Si può raccontare una vita parlando di case? Nella casa c’è vita. La casa è vita. E quindi si, certo, si può raccontare la vita di un uomo attraverso le sue case. Soprattutto se l’uomo in questione è David Bowie che di stabilirsi da stanziale in una dimora non ne voleva sapere. In ogni fase della sua vita cercava rifugi. Le sue abitazioni non erano solo muri e indirizzi, ma veri microcosmi plasmati in base ai dettami dell’anima. Seguendo la mappa delle case, si ripercorre il suo percorso interiore tra fughe, disintossicazioni, amori e alter ego.
A Bromley, luogo dell’infanzia, vive con la mamma Peggy, cassiera e maschera al cinema e il padre John direttore del carcere. Tra parchi e fronti urbani che raccontano di storia e modernità, il piccolo David cerca il suo paradiso nei magazzini Medhurts, circondato da dischi e atmosfere permeate da sonorità made in USA. Ecco l’amore. L’unico amore che non lo abbandonerà mai. L’unica fonte di vita e di emozioni: la musica.
Un’ordinaria casa a schiera con due camere da letto, un soggiorno, una sala da pranzo, cucina, giardino: lì muove i primi passi la stella nascente dell’arte contemporanea.
Passano gli anni ed è in ritardo il fotografo Johnie Clamp quando, nel 1970, arriva all’appuntamento fissato a Heddon Hall per realizzare un reportage fotografico commissionato dal magazine “Jeremy”: “La casa è una follia mostruosa e sbalorditiva” dice di fronte alla maestosa villa vittoriana a sud- est di Londra dove Bowie ora vive con la prima moglie Angie. L’ingresso è sulla strada principale, la campagna sul retro. “Decadente” setting della nascita di molti album. Tanti amici condividono, in quel luogo, il suo sogno: rivoluzionare la musica. Grandi vetrate prospicenti il parco e dettagli in pietra bianca scandiscono il ritmo dei pieni e dei vuoti nelle massicce facciate in mattoni rossi. Varcata la soglia, la maestosa scalinata collega il piano terra al primo piano. “Enormi vetrate colorate. Soffitti modanati. Camini intagliati e piastrellati. Stampe liberty. Lampade Art Deco. Paraventi di William Morris” racconta ancora Clamp, descrivendo la casa di Bowie. Il cantante dipinge i soffitti con vernice argentata creando con le sue mani quel nido in cui sogno, tormento e frustrazione si alternano creando il mito.
Tra quelle mura comincia a delinearsi lo stile di Ziggy Stardust. Il primo alter ego di Bowie che nasce poi a Soho (Londra) in un modesto appartamento al terzo piano senza ascensore. Per la prima volta la musica diventa spettacolo e dibattito sociale; il cantante recita un ruolo e inizia a profilarsi la concezione di musica come opera d’arte totale. La permanenza a Haddon All coincide con la trasformazione dell’artista: la sperimentazione sonora vira dal folk al glam rock dopo il grande successo del disco Space Oddity.
Cambia la scena. Siamo nel 1976 e David, ormai consacrato nello star-system, dopo la permanenza negli USA, “fugge” a Berlino. Vuole disintossicarsi dalla fama, dal clamore e dalla droga. Alla ricerca delle sue radici europee sceglie di vivere in una casa semplice e spoglia. La città simbolo della guerra fredda, con l’“invalicabile” muro, è la culla del Duca Bianco, nuovo alter ego di Bowie: aristocratico, freddo ed elegante. Oltre il glam rock. Qui nasce la trilogia berlinese: gli album Low e Heros del 1977 e Lodger del 1979.
Ma il Duca Bianco non riesce a stare fermo. L’inquieta ricerca musicale ed esistenziale lo spinge a soggiornare per qualche tempo a Los Angeles in una casa adornata di suppellettili e arredi egizi: “Candele nere sempre accese, trattati di magia nera, iconografia nazista e l’influenza delle teorie superomistiche di Nietzsche”. Così egli stesso racconta in un’intervista rilasciata al regista Cameron Crowe e riportata in “David Bowie, l’enciclopedia” di Nicholas Peg.
E dopo una casa in Svizzera, una villa in un’isola caraibica e l’incessante evoluzione personale, Bowie si ferma. Acquista nel 1999 un appartamento Lafayette Street, tra Soho e Nolita (New York) dove vive con la sua seconda moglie Iman e la loro figlia. È la sua ultima dimora, quella definitiva. Posizionata in un palazzo ottocentesco nato come fabbrica di caramelle, l’appartamento si sviluppa come loft di 500 mq circa con tre ampie terrazze, quattro stanze e quattro bagni. Sobrio ed elegante. Mix tra stile bohemien e minimalista, la casa parla di quiete, famiglia ed equilibrio emotivo.
Minimo comune denominatore nelle case di Bowie sono gli iconici pezzi del collettivo Memphis Milano fondato da Ettore Sottsass negli anni ’80. Dalla Libreria Carlton al Casablanca Cabinet e alla Super Lamp, il cantante ritrova nei prodotti di questi designer la libertà espressiva che caratterizzava la sua stessa personalità. D’altronde, come non poteva scoccare l’amore tra Bowie e un gruppo di designer che prendevano il loro nome dal celebre brano Stuck inside a mobile with the Memphis blues again di Bob Dylan?
Architettura e design si intrecciano con la straordinaria e tormentata vita del Duca Bianco. A conferma che la stessa scienza del costruire contiene sempre l’esistenza di un uomo e la sua “scenografia”. Soprattutto quando a vivere gli spazi è un mito della modernità. Geniale e irripetibile come David Bowie.
















