mia è un’altra cosa; senza appicciare la luce mi sono abituata e so trovare alla cecata tutte le cose: lo scaldaletto, il bacile, come pure so trovare subito il letto, il fornellino e il monsignore, parlando con rispetto. Non tengo rotto manco un piatto o un bicchiere, quant’è vero Gesù. Senza dire di come me la so vedere con l’uncinetto!

Anzi, se è per questo, pure fuori di casa so a memoria le strade che devo fare: l’alimentare di Giosino, la chiesa, lo scarparo, il forno vecchio, la vicciaria di tuccino ogni morte di papa e il camposanto, dove vado un giorno e un giorno. Camminando ripa ripa, ci arrivo dalla via di campagna, ancora che mi accarra qualche motòm o qualche macchina che passa ogni tanto dalla vianova.

E pure se non vedo, dentro al camposanto me la so vedere bene. So a memoria il giro che debbo fare. Prima prima tatà Ronzino e mamma Iuccia, requie a loro, poi mi faccio i parenti stretti, tipo zia Memena e zio Cosimino, poi mi allargo ai compari di sangiovanni e della cresima e… e nessun altro compare, visto che non mi sono accasata. Poi vado ai paesani che tengo conosciuto, quelli morti tanti anni passati, come quel povero disgraziato dello Scellerato, che cadde dall’impalcatura mentre che allattava la casa, e qualche morto fresco, tipo Lillino boccaperta o Cecchina la maestra sarta, pace all’anima loro.

All’ultimo, mi penso che ve lo tengo già detto, all’ultimo vado a trovare la tomba mia, che per non dare fastidio a nessuno, visto che non tengo più nessuno, mi sono già accattata tre anni fa nel camposanto nuovo, dietro alla cappella della congrega dello Spiritosanto, dove sta la fontanella.
Non vi ho detto però che ultimamente sulla lastra ci ho fatto mettere un bel ritratto di quando vedevo, così quando passeranno davanti alla tomba mia i cristiani li potrò vedere pure se loro non si fermeranno per vedere a me.

Da un po’ di tempo, poi, ho pigliato l’abitudine di portare i fiori pure alla tomba mia e li cambio appena li vedo che cominciano ad ammoccare. Però mica i fiori del fioraio, che se li fa pagare almeno dieci lire l’uno, mocc’a lui, ma quelli nostrani che mi faccio avere da qualche compare che tiene il giardino: ceci e pasta, margherite, dalie, zinnie, o puramente quelli che si trovano alla via di campagna che faccio per arrivare al camposanto. Quelli, i fiori, li riesco ad affittare per via dei loro colori sckattosi e grazie alla luce di Cristo che sta alla via della campagna.

A tatà e a mamma gli dico tre requiemeterne per uno e mi faccio con loro un bel ragionamento; a tutti gli altri una requiemeterna per uno. A me mi dico pure un padrenostro e un’avemmaria, non per niente ma perché alla fine del giro mi siedo sopra un pisulo di pietra che sta faccinfronte alla tomba mia e lì mi passo almeno una mezzoretta coi pensieri miei. Il pensiero le sa vedere bene le cose e così mi vedo tutta la vita mia e la vita dei morti che sono andata a trovare. E mi vedo pure tanti ricordi come quando si vede il cinema.

Sento pure le voci di tuttiquanti, pure di quelli che non mi hanno mai parlato, come quel bel giovane di cui mi ero innamorata forte da giovane senza che lui ne sapeva niente. Un amore a prima vista, come si dice. E forse quello è il meglio amore che ti può capitare, almeno a sentire quello che si sente oggi, un troiamento che non si capisce. Insomma quelle due tre ore me le passo in grazia di Dio e aiuto le anime del purgatorio a salire qualche scalino.

Lo so che vi viene da ridere ma non me ne importa. Vuol dire che non avete ancora guardato negli occhi la morte, perché gli occhi vostri sono strapieni di tante altre cose.

Per farmi capire meglio, vi voglio fare una specie di esempio. Voi la sapete tutti la storia di Antonio il mutilato, che andò a fare la guerra in Russia in mano a Mussolini quando il Duce se ne andò appresso a quell’altro galantuomo tedesco fregato di cervello. E lo sapete pure che l’Italia perse la guerra e Antonio perse una gamba in mezzo al ghiaccio della Russia mentre che si ritirava coi piedi dentro alla neve per giorni e giorni, tanto che gliela tagliarono lì stesso la gamba. Beh! Mettiamo che lui lo sapeva dove era stata sotterrata la gamba sua sotto alla terra russa; beh! E secondo voi, se lui poteva, non doveva andare lì a portare un fiore e a dire una requiemeterna alla gamba sua? A un pezzo importante della vita sua che gli aveva fatto fare tanto camino e che lui aveva perso proprio a camminare?
E lo stesso è per me. Da quando non ci vedo, è come se un pezzo importante della mia vita è morto e sta già al camposanto. Che sta di male o che sta da ridere se io lo vado a trovare a quel pezzo?
E poi, voi che vedete, non avete mai visto certe volte qualcheduno che, per pregare e per pensare, tiene bisogno di chiudere gli occhi? Ebbè? Io già li tengo chiusi, tanto che mi sono imparata a guardare con l’occhio che sta al centro del cuore e che vede benissimo. E così piglio pure confidenza con la morte: non è da mo’ che mi sono imparata di dormire con le braccia conserte, io.

Termina qui l’anteprima di alcune pagine tratte dai Racconti del camerone di Lino Angiuli, di prossima pubblicazione presso le Edizioni di Pagina (Bari), con tavole di Nicola Genco e postfazione di Lea Durante.

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