Sabato 18 Settembre 2021 | 17:50

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A Fiesole il Decamerone. A Valenzano il Camerone

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A Fiesole il Decamerone. A Valenzano il  Camerone

Nel 1348 alcuni giovani fiorentini, per sfuggire all’incombente peste nera, si riunirono in una villa fiesolana, dove passavano il tempo a raccontarsi novelle, come ci dice Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone.

Nel 1958, in uno dei nostri paesi (diciamo a Valenzano o in una delle tante contrade di Monopoli), alcuni anziani, per vincere la peste della solitudine, si riunivano in un Camerone, dove passavano il tempo a dirsi i fatti loro e pure i fatti degli altri.
Apre la serie la padrona di casa, Santella, vedova di Rocchino Mangiaquaglia.

Questa è l’ora che me le vedo calare, da sole o puramente in compagnia, come i tordi che si ritirano al masone a un’ora fissa. Prima vanno alla chiesa a sentire la funzione e, come finisce la funzione, sera sera, se ne vengono qua a trovarmi a me le mie commare. Stanno quelle fisse come le cambiali e stanno quelle alla scordata, che si presentano per sentire il giornale dei fatti: chi si è partorita, chi è morto, chi se n’è scappata di casa, chi ha preso il legno per il Venezuela, chi ha vinto la sisàl, tizio di qua e tizio di là, quello così e quello cosà. Ma però, le volte che viene qualche compare, ci diciamo pure i fatti del governo, del municipio, della pensione, delle bollette. E così sappiamo tutto quello che succede dentro e attorno al paese nostro.
Tutte le sere la stessa canzone.

La scusa loro è che mi vengono a trovare perché, da quando mi è morto Rocchino – il paradiso vuole avere – sono lasciata sola, ma la verità è che qui tengo questo grande camerone, dove io cucino e dormo e dove possono stare assettate fino a dieci persone. I tordi che si ritirano al masone trovano quei mulacchioni dei cacciatori pronti a ucciderli, le mie torde invece trovano me che le faccio stare comode a parlare. E ogni tanto cala pure qualche tordo maschio.

Mi penso pure che, specialmente d’inverno quando scresce presto, quelli si vengono a trattenere un paio d’ore con me, qua dentro, per non struggere la luce alle case loro e stare al caldo della stufa a gas che tengo in mezzo al camerone. Qua si sta proprio bene, altro che le chiacchiere, caldi d’inverno e freschi alla stagione, perché le fabbriche sono belle fattizze. Quando campava la bonalma di Rocchino – requiemeterna a lui e dove sta – qua era il lamione dove stava la mangiatoia del cavallo, il traino e qualche pecora, mentre le galline stavano nello scoperto dietro casa. Perciò è un camerone così grande e pure quando rimango sola mica mi sento sola, perché vedo davanti agli occhi il cavallo, le pecore e Rocchino mio che se le sta a governare. A ricordarmelo ci pensa pure questo odore di stalla che non se ne è voluto mai andare, manco con tre quattro passate di calce e nemmanco con questo colore rosa che abbiamo allattato per parere una stanza normale.

E qua ce ne stiamo tutte le sere a dirci i fatti nostri, fatti sopra fatti. Rosari le commare non ne vogliono dire qua, ché giustamente quelle vengono dalla funzione e non è che possiamo stare sempre a pregare sulla faccia della terra. Tanto – mi penso io – hai voglia a dire preghiere sopra e sotto, se poi subito dopo ti metti a bestemmiare, a tagliare le persone, a dire malamente di questo e di quello o puramente a fare qualche malazione. Quello, Gesù, si deve sentire come che lo prendiamo per fesso, ché gli facciamo una capa tanta di misteri gaudiosi dolorosi gloriosi e poi punto e da capo con gli stessi peccati del giorno di prima. Catechismo, messe normali, messe cantate, messe da morto, prediche, novene, rosari, tridui, giaculatorie, orazioni mattina e sera, fioretti, funzioni solenne, atti di dolore, mea culpa, confessioni, battesimi, cresime, feste di precetto e tanta altra bella roba; eppure il mondo rimane lo stesso del giorno di prima o addirittura peggiorisce. Non ne parliamo se ci mettiamo a contare tutte le volte che ci facciamo la croce, che non ne parliamo. Non solo quando ci alziamo alla mattina e quando ci andiamo a stendere alla sera, non solo prima di mangiare, non solo quando passa un morto, ma puramente prima di entrare nell’acqua del mare quando si va alla marina per i bagni o quando passa una gatta negra o quando i giocatori del pallone escono nel campo a giocare. La bonalma di Rocchino mio – requiemeterna vuole avere – si faceva la croce pure quando doveva aprire il caratello del vino nuovo e io faccio ancora la croce sopra le panette del pane, prima di portarle al forno a Faéle. E poi - come una cosa è l’altra - insieme al pomodoro e al sale, sopra a una bella fetta di pane non si mette pure una bella croce d’olio? Roba di lusso!

Ma stavo a dire che il mondo però rimane sempre naturale. Pare che cambia qualche cosa, ma è bugia: se senti il giornaleradio, ti dice ogni giorno che stanno a fare una guerra in un pezzo di mondo, che hanno ammazzato qualccheduno o che fregano a tutta forza e capisci che la pancia piena è assai e che l’uomo è malamente dentro a lui stesso dal principio del mondo, ngul’a lui!

Ma poi com’è che dentro alla radio vanno a finire tutti i cacchi dei fatti brutti? Mai sentire una cosa di buono. Prima ti mettono Gino Latilla e Carla Boni e poi ti danno a bere il veleno; prima le porcherie e poi Colomba bianca vola, che non so come deve fare a volare, povera creatura di Dio, in mezzo a questo schifo. Uno deve fare per forza il pensiero che la vita è fetente manco i cani. E poi deve a forza accattare tutte le robe che gli fanno la reclama dalla mattina alla sera. Ci volesse mo’! Lo sappiamo che il mondo non è mica una villeggiatura. Mondo era, mondo è, mondo deve essere.

(Continua)

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