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La vendita

Ilva, nella cordata
un gruppo italo-svizzero

Ilva, forse nella cordata un gruppo italo-svizzero

L'Ilva

di Domenico Palmiotti

TARANTO - Un gruppo italo-svizzero potrebbe far parte della cordata intenzionata ad acquisire l’Ilva dall’amministrazione straordinaria. Si tratta di un gruppo con base societaria Oltralpe, ma con attività nel mondo dell’industria. Per ora il nome è tenuto coperto per non mandare tutto all’aria, ma a questo gruppo viene attribuita capacità finanziaria tale da poter intervenire nell’Ilva. In passato alcuni suoi manager sono stati anche operatori commerciali per conto della stessa Ilva.

Un rapporto d’affari che sarebbe cominciato quando l’azienda dell’acciaio apparteneva allo Stato. Conoscono quindi l’Ilva e lo stabilimento di Taranto. Nelle scorse settimane il gruppo è stato presentato al ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, e da lì si sarebbe intavolata la trattativa. Pare che prima della pausa festiva di fine anno i rappresentanti di questo gruppo abbiano avuto un confronto al Mise con i siderurgici italiani interessati all’Ilva: Arvedi, Marcegaglia e Amenduni. Secondo lo schema sul quale si starebbe lavorando, questi ultimi potrebbero entrare nella cordata insieme al gruppo italo-svizzero e alla Cassa Depositi e Prestiti. La quale, con un ruolo di minoranza, verrebbe coinvolta nell’operazione sia come partner finanziario che per costruire l’alleanza. Potrebbe essere della partita anche la multinazionale Arcelor Mittal che già un anno fa si approcciò all’Ilva insieme a Marcegaglia. Allora sembrava che l’affare potesse concludersi. Invece le condizioni generali dell’Ilva, dai costi economici dell’Autorizzazione integrata ambientale alle incertezze derivanti dall’inchiesta giudiziaria e dai risarcimenti, alla fine allontanarono Arcelor Mittal ridimensionandone l’interesse. Ora, però, la multinazionale sarebbe tornata alla luce del decreto legge del Governo che stabilisce la cessione dell’azienda entro giugno prossimo. Secondo indiscrezioni, Arcelor Mittal metterebbe sul piatto un miliardo ma intende avere un’acciaieria non più gravata dal vincolo degli impianti sequestrati sia pure con la facoltà d’uso. E’ da fine luglio 2012, infatti, cioè da quando «esplose» l’indagine «Ambiente svenduto» condotta dalla Procura di Taranto, che tutta l’area a caldo dello stabilimento è sotto sequestro e questa situazione particolare ha sempre pesato ogni qualvolta si è parlato di cessione dell’azienda.

«Serve riportare l’Ilva al più presto nelle mani di un soggetto siderurgico che sia plurale ma basta con le cordate in cui si cerca uno che mette i soldi a cui agganciarsi per spartirsi le spoglie dell’Ilva» dice il segretario nazionale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, commentando le dichiarazioni del ministro Guidi ieri a «Repubblica» a proposito di una soluzione italiana per l’azienda. Per Bentivogli, «servono investitori che pensino al futuro dell’Ilva e non a se stessi. Bisogna cambiare passo. Sinora abbiamo visto solo fantomatiche cordate e abbiamo perso un anno dietro all’idea, demenziale, di nazionalizzazione dell’Ilva, verso la quale come Fim Cisl abbiamo sempre detto che non solo era inutile ma dannosa».

Il futuro assetto dell’Ilva si incrocia intanto sia con questioni produttive che di mercato. Esempio, chi subentrerà alla guida dell’azienda dovrà decidere in che modo continuare a produrre visto che è tornata in primo piano - su spinta del governatore pugliese Michele Emiliano che ha ripreso un’idea degli ex commissari Enrico Bondi ed Edo Ronchi - l’idea di usare il gas al posto del carbon coke e il preridotto di ferro anzichè i minerali allo scopo di abbassare ancora, rispetto agli obiettivi dell’Aia, le emissioni inquinanti. «Quel piano di Bondi e Ronchi è valido ma dobbiamo usare il gas nel ciclo così come è ora e non nei forni elettrici» commenta Bentivogli. C’è poi la caduta del mercato siderurgico. Ieri è stato diffuso il dato che le acciaierie di grandi e medie dimensioni della Cina, primo fabbricante mondiale, hanno avuto perdite per 8,18 miliardi di dollari Usa nei primi 11 mesi del 2015 mentre la produzione è diminuita del 2,2 per cento. Inoltre, 101 acciaierie che fanno capo all’associazione cinese del ferro e dell’acciaio, segnalano un calo del fatturato del 19,3 per cento rispetto all’anno precedente. E se vacilla un gigante siderurgico come la Cina, si può ben capire quale sia lo stato dell’Europa dove l’eccesso di produzione della siderurgia è ormai da tempo strutturale, come ha anche evidenziato nella sua lettera al Governo il commissario Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager. A cui, nei prossimi giorni, lo stesso Governo è chiamato a dare una risposta a proposito della contestazione sugli aiuti di Stato dati all’Ilva. Roma vuole infatti evitare che l’indagine avviata da Bruxelles sull’azienda diventi una nuova procedura d’infrazione verso l’Italia.

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