Lunedì 01 Giugno 2020 | 07:34

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Lino Angiuli

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Io, figuriamoci se voi non lo sapete già il fatto - quando ero giovane mi ero fidanzata ufficialmente con l’ultimo figlio di Peppino la guardia, Manuele, che faceva lo scarparo dalle parti della Chiesamadre. Eravamo tosti di età tutti e due e io lo sapevo che quella era per me l’ultimo giro, e pure il primo.

Mi ricordo come fosse mo’ la sera del fidanzamento, che vennero a casa in processione, tutti aggiustati, lui, il padre, la madre e le due sorelle vacantine. Mi dettero l’anello, la borsetta di pellame, un fazzoletto di seta e un ombrello di lusso. Mia madre a lui gli dette una catenina d’oro con il crocifisso e gliel’appese al collo allora stesso davanti a tutti. Bocconotti e rosolio, io e lui seduti insieme sul cassone come due statue della chiesa, mentre che i padri se ne stavano all’altra parte a ragionare tra loro dello sposalizio, dei panni otto, della casa dove dovevamo andare ad abitare e tutto il resto. Insomma le cose fatte per bene come si deve, ché nessuno doveva tenere niente da dire dentro al paese.

Poi successe la disgrazia di mia sorella Gina. Chi lo doveva dire! Un forte azzoppamento di capa che non passava e non passava, perché i cervelli si erano guastati, non dormiva la notte e piangeva sempre senza sapere perché. Rosari sopra rosari; messe di elemosina; padre Beniamino che entrava e usciva da casa; la zingara che sapeva levare le fatture e gliel’aveva levata perfino a Filomena la scalzata per il brutto chiappo che aveva passato: niente da fare fino a quando, a ventiquattro anni, Gina fece quello che fece - non me lo voglio manco ricordare. Specialmente il giorno quando mio padre, dopo aver sbattuto la capa di qua e di là a cercare domandare girare anche ai paesi attorno - era il giorno di San Michele benedetto - l’andò a trovare dentro al pozzo che tenevamo nel pezzo di terra vicino alla masseria del barone!

Da allora quella parte di terra la chiamano Femminamorta, lo stesso nome che dicono esiste anche a tanti altri paesi. Femmine che si sono buttate nel pozzo o, peggio ancora, che sono state uccise dai mariti, quelli sì coi cervelli guastati. Noi dicemmo che era stata una disgrazia, ma le malelingue subito si misero a dire che a mia sorella si era spanata la luna per un fatto di amore e si era gettata nel pozzo. E non so come avevano fatto quelle a sapere che quando Gina si era gettata teneva la gonna a pieghe e la camicetta bianca. Mado’! E che cosa?

Dopo questo fatto brutto assai che capitò alla famiglia mia, il fidanzamento sfrasciò senza manco darsi indietro i regali, io lasciai come la zita di Ceglie e Manuele, senza manco dire niente, sparì dalla circolazione lui e tutta la razza sua. Ci vennero a dire dopo che se n’era andato al Venezuela, dove teneva certi compari che avevano aperto una zapaterìa chiamata «scarpanos» o «scarpagros», non me lo ricordo bene, e ancora mo’, quando capita che mi trovo per la strada con le sorelle, quelle mi scansano come che tengo la rogna. E pure io, come le vedo da lontano, piglio un’altra strada, e la domenica vado apposta alla messa del fanciullo, alle nove, per non trovarle alla messa delle undici.

Come sia sia, io mi stavo a fare una malattia, sia per la disgrazia di Gina sia per il fatto mio, ma poi - vuoi sentire? - si vede che era destino di rimanere signorina grande. Certo è che dopo quel fidanzamento nessun maschio si è avvicinato più alla casa mia o ha mandato l’ambasciata a mio padre. Vabbene che ero tosta di età ma la gallina tosta il brodo lo sa combinare, e poi ero pure noncemmale di personale, di buona famiglia e con la dote apposto.

Le malelingue cominciarono a dire a dire a dire che io tenevo la stessa malattia di mia sorella e che mi dovevo fare suora di clausura. La clausura delle mamme loro! Io l’odio non lo so tenere dentro, ma però se buttavano il sangue dalla bocca o gambagamba o se gli veniva un bel colpo assituato dovevo lasciare contenta, che volete da me! Ma ho fede che Cristo è grande.

Anzi, da un poco di tempo mi sto a prendere la soddisfazione di dire a destra e a sinistra i fatti loro, veri o non veri non me importa proprio nulla. Basta che davanti a un fatto qualsiasi gli metto la parola «dicono»; dicono questo, dicono quello, dicono di sopra, dicono di sotto e tutti subito ci credono, vero o non vero. E quasi sempre ci mettono pure il carico sopra e si mettono a dire pure loro, fino a quando una lingua, dopo che il fatto ha fatto il giro d’Italia, me lo viene a ruffianare a me.
Dicono che la figlia piccola di Feluccio delle gazzose se la fa con un uomo sposato. Uh, Gesù Gesù! E chi è? Non lo so, ma però lei è signorina e lui è sposato. Capace che lei per questa chiacchiera non si deve poter sposare più e a lui chi sa che non gli fanno un bel servizio.

Dicono che la madre superiora delle suore se la fa con il padre superiore dei cappuccini.

Ih, Maddona, Ma è vero? E che ne so io! Lo dicono. Mica lo posso sapere io se è vero o no. Lo dicono.
Dicono che il figlio di Nanuccio bicicletta è mezza femmina e va appresso all’avvocato delle cause perse. Oh, sant’Antonio da Padova! Ma è vero? E che ne so io! Lo dicono. Mica lo posso sapere io se è vero o no. Lo dicono.

Dicono che quella, come si chiama, ah Lucrezia, la figlia del forno vecchio, biondina con le gambe storte che si sposò uno di Cerignola, dicono che quella ha visto la Madonna di Pompei dentro al salotto della casa. Ah, Vergine santissima, ma è vero? E che ne so io! Lo dicono. Mica lo posso sapere io se è vero o no. Lo dicono.

Certo è che, da quando lo dicono, dietro alla casa di Lucrezia c’è una fila di cristiani che vuole entrare nel salotto, tanto che al posto del sommeliè che teneva ha alzato un altarino coi fiori, candele e un disegno della Madonna di Pompei fatto coi gessetti dal marito cerignolano, che tiene una bella mano. E una cassetta per le offerte.

La verità, l’altro giorno che non tenevo niente da fare sono passata davanti alla casa della Madonna, voglio dire di Lucrezia, e visto che stava la porta aperta e a quell’ora non ci stava nessuno, sono entrata nel salotto e mi sono seduta davanti all’altarino.

Devo dire che mi pareva a me che stavo nel salotto a tu per tu con la Madonna, una faccinfronte all’altra, ed era più meglio assai di quando vado alla chiesa a pregarla, ché lì la statua mi mette un poco soggezione, lei in alto e io abbasso, mentre là, dentro al salotto, era tutt’un’altra cosa. E così mi è venuto facile di mettermi a ragionare con la Madonna come che era una commara o una di famiglia e come che ero andata a fare la visita.

Che si dice commara? Come te la passi?
Sempre la stessa vita da Madonna, cara Nannina, tutti che vogliono la grazia, ma da dov’è che le devo andare a pigliare io tutte ste grazie? Pure mio figlio si è scocciato a sentire le grazie che vogliono i cristiani. E chi la vuole cotta e chi la vuole cruda, non ti voglio dire. E tu, Nannina come va?

E, santa commara, non lo sai il fatto mio e quello che tengo in corpo io? Sempre quello è. Che ti devo dire più!
Eh, e come non lo so il fatto tuo, Nannina mia, tua sorella, Manuele e piripippe e piripappa. Io so tutto.
Scusa, commara Madonna, giacché stiamo, io non ti voglio domandare una grazia ma, visto che stiamo a tu per tu e che mo’ non ci sente nessuno, diciamo, ti volevo domandare una cosa un poco delicata, diciamo… Certe malelingue vanno dicendo, come devo dire, mi vergogno a domandarlo, insomma dicono che tu non è vero che eri proprio tuttaquanta vergine e dicono pure che a San Giuseppe tu lo tenevi come - senz’offesa, ma dicono proprio così - come una mazza di scopa, una specie di comparsa che doveva fare solo i servizi alla famiglia. E mo’ andiamo in Egitto col creaturo. E mo’ fai la presenza dentro al presepio, ché se no le malelingue parlano. E vedi se il figlio nostro s’impara un mestiere appresso a te. E vai a fare la spesa. Insomma come un marito di oggi, dicono.

Certe altre lingue, e pure quella mia, però, dicono che tu eri proprio vergine proprio, come a me, altro che le chiacchiere. Allora, giacché stiamo in confidenza, lo posso sapere in segreto com’è il fatto? Così quando le malelingue si mettono a dire, giuro che glielo sbatto in faccia io il fatto esatto, senza dire che me lo hai detto tu.

E no, cara Nannina, troppo comodo. Dicono dicono dicono. E tu, a quelli, lasciali dire, pure se dicono qualcheccosa brutta sopra a te o sopra a me. L’importante è quello che senti tu stessa col cuore e non con l’orecchio. E poi queste sono cose intime e non si possono ragionare nei salotti. Vuol dire che sopra a questo fatto ci faremo un ragionamento come si deve quando devi salire al piano di sopra. Tu, per ora, fai finta come che io sono la mamma di tutti e che per questo fatto stesso siete tutti fratelli.

Ma dicono che i fratelli so’ coltelli!
E tu lasciali dire, Nannina. A loro stai a pensare?

Dalla raccolta inedita «Racconti del camerone».

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