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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Gabriella Genisi

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Nel giro di pochi giorni, senza alcun preavviso e senza che ce ne rendessimo conto, c’eravamo trovati in un romanzo distopico. La città di Bari, insieme al resto dell’Italia, era stata dichiarata Zona Rossa a causa di una pandemia che rischiava di infettare tutto il mondo. Stavo vedendo Montalbano alla televisione, stavo, quando il Questore con un tono che non ammetteva repliche, mi aveva convocato per comunicazioni urgentissime. «Lobosco, la voglio immediatamente nel mio ufficio».

«Un omicidio?» biascicai. Che di sera tardi, non ero mai al meglio delle mie.
«No, per fortuna. O forse per disgrazia. Sono arrivate delle direttive dall’alto e devo informarla sul da farsi».
«Mi scusi, ma sono quasi le undici!» obiettai. «E’ proprio necessario? Mi stavo mettendo a letto, mi stavo».
«Commissaria, sta scherzando? Non ha seguito l’edizione straordinaria del telegiornale? Quello che ha detto il Presidente del Consiglio?»
«Veramente no, stavo vedendo la puntata stavo, forse mi sarò addormentata. Che succede?»
«Succede che siamo in guerra. E lei è un soldato della Patria. Ho già convocato tutto l’organico, dai vicequestori fino agli uscieri».
«Mi dia dieci minuti, il tempo di vestirmi».
«Ah senta, niente tacchi. Da stasera in poi ci sarà da correre».
«Non si preoccupi, ci sono abituata. Vorrà dire che correrò con i tacchi».
«Faccia lei, ma si muova».

Arrivata in questura mi resi conto che la faccenda era serissima, si contavano già diverse centinaia di morti e di contagiati. La salute degli italiani era in grave pericolo e per tentare di arginare il virus e la pandemia era necessario imporre una quarantena a tempo indeterminato che limitava gli spostamenti entro un raggio di 500 metri dall’abitazione, e imponeva la chiusura delle scuole, delle università, delle attività commerciali, degli uffici, di cinema, teatri, librerie, ristoranti. Si sarebbe chiusa ogni piazza, recintato ogni spazio aperto, ogni giardino, controllato che ogni singola persona avesse una mascherina a coprire naso e bocca e un’autocertificazione in perfetta regola. Se non eravamo già in uno stato di polizia, poco ci mancava. In piena notte in tutta la città vennero fatte girare macchine munite di altoparlanti per avvisare la cittadinanza delle nuove norme da osservare. Pena, l’arresto. Guardai Esposito e Forte in preda allo sconforto. Cosa ci stava capitando? Era reale, o stavo sognando?Forte mi porse un bicchierino di carta con il caffè bollente.

«Bevi Lolì» mi disse con dolcezza «ne hai bisogno». Avvicinai il caffè al naso. L’aroma era così forte che tolse ogni dubbio. Ebbi un capogiro, era tutto vero madonnasanta.

Mentre tornavo a casa, nel silenzio perfetto dell’alba, sfilai le Louboutin. Il ticchettio dei miei tacchi sul selciato mi parve un sacrilegio. A quell’ora di solito la città si andava svegliando. I pescatori si affaccendavano ndèrr à la lànz e i baristi alzavano le saracinesche dei caffè. Mi guardai intorno, in giro non c’era un’anima per chilometri e chilometri. Le panchine del lungomare erano incartate da un nastro bianco e rosso, uno di quelli che noi poliziotti mettiamo intorno ai luoghi dove c’è stato un delitto. Bari era già cambiata sotto l’effetto del virus. Inevitabilmente sarei cambiata anch’io insieme a lei, quello che non potevo prevedere era fino a quanto. Durante la prima settimana nessuno di noi si rese bene conto di cosa si trattasse. Il primo pensiero andò alla ricrescita e alla manicure: come avremmo fatto a sopravvivere? In seguito si provvide a saccheggiare i supermercati e a scivolare inesorabilmente in un puntata permanente di Masterchef. Quando farina e lievito diventarono introvabili si passò a ballare sui balconi in un continuo flashmob.

La domenica dopo le 18 feci una passeggiata. Per strada non girava nessuno, poi dai balconi arrivò la musica. L’inno di Mameli riempì lo spazio come durante una parata militare. In lontananza cominciarono i fuochi d’artificio. Senza rendermene conto ero arrivata a casa di mia madre, dall’altra parte della città. Citofonai, qualcuno mi aprì. Entrai nel portone di un caseggiato popolare degli anni ‘50, abitato prevalentemente da anziani. Mentre salivo le rampe, catalogai gli odori: naftalina, pastina, minestrone, tracce di ragù della domenica. Alla luce livida del neon, provai una sensazione di irrimediabile tristezza. Tutto stava cambiando velocemente.

Salutai mia madre, abbracciai i miei nipoti. Carmela stava friggendo le zeppole, con la faccia scura.

«Siediti un poco, ammammà».
«Meglio di no» intervenne mia sorella, «perché se tu sei pazza, la testa te la sistemo io. Ma ti rendi conto che con il cuore strapazzato che si ritrova mammà e le gocce di coramina che deve prendere ogni giorno, se tu le dai un bacio a questa l’ammazzi?»
«Emmadonna Carmè, come sei esagerata!»
«Ah pure! Esagerata io? Lolì, parliamoci chiaro, non t'azzardare ad avvicinarti alla porta di casa, con tutti quei càzz di virùs che sicuramente ti porti addosso, che la prossima volta ti butto scala scala! Che ne sappiamo noi con chi hai a che fare?».
«Ho capito sciàmm, me ne vado. Ciao ma’, mi raccomando, riguardati».
«Ciao Lolì, ammammà. Vedrai che Sanda Nicola ci deve aiutare, ci deve».
«Speriamo, sì. Mentre scendevo con l’umore a pezzi, mi raggiunse Michele, il più piccolo dei due figli di Carmela. Aveva 12 anni. Zia Lolita…» Mi fermai per abbracciarlo. «Dimmi, tesoro».
«Quando finisce.. questa cosa? Voglio tornare a scuola...»
Gli asciugai il viso dalle lacrime. «Presto, vedrai».
Prometti. Sospirai. «Prometto».

La seconda settimana, nulla era cambiato. Le disposizioni del governo imponevano nuove limitazioni ogni due o tre giorni, la gente era smarrita. Il bollettino quotidiano delle diciotto era inquietante, ma furono le immagini dei camion dell’Esercito carichi di bare a ricondurci bruscamente alla realtà. In Lombardia la situazione era drammatica, e in tutto il territorio nazionale si contavano circa diecimila morti. Nonostante questo, il sindaco era costretto a rincorrere runner della domenica e i soliti perdigiorno che si ostinavano a ignorare le limitazioni imposte. In compenso i reati si erano ridotti del 75 % e non si registravano omicidi. Attraversai la città nel pomeriggio, era deserta, sembrava di essere in uno di quei posti fantasma che talvolta vedi nei film, o incontri tra le pagine di un libro. Guidavo cercando spiragli gli vita sui balconi, non c’era niente e nessuno, nemmeno i panni stessi ad asciugare. Solo i tricolori afflosciati dalla mancanza di vento. E silenzio. In lontananza un altoparlante invitava a restare chiusi nelle proprie abitazioni.

Con il cuore in tempesta imboccai la litoranea in direzione San Giorgio.Nella terza settimana i contagi aumentarono anche i Puglia. Si contarono un centinaio di morti dal Gargano al Salento, e negli occhi lasciati scoperti delle donne in giro per la spesa, si dipinse la paura.

I mariti preferivano restare a casa, il virus colpiva maggiormente la popolazione maschile, oltre agli anziani. All’ora del crepuscolo, dalle finestre spalancate delle case sul lungomare, non arrivava più la musica. Alla luce degli abatjour si vedeva la vita scorrere lenta, con un sottofondo di televisione accesa e uno sfogliare di pagine polverose. Molti libri dimenticati vennero sfilati dagli scaffali per essere letti, o talvolta riletti. Camus, Saramago e Garcia Marquez erano i più gettonati. Persino Manzoni ritornò a essere attualissimo. Pioveva. Uscendo dalla questura feci un giro sul lungomare. Per strada non c'era nessuno, solo posti di blocco. Un gattino bianco e nero attraversò la strada senza alcuna fretta. Mi allungai dalle parti del faro, due tizi col cane passeggiavano assorti. Uscii dalla macchina, incurante della pioggia. Solo davanti al mare non era cambiato nulla. Altrove, era tutto diverso.

Nel giro di un mese eravamo finiti in un pozzo nero. Me ne tornai a casa, malinconica e infreddolita. Poi mi ricordai del liquorino al mandarancio che Antonella la spagnola mi aveva regalato tempo fa e che tenevo in gran conto per i momenti disperati. Quella sera una dose abbondante non me la toglieva nessuno. Al resto, ci avrei pensato domani.

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