Domenica 11 Gennaio 2026 | 23:39

Nella ricerca filosofica di Bowie spicca la vertigine

Nella ricerca filosofica di Bowie spicca la vertigine

 
Dorella Cianci

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Dorella Cianci

La resistenza de «L’Impero» teatro delle nostre radici

E, nella ricerca della vertigine, c’è anche l’idea della morte di dio, che non è un elemento teologico, bensì legato al vuoto di senso di vite e personaggi al collasso

Domenica 11 Gennaio 2026, 18:28

Per David Bowie non c’è una verità dietro la maschera, ma è la maschera stessa la verità! Torniamo agli anni ’70 e agli anni di Ziggy Stardust, di Aladdin Sane e del Duca Bianco: queste figure, per Bowie, non rappresentano un’identità, ma il suo superamento. E sono proprio questi gli anni in cui David Bowie attraversa una delle stagioni più intensamente appassionate alle pagine di Nietzsche, letto non tanto come un filosofo, ma come un’idea di vita da indossare. Probabilmente queste parole potrebbero far storcere il naso proprio ai filosofi, ma Bowie, con più sincerità degli accademici stessi, ha preso Zarathustra e il suo motto “l’uomo deve essere superato” e l’ha tradotto in performance, in ambiguità sessuale, in eccesso, in tratti di autodistruzione e di alienazione. I libri di Nietzsche, nelle mani di Bowie, non risentono della ricerca di stabilità, ma viaggiano in una continua ansia di metamorfosi e, infatti, come dichiarò poi negli anni ’90, «Ziggy era una via di fuga per andare nell’idea di übermensch», che non accetta l’uomo così com’è, ma lo concepisce come corda tesa fra l’animale e il superuomo.

Nella ricerca filosofica di Bowie non c’è la consolazione, spicca, al contario, la vertigine e, nella ricerca della vertigine, c’è anche l’idea della morte di dio, che non è un elemento teologico, bensì legato al vuoto di senso di vite e personaggi al collasso. Per cercare, invece, una dimensione autenticamente spirituale, occorrerebbe aprire un capitolo su David Bowie e il buddismo, attraversato non con la ritualità della conversione, ma vissuto come paesaggio interiore. Il suo tema cruciale, nella personalissima ricerca teologica del Duca Bianco, c’è il concetto di imper-manenza. Nulla resta uguale, nulla ha un’essenza stabile; come si legge nelle pagine del Dhammapada, “Tutte le cose composte sono destinate a dissolversi”. E, qui, emerge anche un profondo distacco perfino da Nietzsche, poiché, se per il filosofo era importante creare se stessi, per il buddismo non c’è nulla da creare, anzi c’è un concetto complesso di “non sé”, che mette in crisi l’idea occidentale di identità come nucleo solido.

Il Duca Bianco, per certi versi, è una figura glaciale, quasi ascetica e anestetizzata agli altri e, in quest’aspetto, è profondamente buddhista: non ci sono eroi, né tragedie, né ribellioni, ma solo un’autentica convinzione che tutto è destinato a finire e, proprio per questa ragione, va sperimentato fino in fondo e in tutte le sfaccettature. Il punto di arrivo, in tal senso, si può scorgere in Blackstar, dove Bowie mette in pratica un caposaldo della visione buddhista: bisogna fare pace con la dissoluzione e con l’idea che l’io del corpo, a un certo punto, si ritira. Il cielo? Non esiste. Dio, nella sua idea, non è un garante di senso, non è l’elemento salvifico, ma – di certo – lascia conseguenze nella storia umana.

Nel ’76, scrivendo In Word on a Wing, Bowie si rivolge a Dio in modo indiretto, pronunciando una preghiera senza convinzione e senza dogma, ma con l’esclusiva speranza, anche assurda, che qualcuno, in una dimensione lontana, stia ascoltando. E arriviamo agli anni di Station to Station, dove immagini cabalistiche vanno a comporre un mosaico religioso confuso eppure, a suo modo, coerente, con l’idea della cosiddetta “confusione sacra”, che è poi la cifra caratterizzante della riflessione del David fra gli anni ’80 e ’90. Stiamo ancora un po’ sul concetto di identità, tornando agli ’70, solo qualche anno dopo in cui Foucault scrisse: “L’uomo è un’invenzione recente… E forse prossima alla sua fine”. Anche da qui passa l’identità di Ziggy Stardust, con un corpo pieno di “contro-scrittura”, in cui è importante mostrare come “ciò che appare naturale”, in realtà è un fattore storico. Il corpo, tanto per Foucault quanto per Bowie, non è espressione di identità, ma un terreno sul quale manifestare il proprio credo nella de-stabilizzazione.

Alla morte del Duca Bianco, il cardinal Ravasi twittò, suscitando non poco stupore nel mondo cattolico, «Che l’amore di Dio sia con te». Quale amore di Dio avrebbe voluto Bowie se non l’ascolto al posto della redenzione? Non chiede comprensione né riguardo alla sua sessualità né in relazione alle sue performance; non vuole un riconoscimento morale, anzi vuole davvero rifiutare l’idea che la liberazione passi da una verità su se stessi e sulla propria identità. Diceva: «Che senso ha l’idea della confessione? Questa è già una tecnologia di potere e sorveglianza».

Diamonds Dogs del 1974 è, probabilmente, l’album più vicino al pensiero di Foucault: le città in rovina, i linguaggi spezzati, i corpi marginali, il controllo costante è una riconferma che non c’è un unico “grande fratello”, ma c’è un potere sorvegliante capillare e diffuso, che non ci opprime dall’alto, bensì pervade tanto i corpi, quanto le strade, quanto i singoli desideri personali.

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