Lunedì 09 Marzo 2026 | 23:17

Perché è necessario andare a votare

Perché è necessario andare a votare

Perché è necessario andare a votare

 
Michele Mirabella

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Michele Mirabella

referendum costituzionale

«Scrivevo sulla Gazzetta il 13.11.2016: La dittatura della maggioranza. Così, credo, si sia espressa la filosofia antica che si occupava di politica, non “aliquando“, ma spesso, a proposito della democrazia»

Domenica 08 Marzo 2026, 15:50

17:13

Così scrivevo sulla Gazzetta il 13.11.2016: «La dittatura della maggioranza. Così, credo, si sia espressa la filosofia antica che si occupava di politica, non “aliquando“, ma spesso, a proposito della democrazia. Su quella ateniese, si sono sparsi retorica e malintesi volti a nobilitare la democrazia moderna, quella edificata dopo la Rivoluzione francese, ma, prima ancora, indagata, più che costruita, dalla civiltà inglese dopo la “magna carta.” La democrazia moderna. Come non ritirarmi, sgomento, davanti alla mole dell’argomento reso attuale dalla vicenda delle elezioni statunitensi? La tentazione di liquidare la problematica con la rassegnata constatazione che le contraddizioni sono moleste per la Ragione e per le ragioni del cuore, esiste, ma va respinta qualche riflessione a partire da quella, paradossale, di Churchill il quale avvertiva essere la democrazia il peggiore dei sistemi politici, a parte tutti gli altri che sono ancora peggio. Come non sorridere? Come non smarrirsi e smarrire l’ottimismo registrando un dato singolare è stupefacente: a rigore di conteggi e, nel rispetto della computisteria del numero degli elettori, la pretendente al trono americano Clinton II (Hillary I), ha ottenuto circa trecentomila voti in più del suo antagonista Donald I. Quanto le preferenze di Andreotti nel Frusinate, faccio per dire. Eppure Trump ha vinto per le regole del sistema elettorale americano che, in qualcosa come 47 Stati, sono dettate da un maggioritario esoso e granitico.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America sarà in carica dal 20 gennaio 2017 al 20 gennaio 2021. Ma le regole sono regole e vanno, come tutti i cittadini dabbene sanno, rispettate prima, durante e dopo le consultazioni elettorali. Soprattutto dopo. Poche chiacchiere. Va anche rispettato il diritto dei cittadini dissenzienti a protestare contro il destino cinico e baro, contro la malasorte, contro il sistema maggioritario, contro la sfortuna, contro il maltempo, contro le idee del vincitore e i suoi programmi. Come dar loro torto, avendoli, il Trump, squadernati con permaloso accanimento a destra e a manca. Soprattutto a destra, diciamolo. Ma una riflessione si impone, una domanda, più che altro. Si può, in democrazia e, per giunta in quella antica democrazia che ha una costituzione magnifica che annovera anche il diritto dell’uomo e della donna alla felicità, mettersi a urlare che il vincitore delle elezioni non è il proprio Presidente?

La mia è solo una domanda, diciamo, una perplessità. Sarei curioso di domandare ad ognuno dei partecipanti alle manifestazioni di protesta che, in migliaia, hanno affollato le strade delle grandi città americane, se siano, o meno, andati a votare. In questo caso hanno accettato, votando, le leggi e le regole che le applicano. Se, puta caso, non sono andati a votare, allora il caso è palesemente paradossale e impone una domanda. Perché non hai votato per il candidato che poteva diventare il tuo Presidente? Se lo avessi fatto, oggi, potresti andare a spasso, invece di affaticarti al freddo ad informarci che il Presidente eletto non è il “tuo” presidente.

In un vecchio libro di Urania, la mitica raccolta di narrativa fantascientifica degli anni cinquanta, un libro di cui, ahimè, non ricordo il titolo, si raccontava di una vicenda americana di esasperazione del metodo statistico. Principiava con la individuazione, da parte di studiosi di sociologia, di indagini di mercato e di esperti di statistica, prima dello Stato, della contea, poi del villaggio che rappresentava con precisioni scientifica la volontà di tutti i cittadini americani. Insomma, si narrava che si sarebbero potuti risparmiare milioni e milioni di dollari (degli anni ‘50) evitando le elezioni, consultando i trecentocinquanta sette abitanti del villaggio delle “pancia” statunitense. Ma la cosa non finiva così. L’autore (non ricordo neanche il suo nome) si spingeva oltre nel curioso racconto e narrava di un esperimento ancora più paradossale: nel villaggio individuato come perfetto laboratorio socio-antropologico e perfetta riproduzione in piccolo degli USA, veniva individuato addirittura il cittadino, uno solo, che poteva esprimere il sentire autentico di tutti gli Americani. Tutti. Da quel momento si poteva decidere di interpellare questo “quidam de populo” ogni quattro anni per scegliere il Presidente degli USA. Non ricordo come finisse l’incubo. Ricordo, però, che mi domandai (ero un adolescente) come avrebbero fatto se costui avesse deciso di NON andare a votare. Avrebbero, certo, licenziato gli statistici e demografi per tornare alla vecchia cara democrazia. Quanto a noi, forse faremmo meglio a cacciare gli acuti osservatori poliglotti, gli esperti di politiche e i sondaggisti. Si vada a votare».

Oggi, 6 marzo 2026, mentre scrivo, anzi, trascrivo, la televisione informa del Presidente Trump e della sua guerra atroce, come tutte le guerre, per cominciare la quale non c’è stato bisogno di andare a votare. Negli Stati Uniti. Il resto del mondo non è stato consultato.

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