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È uscito di scena senza fare in tempo a vedere riaprire il suo Barium. Teatro chiuso, ironia della sorte, per il contenimento dei contagi. Non è bastato a salvare la vita a Gianni Colajemma.

«Ho perso l’amico, il confidente, il papà che tutti avrebbero voluto avere, a cui bastava uno sguardo per capirti, che sapeva essere presente e lo faceva in punta di piedi, nascosto dietro una telefonata per dirti un banale “buonanotte, mi raccomando”. Il vuoto che lascia è troppo grande, grande quanto lui. Si chiude un sipario triste nella mia vita».
Gianmarco Colajemma butta giù tutte d’un fiato le parole per dipanare il dolore per la scomparsa del padre. Gianni Colajemma era uno dei più amati protagonisti del teatro popolare e vernacolare, “artigiano” di una baresità ruspante e forte, forte ma non abbastanza da non essere travolta dal virus.

Colajemma si è spento a soli 62 anni. «Purtroppo è risultato positivo al Covid ai primi di marzo - racconta Gianmarco - per un peggioramento siamo stati costretti a ricoverarlo. Era la domenica delle Palme». L’artista combatteva da qualche tempo contro una malattia del sangue, ma «era sotto controllo con una chemioterapia di mantenimento». Un paziente fragile, dunque, fragilissimo. Ma che non era stato ancora vaccinato perché, tragedia nella tragedia, quando ha contratto il virus le categorie fragili non rientravano ancora tra le priorità. «Ma non ho voglia di strumentalizzare nulla, non biasimo nessuno - commenta il figlio dell’attore -. Ho visto medici e infermieri piangere sconfitti alla fine del turno di lavoro. So delle migliaia di lettere di richiesta d’aiuto che hanno spedito alle alte sfere. A loro non si poteva chiedere di più, so quanto hanno fatto per mio padre, un uomo sempre pronto ad aiutare e consolare il prossimo. Che ha dato la sua vita per il teatro e per i baresi, in difficoltà e non. Un uomo umile, con l’animo di un bambino».

Una famiglia unita, la moglie Gigia e tre figli, una ragazza, un fratello musicista e cantautore e poi Giancarlo, 30 anni ad ottobre, che da tempo affiancava il padre Gianni nella gestione del teatro Barium, quel gioiellino creato nel 1986 dall’artista con Carmine De Liddo , in arte Mino Barbarese, suo sodale fino al 1990, anno in cui la storica coppia si divise, lasciando il timone solo a Gianni Colajemma. Con la sua inconfondibile chioma arruffata, la mimica facciale e quei suoni gutturali che anticipavano e scatenavano irresistibili risate.

«Un maestro, persona umile, stupenda e spesso triste, come sanno esserlo solo i teatranti di fronte alla scarsa importanza che spesso gli riserva la loro stessa terra», lo ricorda Renato Ciardo, figlio di Gianni Ciardo e anche lui attore cabarettista e musicista (fa parte, tra l’altro, del gruppo Rimbamband). «Il mio primo spettacolo l’ho fatto proprio nel suo teatro, si intitolava “Non fa niente che fa freddo ma la musica è bella”: nacque lì il personaggio Michele delle Battagliere. Recitavo in due ruoli, il futuro Michele si chiamava Gaetano ed era amico di Gianni Colajemma. L’altro personaggio era Noffrino Sansonetti, davvero esistito nella città vecchia. Abbiamo anche fatto assieme un corteo storico di San Nicola, nel 2000. Gianni era una persona buona, davvero».

Difficile non volergli bene, non affezionarsi alla voce ruvida da fumatore incallito. «Una persona per bene dai valori sani e che amava più di ogni cosa la sua Bari», commenta l’hair stylist Silvia Palattella. Colajemma è stato suo cliente. «Amava le cose giuste, fatte con criterio, una persona silenziosa ma con tante cose nascoste nel suo silenzio. Non mancava mai di infondere coraggio».

La stima anche di chi non aveva mai lavorato con lui testimoniava la sua cifra umana e professionale. «Non abbiamo mai lavorato insieme, non per scelta, ma perché entrambi molto impegnati con le proprie compagnie. Ma mi sarebbe piaciuto», dice l’attore barese Nicola Pignataro. «Ho conosciuto Gianni verso la fine degli anni ‘80. Lui e Mino Barbarese avevano trasformato una vecchia e malandata piccola discoteca in un accogliente teatro di periferia. Cominciava allora l’epopea dei "piccoli teatri" dopo i successi del "Piccolo" di Eugenio D'Attoma e del "Purgatorio" gestito da me. Mi invitarono ed andai a vederli in una commedia comica molto divertente. Avevo già avuto loro notizie. Gianni che, in duo con Rita Binetti iniziava a distinguersi come comico, e Mino, che avevo già sentito come cantante in un altro duo che si faceva chiamare: “I Barbaresi” da cui poi il suo nome d'arte che sostituì il “Carmine Di Liddo” all’anagrafe. Il loro successo, anche se non rapidamente esplosivo, cresceva sempre più.

Avevo capito che il loro era un vero talento che doveva trasformarsi in professionismo. Infatti ci riuscirono anche se Mino lasciò il Teatro Barium per la tv e Gianni caparbiamente continuò la difficile avventura del teatro di periferia. Riuscì piano piano a trovare un posto di tutto rispetto nel mondo dello spettacolo. Ora i due, se ne sono andati, per uno strano scherzo del destino, Mino a 62 anni raggiunto dopo qualche anno da Gianni che ha atteso, penso per omaggiare un destino parallelo, anche lui i 62 anni, forse per non fare un torto al suo amico e collega di sempre».
Nemmeno Uccio De Santis, altro comico barese partito dal teatro, aveva mai lavorato con Colajemma.

«Ma ci stimavamo molto - sottolinea - andavo volentieri a vedere i suoi spettacoli. L’ultima volta l’ho incontrato solo due mesi fa, all’ingresso del teatro Piccinni: registrava la sua commedia. Pochi come lui hanno dato così tanto alla sua città».
Nel 1991, Colajemma aveva fondato la compagnia teatrale Manifattura Tabacchi Barium con la quale aveva prodotto, interpretato e diretto un vasto repertorio di commedie di grandi autori del panorama barese, come Vito Maurogiovanni, Rocco Servodio, Bartolomeo Sciacovelli, Mino de Bartolomeo, Rosaria Barracano e Nicola Gemma. Tra i primi a dare notizia della sua scomparsa su Facebook, sabato mattina, è stato proprio il sindaco, Antonio Decaro. «Oggi questo maledetto virus si è portato via un altro pezzo della nostra città».

E invece no. Troppo doloroso, pensare che possa spegnersi così la luce di un artista. E se l’attrice barese Lia Cellamare sorride immaginandolo semplicemente in una interminabile tournée, per Renato Ciardo «sarà andato a fumarsi una sigaretta, magari a trovare il suo amatissimo San Nicola». Perché il Covid non lo sa, ma un artista non muore mai.

TRENT'ANNI DI PALCOSCENICO - Trent’anni di palcoscenico insieme, tra la fatica creativa delle prove, l’allestimento delle scene, la cura puntuale dei costumi, gli spostamenti in tour, il debutto, il dopoteatro e una valanga immensa di affetto del pubblico, tutto condiviso per una vita. Lucia Coppola è per Gianni Colajemma quello che era Pupella Maggio per Eduardo De Filippo. Complice sulla scena e attorno alla scena, confidente, compagna ideale di un affiatamento tale che «ci capivamo al volo - racconta ancora incredula l'attrice cinquantanovenne - senza bisogno di parlare, anche quando uno dei due inventava una battuta fuori copione e l'altro, automaticamente, gli reggeva il gioco, gli faceva da sponda».
L’attrice, costumista e scenografa del teatro Barium e della compagnia, confessa: «Molti ammiratori, nel tempo, ci hanno scambiati per marito e moglie, e in effetti in tre decenni non ho perso nemmeno una stagione al fianco di Gianni - racconta - nemmeno quando mi sono dovuta sottoporre alla chemioterapia e sono andata in scena con la parrucca, nella commedia Un barese a New York 1. A settembre scorso - e qui la voce è incrinata dal pianto - gli dissi che, per i 30 anni di carriera insieme a lui, avrei voluto organizzare una grande festa».

La festa non c’è stata ma il cuore e la mente della artista barese sono traboccanti di fotogrammi, sapori, aneddoti e anche di sogni relizzati. «Nell'estate del 1991 - Lucia riavvolge il nastro - una mia amica, il soprano Rosa Ginaldi, mi disse che Gianni Colajemma cercava un’attrice per la sua compagnia, per il ruolo di Marietta nella commedia di Vito Maurogiovanni Chidde dì du 188 (Quei giorni del 188, affresco di personaggi che gravitano attorno a una casa di piacere in via Dante 188, nella Bari degli anni ‘30, ndr). Avevo 29 anni, i bambini piccoli e non avevo mai recitato, anche se sentivo forte la passione per il teatro. Mi presentai al Barium e lui mi fece leggere un testo ma alla fine decise che non ero pronta per il ruolo della protagonista. Mi affidò la parte secondaria della cantante del Politeama. Qualche giorno dopo, era il 5 settembre, mi telefona, “vieni a teatro, ti devo dire una cosa importante”. Insomma, il ruolo di Marietta era mio».
Da allora il sodalizio si consolida sempre più, la seconda commedia Aminue amare (Mandorle amare), sempre di Maurogiovanni, va in scena il 12 ottobre. «Per coincidenza, la trama parla di una famiglia proletaria che durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale si rifugia inconsapevolmente nei sotterranei del Petruzzelli - ricorda la interprete - e un paio di settimane dopo, il 27 ottobre, il Petruzzelli fu distrutto dall'incendio».

La scalata verso il successo non è facile per la squadra di artisti guidati dal capocomico poco più che trentenne. «All'inizio a volte le prenotazioni scarseggiavano e appena squillava il telefono i nostri occhi si illuminavano. Ne nacque un tormentone, u telefn, u telefn!, e la prendevamo a ridere».

Poi arriva l'onda lunga dei pienoni, dell’affetto consolidato del pubblico barese che apprezza Colajemma anche come regista del corteo storico di San Nicola. Devoto in modo viscerale del Patrono Taumaturgo, a sentire la sua prim’attrice aveva un rapporto specialissimo con la gente di Bari vecchia. Io stessa ho imparato alcuni accenti ed espressioni tipiche del nostro vernacolo durante le prove costume dei figuranti della Sagra di maggio», afferma.

Una delle esperienze più avvincenti della compagnia fu la trasferta negli Stati Uniti a ottobre del 2018. In un teatro di Staten Island, nella Grande Mela, Colajemma e la sua squadra rappresentano Un barese a New York 1 e 2 davanti a un pubblico divertito e commosso di baresi e molesi di seconda, terza e quarta generazione. Di quella trasferta facevano parte anche Vittoria Amore, Luca Mastrolitti, Maria Schino e Federica Antonacci. «Era sempre preoccupato che la commedia piacesse, anche dopo tanti anni di esperienza, e anche quella volta, durante il volo per gli Usa, si mostrava ansioso che ogni dettaglio fosse al suo posto, come un giovane studente alla vigilia di un esame importante».

L’ultimo impegno professionale, ai primi di febbraio scorso, sulle tavole del teatro comunale Piccinni: la registrazione video di due celebri secondi atti, quelli di Chidde dì du 188 e Aminue amare, proprio le commedie dell’esordio di trent’anni prima. Colajemma, Coppola e Antonella Radicci, gli attori in scena, e i tecnici, ovviamente, si sottopongono al tampone prima e dopo. Andranno in onda stasera su Telenorba, in un omaggio al maestro scomparso.

Il regista e autore da circa un anno era in cura per un linfoma. Nelle ultime settimane il contagio da Covid, rivelatosi fatale. «L'ho sentito per l’ultima volta la domenica delle Palme, il 28 marzo. Vorrei concludere questa mia testimonianza citando una frase che lui ripeteva spesso a fine spettacolo o in varie altre circostanze, c'ama fa', aveva scì d'acsì, che dobbiamo fare? doveva andare così». (Carlo Stragapede)

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