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La ripresa partendo dal lavoro

Fac Simile della carta di credito

Nell’ambito della Financial Stability Review la BCE ha di recente evidenziato come i rischi per la stabilità finanziaria, nella fase di uscita dalla terza ondata pandemica, restano elevati e potrebbero concentrarsi su alcuni Paesi dove le imprese sono maggiormente indebitate. Con la graduale rimozione delle misure di sostegno alle imprese - avverte la Bce - "non si possono escludere tassi d'insolvenza considerevolmente più alti rispetto a prima della pandemia, specialmente in alcuni Paesi. Ciò a suo volta può mettere sotto pressione gli emittenti sovrani e le banche che hanno fornito sostegno alle aziende durante la pandemia".

È ragionevole attendersi che i rischi paventati dalla BCE possano interessare anche il nostro Paese ove si consideri che la pandemia di Covid-19 ha colpito l’economia italiana più di altri Paesi europei e che, nel 2020, il prodotto interno lordo si è ridotto dell’8,9 per cento, a fronte di un calo nell’Unione Europea del 6,2 (cfr. PNRR).

La crisi, peraltro, si è abbattuta su un Paese, il nostro, già <<fragile>> dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, dove il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito tra il 2005 e il 2019 dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione, aumentando nel 2020 fino al 9,4 per cento.

Ad essere particolarmente colpiti sono stati donne e giovani; l’Italia è il Paese dell’UE con il più alto tasso di giovani non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione e con un tasso di partecipazione delle donne al lavoro molto al di sotto della media europea e, questi divari risultano ancora più accentuati nel nostro Mezzogiorno.

Per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della crisi pandemica, alle strategie economiche a medio lungo termine previste nell’ambito del piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) tese al miglioramento della produttività, della competitività anche a livello internazionale e alla stabilità macroeconomica, l’economia reale nazionale e quella del mezzogiorno in particolare richiede interventi immediati e straordinari che portino ad una ripresa rapida e allo sviluppo delle nostre attività economiche (nessun settore escluso). Tali interventi non possono restare circoscritti all’erogazione di sporadici ed esegui indennizzi alle imprese, né, benché meno, alla concessione di prestiti che, per quanto coperti da garanzia statale, si traducono di fatto in un ulteriore indebitamento (a medio lungo termine) per gli operatori economici.

La forza della ripresa sta nell’immediato riavvio delle attività economiche (molte delle quali già in affanno prima ancora di essere colpite in modo più significativo dalla pandemia) e nell’incremento del risultato economico operativo e dei flussi finanziari che si potrebbero alimentare, prioritariamente, attraverso misure di sostegno del costo del lavoro, alternative rispetto agli istituti tradizionali (prestazioni economiche erogate a favore dei lavoratori temporaneamente sospesi dall’attività lavorativa).

Si rende necessario, dunque, un cambio di paradigma: dalla misura di sostegno della cassa integrazione a quello che si può ribattezzare come un << reddito di sviluppo>>.

In sintesi: nella situazione attuale, lo Stato italiano sostiene i dipendenti delle imprese in difficoltà con un contributo pubblico (cassa integrazione), lasciandoli a casa. In una nuova e diversa prospettiva, lo Stato potrebbe utilizzare lo stesso contributo pubblico per remunerare il costo del lavoro sostenuto dagli imprenditori, scongiurando i licenziamenti attesi alla data dello <<sblocco>> ed evitando gli ulteriori aggravi sulla spesa pubblica rappresentati anche dalle indennità di disoccupazione.

In che modo? Lo strumento ipotizzato è quello di una Carta di credito – nel rispetto del Trattato di Lisbona art. 128 lett. a) e b) - che gli imprenditori utilizzerebbero esclusivamente per sostenere ed in modo tracciato il costo del lavoro.

I vantaggi che ne deriverebbero sarebbero molteplici:

1) creazione di occupazione e contenimento dei licenziamenti e del lavoro sommerso

2) regolarizzazione del pagamento di imposte, tributi locali e debiti finanziari da parte di imprese, lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, mettendo così in sicurezza il sistema bancario e i conti dello Stato italiano

3) normalizzazione dei tempi medi di incasso dai clienti e dei tempi medi di pagamento dei fornitori, migliorando il fabbisogno finanziario

4) ripresa dei consumi

5) contenimento della fuga dei cervelli in paesi diversi dall’Italia

6) sviluppo del capitale intellettuale nell’ambito della nostra economia, sviluppando il settore della ricerca

Il reddito di sviluppo, congiuntamente all’auspicabile moratoria a lungo termine della debitoria fiscale consentirebbe: (i) alle imprese di svolgere la propria attività sfruttando l’intera capacità produttiva, di remunerare la forza la lavoro e realizzare progetti di investimento, anche nel comparto della ricerca, tali da renderle più competitive sul mercato nazionale ed internazionale; (ii) di immettere liquidità nell’economia reale, consentendo una rapida ripresa dei consumi, ecc.

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