Domenica 19 Aprile 2026 | 19:02

Dacci oggi la nostra paura quotidiana

Dacci oggi la nostra paura quotidiana

Dacci oggi la nostra paura quotidiana

 
Michele Mirabella

Michele Mirabella

Uno, uno, diamine che dicesse che la colpa è, soprattutto, di chi delinque e, non solo, di chi non glielo impedisce

Domenica 19 Aprile 2026, 16:05

È inutile far finta di niente. Si ha paura. Si prova con il sesto senso, ma si infila malignamente nel sentire quotidiano, nella fatica del tirare a campare della cosiddetta “persona comune” e, anche, nel placido, ma tremante, bel vivere dei più fortunati. La paura viaggia da un assurdo esibire la modernità, interpretata dallo sfrecciare di automobili mostruose come carri armati, un tempo tambureggiante nelle violenze inaudite, perché immotivate e gestite dalla gratuità del teppismo ringhioso, quando non musicata dalle sparatorie metropolitane nel centro delle città e non prerogativa dei vicoli del gigantesco falansterio metropolitano.

Paura provocata dallo spasmodico terrore del vicino, del prossimo tuo, suo, vostro, nostro, perfino buttata là, in un’occasione minuscola e quotidiana, come un’ombra nella cadenza delle cronache, infilata sulla punta di un ombrello. La paura.

A scuola ci parlavano di cupezze del medioevo e la nostra fantasia incolume da provocazioni reali, nell’operoso dopoguerra, faceva fatica ad immaginarle. Si pensava ad esasperazioni didattiche del volenteroso professore, ansioso di schiarire le nostre aspettative col rigoglioso rinascimento. Le cupezze medioevali, quella caligine di timori, rassegnazioni, sgomento che turbava i progenitori nelle pur ariose albe comunali o nelle intatte campagne dove il solo fumo era quello dei focolari. Eppure di secoli bui si parlava e insegnava. Non solo a scuola.

Cosa dovremmo dire oggi? Oggi che si registra la criminale, efferata e gratuita violenza mossa da minorenni non solo ai compagni di classe che, già sarebbe orribile, ma, anche, contro gli insegnanti che ne escono accoltellati, se va bene. Nelle scuole del tempo futuro come si destreggerà il maestro a raccontare, nell’ora di Storia, questi tempi triviali e delittuosi? Cattivi, cupi, rissosi? Idioti. Come spiegherà che la ferocia dei comportamenti individuali rasentò nei primi decenni del terzo millennio dell’Era Cristiana i limiti dell’intollerabile?

Qualche studente della fine del millennio dovrà compilare una tesi di laurea in futuribili atenei interplanetari, sul caso nel truce nostro tempo, di un giovane padre falciato e ucciso da cinque assassini intenti nella lapidazione di una vetrina. Mentre placidamente passeggiava in una strada di una città italiana si permise di rimproverare i teppisti. Gli assassini sono cinque giovani europei che pretenderanno di non essere puniti, in forza della giovane età. Per me, questa, è un’aggravante.

Lo afferma anche il disperato pianto di un bambino che esorta il corpo ucciso di suo padre a risvegliarsi. Intanto scorrazzano i ragazzi lapidatori improvvisati confondendosi nel traffico automobilistico.

Il docente del futuro narrerà ai suoi pacifici fanciulli l’assurdo del chiunque che parcheggiava l’automobile (in nota lo scrittore del futuro spiegherà che cos’erano e come erano fatte e che cos’erano i parcheggi) dovunque, ma soprattutto dove meglio e più malvagiamente ostacolava il prossimo e la sua incolumità. Sono pronto a consegnare allo storiografo del futuro un quaderno di note utili al suo aspro lavoro. Ho visto camion in doppia fila in strade del centro storico sbuffanti veleni dai tubi di scappamento e ostacolare centinaia di cittadini nel loro semplice camminare. Ho visto motorette avventarsi sui marciapiedi con due teppisti a bordo per infastidire i passanti. Ho visto ignorare i semafori con voluttà. Ho visto albe di notti brave illuminare strade e piazze colme di rifiuto e bottiglierie. La chiamano “movida”. Ho visto, ma, soprattutto sentito, rumori, urla e schiamazzi fino a tardissima ora impedire pacifiche pause di riposo ai cittadini non nottambuli. Ho visto e sentito, e provato sulla pelle, la maleducazione violenta, il pulviscolo cattivo della volgarità per strade e piazze, la sciatteria bieca di insolenti venditori abusivi, la pervicacia della maleducazione infierire sulla convivenza civile. Ho visto gare automobilistiche svolgersi nelle strade di città, ho visto tornei di motociclette prive di silenziatori ai motori giganteschi svolgersi con più successo delle processioni. Ho visto tagliare alberi, dissodare aiuole, imbrattare monumenti, avvelenare l’aria, dilapidare siti archeologici, cementificare il mare, spiantare muri cimiteriali, basolati preziosi e antichi, distruggere muri vecchi di secoli, amputare statue e sfregiare chiese e conventi per addobbare ville private. E fin qui ho visto e mi sono cupamente immalinconito. Ma ho sentito anche gente prendersela con le autorità e le forze dell’ordine. Uno, uno, diamine che dicesse che la colpa è, soprattutto, di chi delinque e, non solo, di chi non glielo impedisce. Costui ha il dovere di fare quello che può. Il terrorista quotidiano, l’imbecille ordinario frequentatore della nostra vita di tutti i giorni ha il dovere di non delinquere. E non ha scuse. Prima che a reclamare ordine e pulizia siano quelli che non hanno a cuore la democrazia, bisogna che ci pensi lei stessa, la democrazia.

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