Domenica 05 Aprile 2026 | 18:53

Il medico di famiglia dall’ipocondriaco

Il medico di famiglia dall’ipocondriaco

Il medico di famiglia dall’ipocondriaco

 
Il medico di famiglia dall’ipocondriaco

Michele Mirabella

Che importa se si sono fatte le dieci di sera, se è domenica di Pasqua e se il dottore ha appena avuto un figlio. All’ipocondriaco interessa il medico di famiglia e non la famiglia del medico. E il dottore, stremato, arriva

Domenica 05 Aprile 2026, 15:30

Abbiamo formulato freneticamente il numero del cellulare, senza bisogno di consultare prima l’agenda: lo ricordiamo a memoria, naturalmente. Comunque è segnato dappertutto, sulle rubriche, sul calendario di Frate Indovino, sul termosifone, sul libro delle ricette. Sul telefonino abbiamo anche l’immagine del dottore in camice bianco e sorriso implorante.

Tuuu, tuuuu, tuuuu. Non risponde. E che fa, è uscito di sabato sera? E per andar dove con questo tempo da lupi? È vero, fa freddo, un freddo che giustifica ogni vittimismo, ci sono 11 gradi in questa serata di latitante primavera, ma non si può mai sapere. Meglio non fidarsi, il raffreddore è sempre in agguato, per non parlare dell’influenza. Tuuu, tuuu, tuuu.. Finalmente. «Pronto». La voce del medico è calma al limite della sonnolenza. Finalmente. «Dottore ho un terribile prurito al fianco destro, ma anche al fianco sinistro. Ora che ci penso: anche al torace». Senza neanche salutare snoccioliamo i sintomi che hanno innescato la telefonata.

«Dottore che sarà?» Vogliamo la visita del medico di famiglia, il benemerito. Lo abbiamo chiamato, abbiamo tentato anamnesi e racconto dei sintomi al telefono, abbiamo reclamato immediatamente diagnosi, terapia e prognosi. Poi quel quotidiano eroe della pazienza ci ha fermato con una proposta: «Non mi pare niente di grave. Domani pomeriggio sarò da lei». Ma a noi non basta: domani pomeriggio? Così tardi? E noi come passiamo la notte? No, subito deve venire, subito. Non accettiamo ragioni. Che importa se ha da fare, se sta per andare a letto, se è stanchissimo, noi siamo più importanti. Insistiamo, insistiamo e insistiamo ancora dopo che il dottore ha già detto che verrà, il tempo di vestirsi e uscirà.

Come vestirsi? Come sarebbe vestirsi? E che è, nudo? Ma come si permette di non essere in camice bianco anche alle nove di sera, a casa sua, magari seduto a cena con la famiglia con i guanti di gomma? Si muova, ne va della nostra pelle, della nostra salute.

E ricomincia la tiritera sulla fremente individuazione di ipotesi patologiche, forti di memorie famigliari per denunciare avverarsi di foruncolosi o di pancetta scoperta cambiando i pantaloni da incipiente primavera. Tutti quei brufoli, poi, quei dolori che stringono come una cintura non ci lasciano in pace e non può essere come dice lui, il medico, roba da poco, da tanto poco che ne possiamo parlare domani, con calma. Come, con calma? E che ne capisce lui?

Lo lasci decidere a noi se ci vuole calma o fregola. Intanto si precipiti. Che importa se si sono fatte le dieci di sera, se è domenica di Pasqua e se il dottore ha appena avuto un figlio. All’ipocondriaco interessa il medico di famiglia e non la famiglia del medico. E il dottore, stremato, arriva. E comincia la puntuale procedura: le domande, la visita meticolosa, la palpazione, l’auscultazione, il rituale dei respiri e dei colpi di tosse, il trentatré, eccetera eccetera.

E il dottore medita, riflette, bofonchia. Prende tempo. Sorride. E quando sorride cambia i tempi del suo fare e del suo muoversi: si affretta con gesti spediti e sicuri, rassetta membra e organi, ripone ferri e strumenti, chiude astucci e valigetta. Poi sentenzia. E lì, a quel punto arriva la liberazione del malato vero e il sollucchero voluttuoso dell’ipocondriaco deluso. Il malato vero, rassicurato, rifiata, ascolta e pondera. Rivestendosi medita buonissimi proponimenti e guarda con gratitudine il medico che sentenzia che non si tratta del fuoco di Sant’Antonio, ma di un semplice eczema. Poi gli regala l’uovo di Pasqua con sorpresa. Diciamo la verità: in cuor nostro pensiamo che sia merito suo, del nostro fidato medico di famiglia se non è il Fuoco di Sant’Antonio, abbiamo fatto bene ad insistere perché venisse.

Per l’ipocondriaco è diverso: «E colpa sua», del dottore, se non è il Fuoco di Sant’Antonio. Adesso lo liquida con un grazie frettoloso e incredulo e, appena sarà uscito, chiamerà un altro medico. Mica ci vorremo accontentare del primo parere. Noi ipocondriaci militanti tanto diciamo, facciamo e ci lamentiamo finché non troviamo un luminare che ci dia retta squadernando un serio e rigoroso pessimismo. Magari chiameremo un medico che è il cognato dell’avvocato che cura gli interessi dei vicini di casa dell’onorevole Taldeitali: è un po’ più giovane e non sorride troppo. E poi è ambizioso. Lui si, che le malattie le sa trovare. Ma è tardi, è domenica, per giunta, di Pasqua, il dottore abita all’altro capo della città. L’ipocondriaco, spietato telefona. Intanto il prurito sta passando. Ma non c’è da fidarsi. Può essere un effetto placebo. Gli ipocondriaci sono fantasiosi ed espertissimi.

Nell’attesa della visita, il nostro guarda la televisione saltellando da una rete all’altra. Su Rai Play c’è «Elisir» in replica. Cambia canale. All’ipocondriaco non piace: quelli lì sono troppo equilibrati, troppo rigorosi, troppo rassicuranti.

Poi, figuratevi! È la Santa Pasqua.

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