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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Novelle contro la paura

Un’iniezione di elisir e sono tornato bambino

Nicola Simonetti racconta un... misterioso virus

Nicola Simonetti

Nicola Simonetti

Una foschia gialla grava sulla città e l’aria umida schiaccia la calura opprimente. Una nave è ormeggiata nel porto mentre il faro occhieggia ed ai naviganti lontani stringe il cuore. Là, sulla radura, un castello, truce, un maniero dai riflessi scuri che si staglia, sull’orizzonte che vedo, lo mutila, lo imbruna. E dalle sue spalle, lampi di luce iridescente, or gialli or neri, figure amletiche che le nubi disegnano. Una fitta boscaglia lo circonda. Nella notte una finestra si illumina e fumo scuro esce dal camino e mi sembra – sarà la paura - sentire voci e lamenti provenire da questo maniero misterioso. Sulla strada, una pattuglia di carabinieri. Se mi fermassero, sarebbero guai. Scappo da una «zona rossa» a causa delle infezioni da coronavirus. Non devono vedermi. Imbocco il viale del castello, quindi il portone.

La paura dei carabinieri, ma anche la curiosità, lo spirito di avventura, la speranza di farla franca da un sicuro isolamento, dalla quarantena, esami, sospetti, accuse di chi mi tratterebbe da «monatto». Entro, poggiandomi ad un bastone nodoso, aiuto per il cammino, difesa possibile, offesa ipotetica. Tetro l’ingresso, così come lo scalone che porta su, non so dove. All’improvviso, un voce, tetra anch’essa, mi sorprende
- Signore, chi cerca?
- Il signor padrone. È la prima risposta che mi spunta sulle labbra.
-Mi segua. Entro, così in un laboratorio con tavoli ingombri da microscopi e tante ampolle. Alcune sono piene di un contenuto rosso-nerastro che mi pare sangue. Un brivido mentre un signore (il dottore?) occhialini piccoli pince-nez, che nascondono a malapena occhietti perfidi, color verde-grigio, freddi.
- Si accomodi, mi dice mentre un lieve suono di sirena riempie il silenzio assoluto che ci circonda.
-… allora lei è il candidato che ha risposto all’inserzione della «Gazzetta del Mezzogiorno»? Bene. Si avvicini. Alla mia riluttanza, due energumeni, richiamati dal suono della sirena, mi si avvicinano e mi immobilizzano sulla non comoda poltrona posta di fronte al medico (?) il quale si alza di scatto e – siringa in mano - si appresta a farmi un prelievo di sangue venoso. Lo fa. Non mi fa male. Non disinfetta, aspira sangue e, poi, posato un batuffolo secco di cotone, mi ordina: «Piega il gomito e stringi forte, non parlare». Mi guardo attorno mentre il dottore (?) manipola la provetta a forma di ampolla nella quale ha versato il mio sangue. Mi ignora mentre io non riesco a muovermi. Gli energumeni mi sono accanto come due angeli custodi o, meglio, due diavoli-sbirri. Dò una sbirciato sul tavolo ricolmo di libri, alcune aperti, altri chiusi che mostrano il proprio titolo.

Capisco che si tratta di esperimenti sul sangue umano e sui cadaveri, che, qui, si eseguono ricerche sull’elisir di lunga vita (un titolo lo chiarisce), sulla giovinezza perenne (altro titolo). Un brivido mi avvolge pensando che, dopo il sangue, questo medico-pazzo potrebbe sperimentare sul mio cadavere. Minuti che sembrano eternità mentre la sera cede il passo alla notte.
Silenzio, tenebra, nessuno più è nella stanza, avvolta dall'oscurità mentre il vento fischia tra le fronde degli alberi. Furtivamente mi alzo, senza far rumore, raggiungo la porta ma essa è maledettamente sprangata. Palpeggiando le pareti compio il perimetro della stanza e – fortuna! – c’è un piccolo passaggio aperto. Lo supero ed ecco, una fioca luce illumina un aitante signore magro, capelli fluenti e sopracciglia biondo-cherubino, ben rasato, disteso sulla poltrona. Per età, lo classificheresti, al massimo agli inizi degli «anta». Mi guarda. Ha occhi vivi, pelle del volto liscia, rosea, bocca carnosa. Mi invita, con un gesto a tacere ed avvicinarmi.

Una mano invisibile mi spinge verso di lui. Avvicinandosi al mio orecchio, bisbiglia: «Chiunque tu sia, aiutami. Sono il conte Marius Velasquez, padrone di questo castello e di quanto lo circonda. Se mi aiuterai, metà della mia proprietà sarà tua. Ho 128 anni e son qui, in questa stanza, da 62, prigioniero di un patto con il dott. Ulla Venanz. Una iniezione al giorno e vita assicurata. Ma non mi è consentito vedere, parlare, comunicare con nessuno. In quel cassetto c’è tutto». Lo apro e leggo «Contratto privato avente valore di documento pubblico. Io, Marius Velasquez…, mi impegno a rimanere in questo castello senza uscire né vedere o comunicare con alcuno. Il dott. Ulla Venanz si impegna a somministrami una iniezione al giorno (estratto modificato geneticamente di siero di sangue, denominato “emofitavix”, denominazione in attesa di deposito, come pure la procedura è in attesa di brevetto) prelevato da persona giovane e sana, ben sapendo che l’interruzione delle iniezioni significherebbe dolori e morte in pochissimi giorni. Io sottoscritto cedo, in cambio, metà della mia proprietà e, dopo morte, il mio cadavere per eseguire gli accertamenti necessari alla definitiva dimostrazione della validità dell’ emofitavix quale elisir di gioventù perenne». E poi: «L’interruzione dell’esperimento sarà deciso di comune accordo quando il dott. Venanz avrà acquisito tutti gli elementi per dimostrare la validità della propria scoperta». Quando finisco di leggere, guardo il «giovane» vegliardo e gli chiedo: «Come potrei aiutarti?»
- Io, come ben vedi, sono legato a questa poltrona e non posso muovermi. Mi sento in forma e, ogni giorno, mi concedono cyclette, trampolino elastico, massaggi. Mi sento un leone ma… in gabbia. Basta. Nello sgabuzzino, alla tua destra, nel freezer, ci sono alcune ampolle nelle quali c’è un liquido giallastro. Tu devi svuotarle a metà nel lavandino e sostituire quello che versi, con acqua del lavandino.
- In tal modo, la cura non sarà più efficace.

Mi accingo a farlo ma la porticina del freezer non riesco ad aprirla, come non ci fosse apertura. E, invece, c’è. La scorgo, cerco di forzarla ma, all’improvviso, parte un suono lacerante e sgabuzzino e stanza si illuminano. Arrivano due, tre e poi quattro persone. Mi circondano, strattonano, immobilizzano rinchiudono in uno stanzino. Dopo poco, entra, minaccioso, il dr. Venanz. I suoi occhi sono ancor più vitrei e mi minaccia di morte.
- Devi dimenticare quel che hai visto!
Mi fa immobilizzare, mi inietta in vena, alla piega del gomito, un liquido rosso-vinaccia. Mi addormento. Esco dal castello.

Un’aria frizzante mi sveglia. L’ “emofitavix” (cioè il sangue che fissa la vita), l’elisir di giovinezza, di vita lunga? Affronto la pattuglia. Mi interrogano, mi scrutano… ed è subito tampone. E io mi scopro all’improvviso una voce da bambino...
- Mamma, dove sei?

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