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Lino Angiuli: dietro al campetto...

Lino Angiuli

Lino Angiuli

Come forse già sapete, dai tempi della scuola a me mi voleva Minguccio, il figlio grande di Franchino il pesciaiuolo.

Datosi che alla scuola eravamo capitati allo stesso banco dell’unica classe di maschi e femmine ‒ il destino? ‒ e datosi che era ciuccio assai, quello, Minguccio, copiava sempre da me; e per copiare si menava addosso, il gaggio, e mi faceva pure con la gamba. Hai voglia a dirgli «Vedi che ti stai fermo ché se no glielo dico alla maestra». Manco per sogno; come che non era a lui.
Alla quarta elementare, quando tutti e due spicciammo la scuola, un bel giorno sopra al mio quaderno a righi trovo scritto: «Rosa, visto che sei un fiore, come ti vorrei fare all’amore»! Allora io gli rispondo tostatosta sopra al quaderno suo a quadretti: «Di avere Rosa non è cosa perché Minguccio sei troppo ciuccio!». E così, botta e risposta, avanti e indietro, ché io mica ero scema e non mi facevo mettere sotto dal primo Minguccio. Lui poi comincia a scrivere cose un poco – come devo dire – col pepe sopra: «Ti ho sognato alla via di fuori che stavamo a fare i pomodori». E io «Minguccio vedi che te ne vai se no passi un mare di guai».

E sine e none, e tira e molla, all’ultimo, dopo un casino di biglietti che andavano e venivano, ‒ sette e otto pigli da sotto ‒ verso la fine della scuola, dopo che lui mi aveva scritto «Se non posso avere la tua bellezza giuro che faccio una mattezza», gli risposi «E pure io diciamo che ti voglio ma se fai lo scemo ti getto da uno scoglio».
Pure quando finì la scuola, lui continuava a farmi avere, di una maniera o dell’altra, i bigliettini con le frasi sue. Fu quando mi venne il marchese, che ero diventata signorina, fu allora che cominciai a sentirmi pronta per menarmi all’amore e gli feci avere un bigliettino in bianco, senza parole, con solo il nome mio sopra. Subito mi fece avere il suo «Fiore di rosa sarai tu la mia sposa».

Dopo due tre mesi di fidanzamento segreto e alla buona tra noi e noi, il marpione comincia a domandarmi la prova d’amore. Scriveva lungo e senza rima che si era aggelosito forte e voleva stutare la gelosia a modo suo, il chiavicone che non era altro. E allora vuol dire che non mi vuoi bene! E a me mi vengono i sudori freddi a resistere al desiderio. Posso pure cadere malato se mi trattengo assai, come gli è capitato a un mio compagno. E non ti faccio niente, solo una volta sola; tutti i ziti lo fanno prima d’accasarsi. Se poi vedi sopra ai giornali, gli artisti non si capisce cosa combinano, pure senza che c’è l’amore, invece io ho detto che ti devo sposare e ti devo sposare, per la maiella!

Ma io, pure se mi sentivo qualche cosa dentro e qualche cosa sotto e qualche cosa in mezzo, mi mettevo a pregare la Madonna di Pompei per non dargliela… vinta.

E sine e none, e tira e molla ‒ mo’ se ne viene il fatto ‒ una sera gli do appuntamento dietro al campo del pallone, che la sera era sempre all’oscuro. Ero uscita da casa senza mutandina e con una gonna lunga. Senza portarla per le lunghe, come ci trovammo a tu per tu, mi alzai la gonna e gli feci assaggiare l’amore, ma non quello di dentro, ché mica ero scema io. E poi ero ancora giovane e non mi volevo accasare subito subito io, come voleva lui, che nella capa teneva sempre un pensiero, quello!
Manco un minuto e lo sentii che tremolava tutto e diceva come un ubriaco: «È inutile, ti devo sposare, ti devo… ti devo… spo… sa… re». E ‒ mo’ se ne viene il fatto ‒ mica era bugia, perché poi alla fine mi ha sposato Minguccio a me. Ma alla fine. E mo’ siamo ancora al principio e prima dello sposalizio quel carognone mi ha fatto passare i capi guai. Vediamo.
Tanto gli piaceva il fatto che ero rossa, che cominciò a dire che tutte le rosse gli piacevano assai e gli facevano venire i caldacini. S’era pure specializzato e sapeva la differenza tra le rosse nostrane e quelle figlie della guerra, come ne stavano un paio a Triggiano, da dove forse era passato qualche soldato inglese al tempo della guerra e aveva lasciato qualche ricordino di colore rosso, insieme a qualche ricordino americano di colore nero: tanti ricordini a colori che tenevano tutti l’età della guerra ‒ mo’ se ne viene il fatto.

Un mesetto dopo mi dà in mezzo alla strada un biglietto che me lo ricordo a memoria «Rosa, siccome che ti voglio rispettare, ti devo lasciare e mi vado ad arrangiare con una che somiglia a te, anche se tu sei rossa nostrale e l’altra è figlia della guerra e perciò ne capisce di battaglie!».

Menomale che non gliel’avevo data… vinta a quel malandrino: solo questa era la mia consolazione. Però ero arrabbiata assai e… e mannaccia che Minguccio faceva la rima con ciuccio e non con porco disgraziato fetente bastardo disonesto ‒ mo’ se ne viene il fatto. Facevo di tutto per non trovarlo davanti e pregavo sempre la Madonna di Pompei chi sa gli faceva spezzare la noce del collo. E mi arrabbiavo pure con me stessa che mi ero fatta acciaffare da uno scostumato così.
Mo’, siccome io porto gli occhiali della miopia, un giorno non mi va a scrivere che si era andato a mettere, sempre a paese forestiero, con una bionda che portava la stessa montatura degli occhiali miei? E si chiamava pure Rosa, combinazione. Arrivò un altro biglietto, più lungo stavolta: «Ci stanno rose e rose: quella con le spine, come te, e quelle senza spine, come una che ti assomiglia, che tiene la stessa montatura di occhiali ma però non tiene gli occhi tuoi». Dalla Madonna di Pompei passai a quella del Carmelo, pregandola di fargli venire un colpo a questo malinquente che mi stava a guastare tutte le notti il sonno.
Dopo un altro mesetto occhio e croce, un altro biglietto: «Stavolta la rosa porta i capelli lunghi come i tuoi e somiglia a quella con gli occhiali che somigliava alla rossa che somigliava a te».

Insomma – mo’ se ne viene il fatto – questa canzone è durata quasi cinque mesi; ogni mese una Rosa; cinque Rose per altrettante Madonne: di Pompei e del Carmelo l’ho già detto; di Costantinopoli, del Pozzo, della Vetrana le altre tre, ma nessuna di loro me lo faceva sckattare a quel filibustiere farabutto mascalzone boacchione.
Dopo la quinta Rosa e la quinta Madonna, a me mi scappa la pazienza e mi vado a confidare con la Lella la bella, che – mo’ se ne viene il fatto – ne ha fritti di polpi nella sua padella!

Così e così è il fatto, Lella. Ah, così è il fatto, Rosa? Allora devi fare così e cosà. E così e cosà faccio io. Prendo la penna e quattro e quattro otto gli scrivo un biglietto: «Uagliò, vedi che più di un giardiniere vuole cogliere la mia rosa che si sta a spampanare; se proprio la vuoi ancora, la trovi dietro al campo del pallone domani sera alle otto in punto».

E poi la frase dettata pianopiano da Lella, con le rime al posto giusto «Se mi alzerai la gonna troverai una donna, perché giusto alle otto non tengo niente da sotto; alle otto in punto e faremo il riassunto». Il biglietto glielo doveva dare lei stessa a lui.
Non si capisce quello che successe il giorno appresso. Mi ferma la mattina sotto l’orologio mentre che stavo andando a farmi la permanente e sveltosvelto mi dà appuntamento dietro al campo del pallone, la sera stessa alle otto.

E così facciamo. Né una parola lui né una parola io. Mi alzo la gonna e succede tutto quello che deve succedere. Dopo manco due minuti lui comincia a tremolare tutto come che deve svenire e, in mezzo allo svenimento, mi fa all’orecchio «Le altre Rose parola mia erano tutte una bugia, un trucco per averti mia».

Avete capito mo’?
E avete capito perché, manco tre mesi dopo, io e Minguccio siamo andati di corsa ad accasarci con il vestito della sposa largolargo ché non si doveva vedere il difetto? Nella Chiesa, dopo il primo banco per quelli di famiglia, stava Lella la bella tutta arrigittata e tutta imprisciata lei, perché era stata proprio lei a consigliare a Minguccio il trucco delle cinque Rose.

Dalla raccolta inedita «Racconti del camerone»

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