Domenica 01 Marzo 2026 | 16:38

La vita su altri pianeti e gli astronomi Caldei

La vita su altri pianeti e gli astronomi Caldei

La vita su altri pianeti e gli astronomi Caldei

 
Michele Mirabella

Michele Mirabella

Nei libri di storia si appalesavano, i Caldei, con un’invadenza un po’ insolente, ad ogni piè sospinto, in Mesopotamia. Popolo insonne, dedito alle scoperte e alle invenzioni

Domenica 01 Marzo 2026, 14:00

Un astronauta che lambisse la nostra galassia su una astronave spinta da vele solari avrebbe la sensazione di aver viaggiato per ‘appena’ otto anni; nel frattempo, però, per la legge della relatività di Einstein, sulla Terra di anni ne sarebbero trascorsi 800. Figuriamoci se l’astronave volesse raggiungere i sette pianeti simili alla Terra di cui oggi si favoleggia! Ne ha fatta di strada l’astronomia dopo la sua affermazione grazie ai Caldei.

I Caldei. Forse i primi a fare tutto. Soprattutto nel campo inesplorato delle scienze. Nei libri di storia si appalesavano, i Caldei, con un’invadenza un po’ insolente, ad ogni piè sospinto, in Mesopotamia. Popolo insonne, dedito alle scoperte e alle invenzioni. Anche la scrittura cuneiforme fu opera loro. Ma, soprattutto, fondarono la disciplina del sapere che oggi si chiama astronomia, anche se l’intrapresero come astrologia che, ai tempi, passava per scienza. Ora serve solo ad attaccare la conversazione in salotto. Non accontentatevi delle informazioni lacunose che ho fornito. La Treccani ne sa molto e fornisce una dotta dissertazione sui Caldei e sulla loro sapienza che si spinse a studiare il cielo stellato e, forse, a dare per scontato che non fossimo soli.

Ho ricordato gli astrologhi Caldei quando lessi della scoperta fatta dagli scienziati, astronomi della NASA, di sette pianeti somiglianti alla Terra. Stavo per dire «nostra Terra». In verità non è nostra per niente: diciamo che ce l’abbiamo in usufrutto. Ma, in troppi, la trattano malissimo e la stanno distruggendo. Forse questi incoscienti contano di trasferirsi, prima o poi, altrove e abbandonare la madre Terra al suo destino, quello di continuare a ruotare intorno al sole, lasciando abbrustolire la sua superficie spogliata della vegetazione, inaridita intorno ai suoi fiumi disseccati o, alternativa niente affatto migliore, annegata da un oceano privo di vita, puzzolente di petrolio e plastica. Forse è questa la ragione dell’euforia accesasi alla notizia dell’individuazione di sette pianeti che potrebbero essere in grado di ospitare la vita così, noi terrestri, la concepiamo, se non l’hanno già fatta nascere e accudita così come la povera Gea, come la chiamavano i Greco-Latini, ha tentato di fare con l’umanità. Saranno riusciti i sette lontani gemelli del nostro pianeta ad accudire i loro usufruttuari?

Forse i Caldei si appassionarono tanto allo studio del cielo proprio nel tentativo di negare la solitudine dell’uomo e della donna, nell’universo e narrare ai posteri la favola bella di altre creature nell’immensità delle galassie, percepite come compagni di viaggio nel breve errore della vita. Solo che indugiarono a raccontar fiabe sui simbolismi dello Zodiaco, ossessionati della mania di misurare tutto con l’incerto cervello umano. Meglio hanno fatto i Greci che, almeno, riuscirono a concepire i miti lasciando al «logos» la chiara volontà di sapere e l’ostinazione luminosa nel conoscere sé stessi in quanto uomini e donne, temporanei abitanti del pianeta Terra, investiti della santa incombenza di lasciarlo vivente e prospero ai tutti gli uomini e donne a venire.

Hanno congetturato, forse, la nostra esistenza, gli altri esseri viventi in lontane Terre, incastonate nel latte di Giunone. Gli antichi, infatti, nel mito, narravano del dilagare biancheggiante della Via Lattea come il disperdersi quieto del latte dal seno di Giunone, balia divina e inconsapevole perché dormiente, dopo la poppata cosmica del neonato Ercole, ingordo, ma sazio.

Nelle latitudini celesti immaginarono altri a loro simili? Certo, visto che non li affliggeva l’onere della prova, né l’ostinazione dello scientismo. Narravano miti. Lo facciamo anche noi. E ci sentiamo tiepidamente rassicurati della notizia che non siamo soli nell’universo, anzi negli universi, visto che i pianeti che sembrerebbero ospitali sono lontani da noi una quarantina di anni luce. Considerando la velocità della luce, provate a calcolare la distanza di questi mitici sistemi «solari», per dar loro una definizione famigliare.

Provate voi perché il calcolo mi atterrisce. Per conto mio, lascerei agli eventuali nostri simili, abitanti nei pianeti come il nostro, di venirci a cercare, di venire a farci visita. Forse non hanno ancora sviluppato la loro scienza e la loro tecnologia e stazionano nel tempo analogo in cui, sulla Terra, alacremente si davano da fare i Caldei e, dunque, non sono stati ancora in grado di accorgersi dell’umanità che s’affatica sul nostro pianetino e di noi che non ci curiamo della sua salute.

O, forse, sono arrivati a dare un’occhiata nel nostro cielo perché autori e interpreti di una straordinaria evoluzione scientifica e tecnica in grado di far loro scavalcare la immane distanza, fatta di stelle e nebulose, ma, visto che abbiamo ridotto la nostra Terra un letamaio, hanno deciso di ignorarci e di proseguire verso altre mete. Che peccato! L’ultima volta che erano arrivati si erano invaghiti di noi. Si, quando parlavamo il Caldeo o, perché no, il latino.

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