«Ognuno sta solo sul cuore della terra». Avvertiva il poeta. E precisava: «trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera». Per smentirlo, amaramente, interviene la rassegnata resa, anche dei lettori di Quasimodo, all’ineluttabilità della connessione. Sul cuore della terra sta tutta l’umanità stipata nel raggio di uno squillo del cellulare, detto «telefonino», nel perimetro raggiungibile da un «messaggino», da una «voce» degli antipodi che ci fa gli auguri, ci insulta o avverte della sua esistenza in vita, dilatando quell’horror vacui che chiamiamo esistenza globale o, solo, ti vuole mettere a parte di una qualsiasi volgarità.
Volgarità intesa anche come nozione che sostituisce la forma al contenuto che svanisce nel cambio, amplificando il nulla. E il vecchio, leggendario, paradosso di Mc Luhan è realizzato: «il mezzo è il messaggio». Il mezzo non officia la sua missione di «trasmettere» messaggi di ogni scrittura della vita privata e sociale, no. Il mezzo assevera sé stesso, trasmette sé stesso e la sua invadente e insostituibile potenzialità.
Dunque, non solo, come avvertiva Zygmunt Bauman, «Consumo, dunque sono», ma «sono perché sono connesso». Per far che cosa, per svolgere quale funzione umana indispensabile, è problema spaesato. È la società dei consumatori. Questa, come sempre nella storia, terrorizzata dalle escatologie fatali amministrate da religioni che ne attutivano il terrore, prima. Poi affideranno, finalmente, alla fede cristiana il soave messaggio della speranza e si è data il precetto della ricerca della felicità.
Così vaticinarono. Ma, oggi, la felicità, è diventata un diritto e un obbligo che necessitano della sostituzione della soddisfazione dei desideri naturali con l’entità di questa soddisfazione. Il fine ultimo dell’esistenza è questo e la «modernità» del progresso malinteso esige la perentoria sottomissione alla tribalità globale che arruola le genti del primo e del secondo mondo. Gli altri mondi, l’altra gente, si affrettino a comprare un telefonino. I rapporti umani sono stati trasformati in merce, merce cibernetica che va consumata anche a costo di trasformare l’individuo in utente e, in quanto tale, sciolto da legami famigliari o sociali. La società dell’armonia dei vecchi utopisti diventa la sfera sonora che emana l’immane brusio delle chiacchiere in cui affoga l’alibi della comunicazione.
Come insegnano i classici, quelli antichi e i moderni, la comunicazione che va praticata è quella che mette in comune informazioni e saperi da condividere come precetto filosofico e della premura per il progresso umano, del pianeta, quello fatto di acque e terre e popoli e genti. E le antenne, pubbliche possibilmente, necessarie e pacifiche.
Di queste avremmo bisogno, al netto delle chiacchiere universali e del marasma con le sue manifestazioni di vita quotidiana, i vizi e i vezzi di micidiale futilità a cui fece riferimento il Papa sociologo Francesco, suggeritore di un moderno galateo. Non mancarono, nel suo, come dire, motu proprio bonario, i riferimenti a scene di vita quotidiana. Invitava, se non ricordo male, a spegnere il cellulare, «almeno mentre si mangia, nel convito famigliare», a ripudiare la connessione e a preferire il ragù ad Instagram, la croccante frittura di scoglio all’invadente Facebook. E privilegiare la conversazione, la parola, i discorsi, anche le chiacchiere, al mutismo solitario di convitati ebeti e distratti. Alle prese solo con la ciarla scema della connessione.
In tutte le epoche la cultura del sociale ha provveduto, ad escogitare misure giuridiche, galatei, culture antropologiche, atte ad armonizzare le incessanti invenzioni, le nuove scoperte, i risultati della fatica della scienza e della tecnica con i modi del vivere insieme. Emblematica, per questo, la rassegnazione di Galilei a tergiversare nel difendere le sue scoperte purché «la notte fosse chiara» (Galilei di Brecht). Non erano, non sono stati, meccanismi faticosi e autoritari, comunque, non solo frutto di artifici legislativi. Era il realizzarsi di una coscienza politica che sapeva distinguere il progresso dalla civiltà in itinere. Bisogna seguire le ansie di intellettuali e politici saggi (ve n’è da qualche parte), che interpretino con moderna e serena moderazione il tempo a venire. Come intuì il Cardinale Bellarmino, non basta buttarla in politica e raccomandare ai governi d far pagare le tasse ai capitalisti della intelligenza artificiale. Deve esser scritta una pagina della storia e della cultura del pianeta.
Gli stati faticano a farsi pagare le tasse dalle potenti multinazionali del moderno capitalismo informatico che gestisce con esosa e segreta procedura lo sviluppo di questo affare d’oro. Mi auguro che ci riescano e che riescano pure ad imporre la serena armonia delle leggi a garanzia dello sviluppo della civiltà, anche a scapito di quel progresso esoso e cupo che sta attento solo all’accumulo dei beni economici come fine unico dell’esistenza. Non collettiva, ma individuale. Lo ha scritto un sociologo: Max Weber.










