Giusto ricordare David Bowie anche in veste mutante di star cinematografica, non foss’altro perché il suo notevole e straniante debutto è avvenuto proprio mezzo secolo fa, con L’uomo che cadde sulla Terra (1976) di Nicolas Roeg, che ha non a caso intravisto nel bellissimo romanzo di Walter Tevis l’icona inconfondibile del Duca Bianco come emblema non più rock ma ugualmente coerente dell’alieno gentile, silente e solingo. Bowie quale perfetta figura post-umana “caduta sulla Terra” diventa un’autentica ossessione del grande schermo. Comincia da quel dì ad essere richiesto in piccole parti o in veste di primo attore, aggiungendo quel tocco suggestivo, estraneo al reale e malinconico nel contempo. In un film quasi dimenticato e perciò tutto da riscoprire, Gigolò (1978), poiché diretto dall’ex protagonista di Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni e Profondo rosso (1975) di Dario Argento, David Hemmings, Bowie è nientedimeno che un ufficiale prussiano di ritorno dalla Grande Guerra e che nella Repubblica di Weimar non trova di meglio che vendersi come gigolò, duettando con Marlene Dietrich.
Con l’ex Lola de L’angelo azzurro (1939) di Josef von Sternberg l’apoteosi divistica è irresistibile, e ribadisce un principio tutto filmico del nuovo Bowie attore, parallelo al cantante, il quale davanti alla macchina da presa solitamente non si esibisce come rockstar; con deroghe autoreferenziali però importanti, da Absolute Beginners (1986) di Julian Temple, l’ex regista chiave dei Sex Pistols, con l’omonimo brano, a Zoolander (2001) di Ben Stiller sulle arcinote di Let’s Dance. Ed è anche curioso accorgersi di quanto bene Bowie riesca a condividere lo spazio interpretativo con altri colleghi del contesto musicale, da Patsy Kensit e Sade in Absolute Beginners ai Bauhaus in Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) di Tony Scott, fratello di Ridley, dove la sua magnetica ed erotica presenza dura poco ma contagia l’intero impianto postmoderno del racconto gotico contemporaneo. L’elenco di queste combinazioni in cui la sessualità marcata e latente si sposa con le sonorità sarebbe incompleto se non si citasse l’altro grande capolavoro dell’autore de L’impero dei sensi (1976), Nagisa Ōshima, il quale in Furyo, o più propriamente in originale Merry Christmas Mr. Lawrence (1983), lo affianca in coppia omoerotica con il compositore Ryūichi Sakamoto, il quale firma una colonna sonora indimenticabile, di rara intensità spirituale, emblematicamente servita da frequenze o hertz curativi che molto, assieme alla lezione del pregresso personaggio extraterrestre e nonviolento di Bowie nel classico della fantascienza adulta di Roeg, servirebbero all’odierno pianeta folleggiante, tra invasioni, violazioni a gogò del diritto internazionale e palliativi massificanti degli incassi cinematografici nostrani, festivi e festosi.
Ma l’ineffabile bellezza interiore del cantante che “cadde” sempre in piedi nel cinema è distribuita in maniera uniforme in numerosi altri titoli, che da lui prendono fulgore e sospensione mistica, tra fantasy e umorismo, caotica geopolitica e mistero poliziesco. Si parte insomma dal killer violento e paradossale di Tutto in una notte (1985), di John Landis, già regista di Animal House e The Blues Brothers, quindi incapace di spaventare senza far ridere, non scherzando sull’allora e odierna sete internazionale di petrolio; e si prosegue con Labyrinth (1986) di Jim Henson, dove il Nostro è il re degli gnomi e, mescolando l’umano con i pupazzi geniali, Tutto è possibile, come recita il sottotitolo italiano didascalico ma stavolta non fuorviate.
Di capolavoro in capolavoro la lista va avanti con L’ultima tentazione di Cristo (1987) di Martin Scorsese, in cui Bowie è il più misurato e incredulo Ponzio Pilato della storia del cinema, e con Fuoco cammina con me (1992), prequel dell’inquietante e rivoluzionaria prima stagione de I segreti di Twin Peaks (1990), per la regia più che mai sconcertante, surrealista e anti-narrativa di David Lynch, o con The Prestige (2006) di Christopher Nolan, che regala infine al cantante il ruolo dello scienziato croato, poi statunitense Nikola Tesla prestato suo malgrado alle pseudoscienze applicate.
Come si può notare, anche in questo compendio approssimativo per difetto, è impossibile non considerare la sua musica un evento filmico e ogni film interpretato un oggetto non del tutto identificato, intimamente legato alle performance canore; tanto che tra le sue opere meritevoli di un posto di rilevo storico nelle rispettive categorie figura l’esemplare Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1983), benché non incluso d’ufficio nelle filmografie. Invece questo classico del genere “rockumentary” (termine cui non occorre traduzione), girato in 16 millimetri dall’esperto Donn Alan Pennebaker, già in confidenza documentaristica al tempo con Bob Dylan (Don’t Look Back, 1967) e noto anche per Monterey Pop (1968), segna assieme a L’ultimo Valzer (1978) sempre di Scorsese l’addio ufficiale di una generazione che aveva creduto nell’agire politico collettivo e nel gioco di squadra, oggi soffocato dall’individualismo (a)social. L’annuncio di Ziggy/Bowie alla fine del concerto, quindi del film-concerto, che non ci sarà un prosieguo né del tour, né dell’esperienza di quella formazione, assume un significato epocale che ancora ci riporta all’interminato “grande freddo” del sintomatico e interminato “inverno del nostro scontento” globale.
















