Se sapessi farlo, cinguetterei sulla «rete»: «Grazie, Signor Presidente Mattarella, grazie per la serena compostezza del suo intelligente operato». Si tratta di grande saggezza che, da Italiano, ravviso nell’operato del Capo dello Stato. Saggezza impeccabile. La considerazione che desidero condividere con i miei lettori, mi porta a ricordare un altro Presidente, Azeglio Ciampi, che dimostrò, in due occasioni, considerazione e stima per il mio lavoro. In una di queste, un concerto al Quirinale che dovevo presentare, ritenne che i miei suggerimenti avessero risolto dei seri problemi. In una riunione si accese la polemica, una di quelle che sorgono nelle emergenze, quando la colpa è sempre di altri, che rumoreggiava e il Presidente, il Ciampi laureato in Lettere, mi sussurrò: «Jules Renard scrisse un pensiero straordinario: “Les bourgeois, ce sont les autres”. I borghesi sono gli altri». Ne sorrisi e Ciampi annesse alla citazione la nota bibliografica. E bisbigliò: «Il libro è: “Per non scrivere un romanzo. Diario 1887-1910”».
Oggi, in questo tempo inquieto, mi torna in mente la preziosa confidenza che citava lo scrittore e aforista francese, ricordato soprattutto per l’opera semiautobiografica Pel di carota. Renard contemplava il suo mondo della fine del 1800, un mondo pieno di “altri” indaffarati ad accumulare, speculare, sfruttare. E affollato, anche, di onesti lavoratori, idealisti, integerrimi cittadini puri e contemplativi, artisti, dediti tutti al bene comune, a concimare l’Utopia, a fondare la società dei Liberi e degli Uguali. Il sole dell’avvenire è sorto, calato e risorto un’infinità di volte, ma gli «altri» sono sopravvissuti a guerre e dopoguerra, ai muri crollati, alle prime repubbliche, al traffico, alle rivolte, al tramonto delle ideologie, al consumismo, alle epidemie, alla «intelligenza artificiale» nascente. A tutto. Gli «altri». Sono sempre lì, testardi, tracotanti, invadenti, corrotti: a impedirci il bene comune, la giustizia, il benessere, la pace sociale, le discariche dell’immondizia e i piani antisismici. E le riforme costituzionali. Aiuto!
E sono sempre più numerosi e variegati. Forse ai tempi di Renard erano di meno e più omogenei. Oggi la scelta è imbarazzante. Gli «altri» si disperdono in guerre e guerriglie in tutti i comparti della società liquida e ce li troviamo davanti insidiosi e cocciuti a perseguire la lotta al buon senso. Il nostro buon senso. S’intende che quei cocciuti che non sono altro, gli «altri», l’ostacolano, non lo comprendono, lo deridono con spocchia. Gli «altri» vogliono il proporzionale e altri «altri» vogliono il maggioritario. Gli altri vogliono il «sì», gli altri vogliono il «no», secondo il talk show dove si discute. Gli altri guardano una televisione becera. Gli altri non vanno a teatro. Gli altri votano male. Gli altri vogliono il caos. Gli altri non rispettano le leggi. Gli altri parcheggiano in doppia fila. Gli altri sono la prima repubblica e la seconda repubblica. Gli altri fanno affari sporchi. Gli altri vogliono che si chiuda un occhio. Gli altri sporcano, inquinano, danneggiano. Gli altri non studiano. Gli altri fanno raccomandazioni che altri accolgono per altri che vogliono fregarci il posto.
E qui siamo ad «Altri» pericolosi: quelli che vogliono il posto, non il lavoro. Perché, dice l’altro, «a quell’altro si e a me no?» E che? Sono più fesso? Senza dire che ci sono, poi, altri che vogliono direttamente lo stipendio indipendentemente dal posto. Ci sono aziende, in questo Paese benedetto, piene di posti occupati da gente che lavora pochissimo o in mansioni esuberanti e misteriose. Ne ho avuto il dubbio, qualche anno fa, chiacchierando con il Presidente di un immane ente pubblico, che mi confidava inorridito di aver imparato, assumendo l’incarico, che dopo il precipitoso alleggerimento del personale incentivato a pensionamenti impuberi, il costo del lavoro di quell’azienda era rimasto immutato se, addirittura, non si era elevato.
Segno che c’erano molti posti e pochissimo lavoro.
Questa non è che l’eredità della repubblica degli «altri», dicono. Perché gli altri (ma noi dov’eravamo? A studiare, a scrivere rime baciate, a comporre musica, edificare la Città del Sole?) hanno voluto un Paese di Bengodi dove imperano i «poteri forti» che non si sa bene che cosa siano e da chi impersonati e posseduti. Hanno, questi, in combutta con altri «altri« voluto una Patria dove l’importante era la guazza del dispendio a portata di mano, il poco, maledetto e subito, a costo di portare il livello del debito pubblico a livelli mostruosi: la cosa costituisce ancora una macchia nell’orizzonte della nostra economia. Economia che non cresce, anzi. Un debito che qualcuno, prima o poi, dovrà pagare. Gli «altri», naturalmente. Questa volta saranno i nostri figli e, perché non basterà, i nostri nipoti. Ciampi, in un bel discorso ai giovani disse: «Il domani sarà quello che voi sarete!». Speriamo che non siano «altri».
















