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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Lolita Lobosco, «Quella finta cadenza accende il popolo social»

Lolita Lobosco, «Quella finta cadenza accende il popolo social»

Il giudizio del «dialettologo» Felice Giovine

23 Febbraio 2021

Ugo Sbisà

Premiata dagli ascolti record, ma non dal mondo dei social che, sin da ieri mattina, si è diviso nei giudizi sulla fiction di Rai1 dedicata a Lolita Lobosco, la commissaria nata dalla penna della scrittrice barese Gabriella Genisi. Se infatti la maggior parte dei commenti ha apprezzato una fotografia in grado di valorizzare Bari e i suoi luoghi, è stata la parlata barese a dividere gli animi fra quanti (moltissimi) l’hanno trovata innaturale e al limite del caricaturale e chi invece (pochi e in alcuni casi... partigiani) l’ha difesa a spada tratta con dotte argomentazioni. Inevitabile allora fare ricorso al parere di un esperto come Felice Giovine, fondatore dell’Accademia della Lingua barese, per non dire vero e proprio ayatollah del dialetto dei fedeli di San Nicola, oltre che depositario, insieme con pochi altri, della sua più corretta grafia.


«In tutta sincerità - premette Giovine - ero molto più attratto dagli appuntamenti sportivi proposti in Tv che non da Lolita. Però ho fatto un po’ di zapping e devo dire che quanto ho ascoltato non mi è piaciuto molto o, almeno, non mi ha convinto».


Quindi, Giovine, se dovesse dare un voto alla baresità televisiva di Lolita Lobosco, la promuoverebbe o no?
«Più che altro mi incuriosisce un altro aspetto: un tempo, nei film cosiddetti di cappa e spada, c’erano dei maestri d’armi che insegnavano agli attori come muoversi nei duelli e lo stesso accadeva con le armi a fuoco. Non capisco perché, più in generale, non si faccia lo stesso con la lingua quando bisogna dare a un personaggio delle caratterizzazioni regionali».


Eppure questa volta un coach c’è stato. E si è anche invocata la categoria del «dialetto bastardo», cioè quasi immaginario...
«Resto della mia opinione e aggiungo che al di là della lingua, continuiamo ad andare avanti con troppi stereotipi: la focaccia, la birra, le sgaliozze. Ben altre sono le peculiarità che contribuiscono a definire l’identità non solo linguistica dei baresi».


Ce ne suggerisca qualcuna.
«L’ironia, quella satira un po’ ruvida che ne esprime la concretezza, un certo approccio disincantato con la realtà...».


A questo proposito, qualcuno ha osservato che un termine di paragone linguistico e caratteriale più credibile per modellare la baresità del personaggio sarebbe stato Checco Zalone.
«Ed è verissimo, perché Checco-Luca Medici incarna lo spirito del barese verace. Impossibile non riconoscerlo e non riconoscersi in lui».


Invece il popolo dei social ha giudicato severamente l’inflessione barese di Lolita, ritenendola come un ritorno al passato, agli anni in cui Lino Banfi spopolava parlando un dialetto quasi immaginario.
«Ho seguito il dibattito sui social e in buona parte lo condivido, ma non andrei a scomodare Lino Banfi, anche perché in realtà lui ha italianizzato una parlata, una cadenza, in un’epoca in cui la Puglia era priva di riferimenti storici».


A cosa si riferisce di preciso?
«Alla Commedia dell’Arte, che ha canonizzato una serie di parlate regionali con le sue maschere. Checché se ne dica, una vera maschera barese non è mai esistita, per cui sulle scene ognuno si è creato la propria identità. Ci sono voluti il teatro e il cinema perché ci riconoscessimo in qualcosa di simile ai nostri dialetti».


E quindi?
«Ecco, mi allontano da Lolita e lo dico chiaramente: al dialetto barese è mancato ciò che per il napoletano è stato Eduardo. Intendo qualcuno che con la propria lingua, i propri versi, fosse capace di esprimere l’animo di un popolo in ogni suo dettaglio. Il problema non si limita alla pronuncia autentica, ma è molto più profondo».

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