Si fece, e volle chiamarsi, tagliente come un coltello David Robert Jones, diventando negli anni ‘60 David Bowie (bowie-knif è il coltello da caccia) e da allora riuscì a scuoiare e fare a pezzi, tritando e mescolando, interi mondi musicali, generi sessuali e teorie antropologiche, fra misteri pseudo-religiosi e utopie/distopie politiche: da Buddha a Nietzsche, dal mondo hippie a quello destroso dei dandy juppie anni 70 e 80, lui che si concesse persino il lusso di bubbole nazistoidi e hitleriane (come quando disse che “in fondo in Gran Bretagna un po’ di fascismo gioverebbe” per poi rinnegare) lui che era stato capellone biondo e poi icona spaziale dai capelli marziani rosso fuoco, e ancora Duca Bianco (The White Duke il suo pseudonimo vincente), bisessuale ma con l’ impressione, spesso, di volerla dare a bere, con nel frattempo due mogli e relativi due figli, in gloria dei futuri diritti d’autore.
Inventò la musica (i concerti) come messinscena totale, con al centro il se stesso quale personaggio teatrale, davvero L’uomo caduto sulla terra (il film con lui protagonista del 1976), ma proveniente da un pianeta che in fondo non è altro che il pianeta teatro.
Ed è a un uomo di teatro che chiediamo qualche lume su Bowie, a Pippo Delbono, un regista e attore che di trasgressioni teatrali se ne intende (spettacoli come Urlo, Dopo la battaglia, La gioia, ecc.fra Premi Ubu, David di Donatello e altri) ma che se ne intende anche di Bowie, stante il suo libro David Bowie. L’ uomo che cadde sulla terra, pubblicato nel 2016 poche settimane dopo la scomparsa dell’ artista.
Secondo lei Delbono, la figura di David Bowie è da collocarsi solo nel mondo della musica o non piuttosto in quello dello spettacolo?
«Bowie è assolutamente un uomo di spettacolo. Per lui la musica è innanzi tutto messinscena. Una messinscena sempre colorata e stordente. Fra rock e punk e il resto del mondo, ha attraversato tutti i generi, usando in fondo la musica come supporto per una globale spettacolazione di se stesso. Un artista non classificabile, David Bowie, davvero un extra-terrestre e, come si sa, gli extra-terrestri fanno paura».
Quali sono tappe, personaggi ed eventuali maestri, in questa teatralità di Bowie?
«Non dimentichiamo che Bowie, negli anni 60 quando non era neanche ventenne, ebbe sodalizio artistico e frequentazione con un personaggio come Lindsay Kemp, grande mimo, grande creatore di fantasmagorie sceniche e di interi universi poetici. Poco dopo, nel periodo a New York nei primi anni ‘70, Bowie fu assiduo frequentatore della farm di Andy Warhol, insieme al quale numerose furono le produzioni artistiche e teatrali. È il periodo del film “maledetto” Pork del 1971, dell’invenzione teatral-musicale del personaggio di Ziggy Stardust, elfo androgino e malizioso, della breve relazione di Bowie con Amanda Lear, del recital The Pistol Shot dedicato a Puškin, fino allo spettacolo The Elephant Man di cui è protagonista nel 1980, come protagonista sarà nell’82 di Baal, un testo espressionista di Bertolt Brecht. Siamo con Kemp, con Warhol, con Bowie, di fronte a icone universali, forse irripetibili».
Rispetto alla sua, Delbono, formazione artistica, ritiene vi sia qualche collegamento, qualche aggancio, rispetto al personaggio e alla vicenda di Bowie?
«Oddio, non oso creare dei collegamenti tra me e un gigante come Bowie! Chissà, forse c’è un filo segreto, forse una vena di trasgressione ma piuttosto gentile e poetica, con la tendenza a introdurre dei mondi paralleli, capaci di offrire visioni alternative delle persone, delle loro sofferenze, del mondo stesso con tutte le sue contraddizioni. Certo che David Bowie ha, in questo senso, sempre mostrato innumerevoli strade poetiche e creative, capaci di aprirsi verso nuovi mondi, nuove visioni della realtà, che poi è il compito della vera arte».
Ma davvero non c’ è nessuno, nel mondo globale della musica-spettacolo di oggi, che possa ritenersi se non erede, almeno epigono di David Bowie?
«Francamente eredi non ne vedo, e nemmeno epigoni, che poi sarebbero mediocri e pallide imitazioni».
Cosa c’è di unico, in David Bowie, nella sua opera?
«C’è sempre l’amore nelle canzoni, direi in tutte le manifestazioni, di David Bowie. Certo l’amore c’è sempre, in tutte le canzoni, anche nelle canzonette, ma in Bowie, come in tutti i “grandi” della storia, l’amore è un amore che non scappa dalla trasgressione, dalle ribellione. Un amore libero. Quindi eterno. Sacro. C’è qualcosa negli uomini di fede, come nei veri artisti come David Bowie che c’entra con l’umiltà, un saper chinare la testa di fronte ai grandi misteri della vita, che ci fanno relativizzare il fatto di essere delle rock-star, degli eroi, dei miti, attraverso il senso vero, profondo e costante del nostro essere dei fuggitivi, trasmigranti del corpo, dell’anima, del tempo, dello spazio».
















