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L'intervista

Pandemia e licenziamenti spinosi, Veneto: il problema resta l'avviamento al lavoro

Pandemia e licenziamenti spinosi, Veneto: il problema resta l'avviamento al lavoro

Il giuslavorista: abbiamo perso anni e ora tutto il dibattito si riduce solo ai provvedimenti difensivi

26 Maggio 2021

Leonardo Petrocelli

BARI - Professor Gaetano Veneto, avvocato e ordinario di Diritto del Lavoro, come giudica la mediazione trovata sul blocco dei licenziamenti?
«Onestamente faccio fatica a definirla una mediazione. Mi sembra una formula che lascia completamente insoddisfatte le parti più deboli, cioè aziende in crisi e lavoratori in cassa integrazione».

Qual è il problema?
«Il cuore del problema è che tutta la discussione è ormai ridotta a due soli elementi: blocco dei licenziamenti e cassa integrazione. Sfortunatamente il problema non si risolve così, rinviando all’infinito una decisione che però non sposta gli equilibri profondi della questione. Anche perché arriverà un punto in cui il tappo salterà e le aziende tenteranno di uscire dalla crisi tagliando i lavoratori superflui. E a pagare saranno, come sempre in un sistema squilibrato come quello italiano, i soggetti più fragili: donne, giovani e le realtà del Mezzogiorno. Si tratta di un salto nel buio perché le forme di garanzie e tutela sono tutt’altro che chiare».

Cosa è mancato dunque?
«È mancato e manca ancora un serio intervento sull’avviamento al lavoro. Rendiamoci conto che l’unico tentativo è stato quello dei navigator che hanno drenato risorse pubbliche senza però recare soluzioni concrete di cui non si vede l’ombra. Sarebbe stato necessario adoperarsi, ma non da ora, almeno da due anni, al palesarsi della crisi pandemica. I provvedimenti difensivi sono necessari ma risultano insufficienti se non accompagnati da una azione che intervenga sul sistema».

Resta il fatto che se salta il tappo del blocco si rischia una catastrofe...
«Ma non c’è dubbio. Il blocco deve essere prolungato ma non serve se, accanto a questo, non si procede a una riforma seria»
In realtà, in questa fase si parla di riforme a tutto tondo, dalla giustizia al fisco, ma di lavoro non discute granché.
«E questo è un problema enorme perché le emergenze sono ovunque, dall’ex Ilva a Stellantis, e tutte dello stesso tipo. L’Italia che lavora, immersa nella competizione globale, è ormai una catena di cig senza prospettiva e lo Stato spende soldi a pioggia per finanziare attori inquinanti o improduttivi ma senza visione di lungo periodo. Non è solo il lavoro, però. Prendiamo la scuola: anche qui si naviga a vista cercando di sanare tutto con qualche concorsone dell’ultimo momento. Vale lo stesso ragionamento per la sanità o per le politiche fiscali».

A proposito di fisco cosa ne pensa della proposta del segretario del Pd, Enrico Letta, di una «dote» ai giovani attraverso una patrimoniale?
«Letta si è lanciato avventurosamente in questa proposta e ha fatto bene perché se non altro scuote gli animi. Non credo che i giovani si siano innamorati di questa battaglia ma non importa, il tema è stato posto. Per trovare denaro, però, servirebbe anche qui una riforma di ampio respiro che intervenga su quella piaga gigantesca che è l’evasione fiscale. Miliardi e miliardi su cui non si riesce a metter mano. E siamo sempre allo stesso punto».

Il Recovery cambierà questo andazzo?
«Di certo la fase attuale impone di metter mano al sistema con riforme strutturali e questo è un bene. Il punto è: chi controllerà? L’Europa, certo, ma è necessario che rimanga anche Draghi per qualche anno proprio per evitare che tutto declini come sempre accade nel nostro Paese».

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