«Stamo tutti bene!» urlò quel tale quando, sventolando una risma di carte, ritornò nel vicolo, trionfante. Era successo che, per risparmiare sulle spese del laboratorio d’analisi o sui ticket, il protagonista della storiella sapida aveva consegnato all’esame delle urine un bottiglione, un «boccione», come dicono a Roma, contenente i reperti urinari, diciamo così, di tutto il vicinato. Il responso fu collettivamente consolatorio: «Stamo tutti bene». Il narratore non specifica, nel citare la picaresca vicenda, se i donatori di urina abbiano largheggiato nella donazione o abbiano fatto finta per non svelarsi dedito ai fischi di vino. Comunque, ipotizzo considero trattarsi di un centinaio di cittadini.
Certo, il rigore statistico era brutale e sommario, ma si trattava solo di una barzelletta. Di una liceale barzelletta che mi torna in mente mentre rileggo le conclusioni degli studi sulla nostra salute globale e sulla salute degli Italiani, particolarmente. Non c’è male, proprio non c’è male: si campa più a lungo e si campa meglio. Ignoro i sistemi di rilevamento, il metodo d’accertamento e i criteri d’indagine, ma, dato che la fonte, le fonti, sono serie e attendibili, penso che non avranno fatto ricorso al «boccione» di pipì, ma a scientifici rigori statistici, a prelievi più credibili. Insomma, mi fido.
Riassumere i dati sarebbe superfluo perché sono certo che l’ipocondria collettiva avrà fatto sì che, tutti coloro in grado di leggere un giornale, si compiacciano delle belle notizie sulla salute italica e sulla, cosiddetta, speranza di vita che ci porta ad aspettarci di poter invecchiare tutti serenamente. Invecchiare molto e bene. Anzi meglio. In solo dieci anni, quelli a partire dal 2015 la vita media, per esempio, è aumentata di più un anno. Un solo meraviglioso anno.
Ma, allora? Cos’è quest’ansia affannosa, questo profluvio di informazioni e trattazioni sulla salute? E questa ipocondria collettiva e non più coccolata nell’intimo di una privata frustrazione, ma squadernata su tutti mezzi di comunicazione? Gli è, forse, che è decaduta la fatalistica rassegnazione che portava l’umanità a considerare già una fortuna che si riuscisse a nascere e a sopravvivere al trauma di ogni essere umano a cominciare dal parto, vicenda resa indimenticabile nell’inconscio, ma presente nel medesimo come felicità ancestrale. Pensate, amici lettori: io sono un gemello di una donna. Dunque, son nato insieme a mia sorella.
La fortuna riguardava nell’antichità figli e madri. Se, poi, si riusciva a campare dignitosamente fino a cinquant’anni si era degni del laticlavio, tanto rara era la faccenda. E non sto parlando solo dei secoli prima di Cristo, quando Tucidide ebbe modo di narrare della pestilenza durante la guerra del Peloponneso e, con sgomento speranzoso, registrare la peste non replicante e l’incomprensibile immunità dei pochi sopravvissuti. E non alludo alle penombre del Medioevo, agli stiracchiamenti dell’età dei lumi o di quella dei sospiri della modernità ottocentesca. Ma ricordo i prodigiosi traguardi scientifici del tempo nostro: studiando il tema, scopro le conquiste dell’umanità e non di quello o di quell’altro mondo, da cento anni fa ad oggi. E delle sconfitte, perché no? Parlo di certe magagne imperdonabili della logistica degli ospedali, la sciatteria di certe amministrazioni, l’affollamento scoraggiante il rifugiarsi nel sistema nazionale frantumato dall’applicazione incomprensibile del titolo Quinto della Costituzione che ammette su questi temi, la autonomia delle Regioni. Spesso si contempla il mistero del turismo medico interregionale cui si ricorre per «stare tutti bene».
Ma torniamo al mondo che è diventato una vera schifezza maleodorante, ribollente di polluzioni, venti velenosi, disgeli lugubri. Nonostante tutto, la vita media accettabile in quantità d’anni, ma, anche in qualità, dei popoli evoluti è enormemente aumentata. Aspettiamo di essere raggiunti dagli altri. E, invece, ci sono Stati che li aggrediscono in guerra.
Le condizioni igieniche sono faticosamente migliorate, le risorse alimentari sono salutari e abbondanti, anche troppo, in certe scelte plaghe del pianeta che condannano altre frontiere affamate al titolo di «terzo mondo». Ignoro se sia stato rubricato anche un mondo secondo. La medicina ha fatto progressi clamorosi. È innegabile. Ma, è anche innegabile che tutte queste meraviglie riguardano i popoli evoluti, progrediti e ricchi. E i poveri? I poveri sono ancora troppo malati, affamati, terrorizzati dall’effimera, troppo effimera porzione di vita che tocca loro in sorte. Nessuno ha il diritto di considerarsi fortunato per la sua vita lunga, sana, spesso obesa, e serena se qualcuno, anche solo qualcuno langue infelice e malato nello stesso mondo che abitiamo. Non sarà che paghiamo un prezzo troppo alto in inquinamento e ingiustizia proprio perché stiamo bene solo in pochi?
«Stiamo tutti bene!» assumerà un altro significato nel grande vicolo del villaggio globale.














