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Perinetti riaccende il motore: «Il calcio si gioca in campo»

Perinetti riaccende il motore: «Il calcio si gioca in campo»

«Giustissimo fermarsi, ma va trovato il modo per riprendere»

In 48 anni di calcio non gli era mai capitato un periodo del genere. Giorgio Perinetti ne ha viste tante nel mondo del pallone. Un universo che, tra mille soddisfazioni (dagli inizi nella Roma di Dino Viola alla lunga militanza in A con il Siena, alle promozioni nella massima categoria con Bari, ancora Siena e Palermo, fino al doppio salto con il Venezia riportato in B dai dilettanti) e qualche delusione (ha lasciato il Genoa la scorsa estate), ama profondamente. Al punto da soffrire nel profondo nel vederlo fermo ed insicuro sul futuro in questo frangente di emergenza sanitaria, a causa della pandemia da coronavirus. Il manager romano analizza la situazione a tutto tondo, con un occhio particolare al Bari.

Giorgio Perinetti, il coronavirus ha inferto un colpo ferale al calcio?
«Purtroppo a tutto lo sport. Siamo di fronte ad una piaga epocale, ad una calamità davvero assimilabile ad una guerra. Incredibile nel 2020 assistere a un dramma di tali proporzioni. Era inevitabile che lo sport si fermasse. Lo sport, però, è saldamente tra i primi dieci motori del Paese ed il calcio in particolare è la terza industria nazionale. Occorre trovare il modo di sostenere tali comparti».

Si discute molto sul da farsi: chiudere le stagioni in anticipo, provare a ripartire. Lei come la pensa?
«L’epidemia non consente ancora di lanciarsi in programmi precisi. Ritengo che l’impegno debba mirare a ripartire, possibilmente rispettando i regolamenti in vigore. A patto che si ricominci in sicurezza. Non importa quando si giocherà, ma si deve provare a proseguire la stagione in corso, soprattutto ai massimi livelli, per provare a contenere il danno economico che può scaturire ad esempio dalla mancata contribuzione sui diritti televisivi. Senza dimenticare le eventuali sequele che potrebbero derivare da decisioni a tavolino o da classifiche cristallizzate allo stato attuale. Galliani ad esempio ha ipotizzato una soluzione alla sudamericana giocando in estate e disputando il prossimo torneo da febbraio. Ecco, dobbiamo valutare tutte le ipotesi, anche queste idee».

I club di Lega Pro, però, sembrano fermi sulla posizione di non riprendere.
«È di certo la categoria più complessa. I presidenti delle società fanno calcio per mecenatismo: è inevitabile che debbano dare priorità alle loro aziende. Non sono ottimista sulla possibilità che il torneo riprenda, anche se l’impegno dovrebbe comunque essere in tale direzione. Se, tuttavia, dovessero venir meno i presupposti, allora si dovrebbe quantomeno trovare un modo per garantire il meccanismo di promozioni o retrocessioni».

Che cosa pronostica a tal proposito per il Bari?
«Se si tornerà in campo, la squadra biancorossa ha dimostrato di avere tutte le capacità per centrare la promozione, anche se si dovesse passare dai playoff. Parliamo di un club appena promosso dalla D che ha dovuto ristrutturarsi del tutto. Eppure, è secondo, reduce da 25 risultati utili, allenato da un tecnico capace e dotato di un organico completo. La pausa potrebbe nuocere più a chi non possiede tutte queste doti, rispetto ai galletti».

E se invece il torneo si fermerà?
«Beh, in tal caso penso che il Bari abbia concretissime possibilità di essere comunque promosso. Non si potrà ridurre il numero delle promozioni: sarebbe una violazione del format. E allora bisogna tener conto che i pugliesi sono attualmente la migliore seconda della C. Senza dimenticare che purtroppo l’attuale crisi rischia di mettere in seria difficoltà moltissime compagini di serie B. Non vorrei mai augurarlo, ma se per caso dovesse verificarsi una rinuncia o un default societario, è scontato che il Bari possieda la forza societaria ed ogni requisito per avanzare la sua candidatura ad un ripescaggio».

Quale potrebbe essere la prima misura da prendere adesso?
«Qui non mi riferisco solo al Bari, ma all’intero sistema. L’atleta vive di prestazioni: se lo si ferma troppo a lungo, rischia seriamente di sfiorire. Penso al modello tedesco: se si possono utilizzare centri sportivi, rispettare le norme igieniche ed essere previdenti, ritengo che si dovrebbe dare la possibilità di riprendere gli allenamenti. Ne va davvero della tutela delle carriere di tanti ragazzi che, dopo questo dramma, potrebbero davvero trovarsi senza occupazione».

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