L’Italia, cinematograficamente parlando, è stata provvida di occasioni per David Bowie, con il cantautore veneziano e all’epoca compositore debuttante di film, ma già eccellente, Pino Donaggio, che aveva già donato a Nicolas Roeg la partitura innovativa e diversamente paurosa di Don’t Look Now (in Italia purtroppo intitolato A Venezia… un dicembre rosso shocking). Donaggio avrebbe infatti dovuto o potuto scrivere la musica anche del successivo film del regista, L’uomo che cadde sulla Terra. Ma le loro strade si sono divise, come racconta Donaggio: «Subito dopo fece L’uomo che cadde sulla Terra con David Bowie che aveva inciso anche la musica e un paio di canzoni per il film. A Roeg non è piaciuta. Sembra non andasse bene. Così ha chiesto a un altro musicista di limitarsi a realizzare dei raccordi e degli effetti sonori, cose insomma con l’elettronica. Roeg l’ho incontrato in seguito una volta. Avevamo utilizzato come musica provvisoria quella di Don’t Look Now, se non ricordo male per Blow Out, in attesa di cambiarla. E lui è entrato in sala di montaggio e ha detto: “Ma questa è la musica del mio film” Eravamo a Los Angeles. Da allora non ci siamo più rivisti».
Ma se Donaggio salta l’appuntamento musicale per l’extraterrestre Bowie, è solo questione di tempo, perché lo ritrovi più in là in chiave western, con un ritardo di un quarto di secolo, sul set italiano de Il mio West (1998) di Giovanni Veronesi. Sua è infatti la colonna sonora per il film dove Bowie è un sicario gelido e perfido.
Ma il vero, grande appuntamento non mancato di David Bowie con il cinema d’autore in Italia c’è ed è indiretto, allusivo, nondimeno significativo. Bernardo Bertolucci nell’ultimo suo film, Io e te (2012), degno di un esordiente già pronto a riscrivere una seconda Nouvelle Vague nazionale, sceglie di inserire nel novero dei brani che si ascoltano, mescolata alle tracce stupende di Franco Piersanti, una cover dello stesso Bowie rara di Space Oddity: la particolarità sta nel fatto che a cantarla è sempre lui, ma in italiano. L’accento straniero nel testo riscritto da Mogol, è indicativo del rapporto complesso di Bertolucci con il suo Paese: destinato alla fama internazionale, pluripremiato agli Oscar per L’ultimo imperatore (1987), si sentirà sempre in una posizione di italiano a suo modo estraneo, straniero, alieno in terra propria e patria, esattamente come il cantante spaziale di Space Oddity, in quanto star. In Io e te, indipendentemente dal romanzo di partenza di Nicolò Ammanniti, Bertolucci fa coincidere con il brano di Bowie questo suo sentirsi una specie di “uomo caduto sulla Terra” tricolore. La scelta di rinunciare alla versione inglese celebre e di far ascoltare l’altra rende perfettamente la sospensione artistica, creativa, territoriale. Attraverso il Bowie italianizzato, in pratica Bertolucci si racconta autobiograficamente tra le righe: una canzone come sottotesto dice di più della pagina scelta come pretesto.
















