Sabato 18 Settembre 2021 | 06:29

Il Biancorosso

Serie C
Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

 

i più letti

Novelle contro la paura

Cara commara racconto l’amore

Lino Angiuli: fra cavatelli e «rapimenti»

Cara commara racconto l’amore

Buonasera la commara, buonasera. Che tengo? Che porto? Tengo e porto un pensiero per te proprio. Perciò sono venuta prima delle altre, così non stiamo a dare la soddisfazione a tutte quante: com’è cos’è perché dov’è qual è chi è: uffà!

Il fatto è che oggi ho fatto i cavatelli, che quello, Ronzino mio, li vuole essere fatti con le cimedicole e allora ho detto «meh!, mo’ ne faccio due di più e glieli porto stasera alla commara Santella, ché lo so che a quella ci piacciono». Io lo so che ti piacciono con la rucola o puramente a soli, con una cucchiara di sugo rosso. Così per domani stai a posto, non tieni un mangiamento di capa e ti trovi già un mangiamento di pancia, ah ah! Come dici? Pure coi legumi? Certamente, commara, come li vuoi te li fai. Basta che non ti scordi l’aglio.

Che vuoi da me! Io mi divertisco assai a fare la pasta in casa, che mi viene pure bene assai. I cavatelli li faccio con il ferro grosso delle maglie e vengono belli, lunghi e tutto. Poi faccio pure la laganella, che non ci vuole proprio niente a farla! A strisce e spezzata, azzecca molto con i fagioli, non sai? Un pezzo di cotica, una botta di peperoncino: e che ti mangi!

Ma la cosa più difficile sono le orecchiette minutelle con il dito in culo, che mi riescono un capolavoro. Tante e tante le fanno senza il dito in culo; e che ci vuole? Vengono tanti pezzetti di massa come le strascinate: quelle le sa fare pure mia figlia Lenuccia di sei anni. Non mi voglio avvantare, ma le orecchiette che faccio io sono proprio esatte. Certe volte me le ordina per la domenica pure la signora Tea, che quella è tutta difficile e tutta fifì, sia a vestire, sempre alla moda, che a mangiare. Non la vedi come cammina sopra quei tacchi alti e magra come un zippo, come che tiene uno spinterrone in mezzo alle gambe, che quando butta il vento si deve mettere le pietre nelle tasche per non andarsene appresso? Io mi penso che quella, signora com’è, si fa fare pure il ragù da qualcun’altra, ché non la vedo proprio a farsi le brasciole all’uso nostro. Ah! Tu un pezzettino di lardo ce lo insacchi dentro? Io un’unghia di ventresca, insieme al formaggio, all’aglio, al prezzemolo e al pepe: una bella rivoltata, spago e via un tuffo dentro alla salsa che tengo fatta io con le mani mie! Tre ore sopra alla pipigas che abbiamo accattato qualche anno fa, tre ore finquando il sugo deve diventare quasi negro nella pignata di creta, che è meglio. E che ti mangi!

Com’è, com’è? Lo fai attaccare apposta un poco sotto? Mah! Devo provare pure io, ché più di una fa così. Almeno una volta al mese, alla domenica, o alle feste, Ronzino me le domanda, ché le vuole, e io non gliele faccio ammancare.
Meh! Mo’ basta a pensare al mangiare, ché a noi non ci manca grazie a Dio e grazie al sudore di Ronzino, notte e giorno alla campagna. Ieri si è ritirato ch’era una pezza bagnata. Pensate che, com’è venuto a casa, manco ha voluto mangiare alla forte stanchezza; si è fatto fare una tazza di primitivo bollito con scorza di limone e foglie d’alloro e chiodi di garofano e si è andato a ficcare nel portafoglio del letto.

Che vuoi, Ronzino è così e io gli faccio mangiare tutto quello che gli piace per fargli passare i pensieri della terra, che sono proprio assai. E mo’ ad arare, e mo’ a potare, e mo’ a togliere i sopracavalli, e mo’a fare l’olio e mo’ le mandorle e mo’ a vendemmiare.

E chi lo doveva dire che Ronzino doveva diventare così, a pensare come era scapestrato da giovane. Lo so, stai a fare sì con la capa perché tutti lo portavano in bocca per come era combinato e come si combinava.

La povera madre, la bonalma di mia suocera, Sabbellina – requie a lei – si disperava a vederlo fare il gagà senza amore di fatica. E poi, lo sappiamo, portava quella brutta nominata di femminaiolo. Poi, lo sapete, s’incapricciò di me, che ero una bella giovane e mi voleva più di uno, e per me fece la fesseria che fece.

Io, sì e no, lo avevo visto una decina di volte in tutto, qualche volta che uscivo al corso per lo struscio della domenica. Vedevo che mi menava l’occhio, ma proprio a lui stavo a pensare io? Ma quello continuava a menare l’occhio. Io però facevo come mi diceva mia madre: non guardare i maschi e tira a dritto; sono loro che devono venirti appresso. Inutile: io dico sempre che mia madre è stata sempre di cervello fino: niente scuola ma a ragionare non la fregava e non la frega manco un avvocato di Bari. Figurati mio padre: non appieda proprio con i cervelli di mia madre.

Il cacchio di Ronzino, però, era tosto e se ne fregava proprio di quello che pensava e diceva mia madre e tirava a dritto pure lui, per la strada sua. Dapprima mandò un’ambasciata a mio padre con Chelino il capraro: il ragazzo vuole mettere la capa a posto; si è incapricciato di Pasquina e vuole fare le cose giuste.

Sì, hai ragione: tutti i matrimoni fatti con il capraro sono stati sfortunati. Menomale che io non ne volevo sapere.
Mio padre come che si voleva calare, lui, ma mia mamma niente, oh! manco se la sparavano in petto. Io poi, come ho detto, nemmanco per sogno, ché poi allora mi sognavo una notte sì e l’altra pure Amedeo Nazzari, da quando lo avevo visto la prima volta al cinema con Catene, dove lui faceva Gugliemo e Ivòn Sansòn faceva la moglie sfastidiata da quel maltraccio del vecchio amore Emilio. Ogni tanto mi sognavo che moriva la moglie o che se ne scappava con Emilio e lui si prendeva a me, altro che Ronzino! Solo a vedere quei baffi mi venivano i caldacini.

Poi una sera mio padre ci dice che, la domenica appresso, vuole andare a fare visita ai compari di Bitritto. E così la domenica mette sotto la mula con lo scerabballo per portare a mamma, a me e a mia sorella piccola Nenetta a Bitritto, a fare la visita ai compari suoi di matrimonio.

Sì, proprio quelli, i compari di matrimonio di mio padre e mia madre, che sono di Bitritto, per il fatto che mio padre da giovane andava lì a caricare la farina al mulino.

Insomma, ci vestiamo da domenica e ce ne andiamo. Sulla via del Camposanto, non vediamo Ronzino con altri due compagni sopra alle biciclette? Mi mena l’occhio e viene appresso alla scerabballo fino al capostrada, dove lui e i compagni girano da una parte e noi andiamo dall’altra parte. Mia madre, che ha visto tutto il film, si mette a cantare la vita a Ronzino e a tutta la famiglia fino alla settima generazione, fino a quando arriviamo alla casa dei compari.

Le pastine, il rosolio, le chiacchiere, come si va? statevi a mangiare con noi.
Tip tap, la mula prende la via di casa; mio padre ogni tanto ci dà gli ordini: «carico avanti» alle salite, «carico dietro» alle discese: il mulino, il curvone, la lama, l’inchianata del Crocifisso, il camposanto…

Aiuto! Aiuto si mette a gridare mamma quando vede uscire da dietro al camposanto Ronzino e i compagni che si mettono davanti alla mula. Ronzino fa alt con la mano sinistra, perché nella destra tiene una sorta di rivoltella. S’è messo un fazzoletto colorato davanti alla bocca, così come i suoi compagni. Per non farsi conoscere, lui non dice manco una parola e parla con la mano per dire: voglio che Pasquina deve scendere dallo scerabballo, se no sparo e faccio lo sfracello.

Mia sorella piccola si mette a piangere; mamma si mette a pregare; mio padre si mette le mani ai capelli; la mula ci guarda da sotto la cavezza senza capire quello che sta succedendo. Manco io lo capisco, però faccio come mi dice mio padre: scendo dallo scerabballo con le viscere attorcigliate dalla paura.

Parlando sempre con la mano, Ronzino fa la mossa a mio padre che se ne deve andare e mio padre dà una botta di staffile alla mula.

Eh, è una parola! Volevo vedere a voi, che volevo vedere!

Ronzino allora si toglie il fazzoletto, si mette in tasca la pistola e mi fa salire sulla canna della bicicletta, con la capa sua vicino a quella mia. Uèh! Da camposanto alla casa della sorella sposata mi dice quattro parole, ma quattro parole come che a dirle era Amedeo Nazzaro nella parte di Guido a Ivòn Sansòn nei “Figli di nessuno”, quando al principio loro due si vogliono pigliare ma quella strega della mamma di lui non vuole perché loro sono ricchi e quella è povera disgraziata.
Certo è che, quelle quattro parole, come che se l’era imparate a memoria da qualche libro, mi fecero passare la paura.
No, no; è inutile che me lo domandate. None. Non ve le posso dire. Il cuore se l’è imparate a memoria e non vuole saperne di dirle agli altri. Devono stare chiuse dentro al cuore come dentro a un portagioielli finché che campo; stabbe’? Che volete da me? Io sono fatta così.

Una cosa è certa. Ronzino non è proprio quello che dicevano gli altri ma quello che dico io: un faticatore, garbato e onesto ed è stato capace di farsi perdonare da mia madre e da mio padre. Non subito ma dopo che mi partorii della prima figlia femmina e, anziché chiamarla Giovanna, come la madre sua ch’era morta, la chiamammo Rachele, come mia madre.
Insomma, cara commara Santella e cara commara Rosa, non si può mai dire quello che sta dentro al cuore e dentro alla capa dei cristiani e poi non è vero che le cose d’amore succedono solo dentro al cinema, anzi mi penso che certe volte è il cinema che piglia dai fatti nostri le storie sue.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzetta Necrologie