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L’Italia del post-pandemia non può fare a meno della «fortezza Europa»

Ue: Crimi, Conte sta lottando, ora è tempo di insistere

Da un lato l’Europa non è mai stata un bancomat, dall’altro noi italiani le risorse ce le sappiamo procurare da soli, se vogliamo

14 Agosto 2022

Salvatore Rossi

Rispetto all’Europa noi italiani abbiamo sempre avuto sentimenti oscillanti. Per molti anni la maggioranza di noi ha considerato la grande casa comune europea allo stesso modo in cui dei figli adolescenti considerano la casa dei genitori: si vorrebbe essere liberi di scialare come ci pare, ma poi ci si rende conto che per scialare occorrono risorse e quelle sono i genitori che ce le danno, quindi conviene tornare buoni buoni da mamma e papà, fino alla prossima ribellione. Questo modo di vedere l’Europa era ingiusto verso quest’ultima, ma anche verso noi stessi. Da un lato l’Europa non è mai stata un bancomat, dall’altro noi italiani le risorse ce le sappiamo procurare da soli, se vogliamo.

L’idea europeista moderna prese piede all’inizio del XX secolo per affermarsi, sia pure inizialmente in circoli ristretti, durante la Seconda guerra mondiale. Due italiani, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, lanciarono la visione di una futura entità statuale europea che superasse gli Stati-nazione, capaci solo di farsi guerre sanguinose, e conducesse i popoli europei verso un destino di prosperità. Era l’idea ingenua, «messianica», di creare gli Stati Uniti d’Europa, a imitazione di quelli d’America.
La graduale realizzazione di quell’idea fu incombenza di Francia e Germania, da sempre i due Paesi centrali nel disegno europeo, concepito innanzitutto per loro, per evitare che si facessero guerra di nuovo. Nei primi anni Cinquanta, dopo l’unificazione delle politiche riguardanti le due principali risorse economiche e strategiche del tempo, il carbone e l’acciaio, doveva nascere un piccolo esercito comune, cui sarebbe finalmente seguita la Comunità Politica Europea. Il progetto s’infranse nel 1954 contro l’ostilità di molti ambienti francesi a cedere sovranità in campo militare.

Allora i propugnatori dell’idea europeista (gli Adenauer, i De Gasperi, i Monnet, gli Schumann) compirono una scelta decisiva per il futuro dell’idea, una scelta al tempo stesso pragmatica e furba: quella di avanzare per la strada, più tortuosa ma meno carica di significati simbolici, dei portafogli degli europei. Sarebbero state l’economia e la finanza il terreno elettivo dell’integrazione europea, un terreno al tempo stesso pronto a essere fecondato dopo le distruzioni della guerra ma meno ingombro di riflessi identitari, rispetto agli eserciti e alla sicurezza dei confini, in popoli che fino a pochi anni prima si erano vicendevolmente scannati.

Furono creati in successione il Mercato comune europeo, la Comunità economica europea, l’Unione monetaria, l’Unione bancaria. Ma via via l’idea messianica iniziale si andò affievolendo, fin quasi a scomparire. Si affermarono negli anni pre-pandemia in alcuni Paesi e in alcune parti politiche e sociali opinioni avverse all’Europa, considerata da taluni una matrigna avara e da altri, all’opposto, una madre troppo benevola e spendacciona.
Con la pandemia le cose sono cambiate: il programma Next Generation EU (Ngeu), pensato come la reazione europea alla pandemia, una reazione forte ed equa, è risuonato come un acuto squillo di tromba a ridare fiato ai sostenitori della costruzione europea. Ora siamo in una delicata fase di passaggio.

Guardiamo al problema dal punto di vista italiano. L’entusiasmo per la bonanza dei fondi europei è un po’ scemato, anche perché si è capito che l’erogazione di quei fondi è subordinata alla effettiva e tempestiva attuazione di riforme normative in svariati campi, esattamente quelle non fatte in tutti questi anni. Il governo Draghi, un governo di emergenza nazionale con una vasta coalizione a sostegno, le aveva quasi portate a termine ma poi è caduto. Alle prossime elezioni potrebbero prevalere forze meno sensibili al tema delle riforme e più tiepide e critiche nei confronti dell’Europa, per lo meno di «questa» Europa. Ma questa è l’Europa che abbiamo, per modificare la quale occorre far coagulare il consenso di 28 Paesi, 28 governi, delle principali formazioni politiche presenti nel Parlamento Europeo. Occorrono argomenti forti e alleanze vaste, un lavorìo diplomatico incessante. È un’impresa difficile e lunga.

Nel frattempo, bisogna stare molto attenti a non buttare a mare i fondi del Ngeu, fondamentali per la ripartenza della nostra economia. Più in generale, bisogna evitare che si torni a fomentare lo scetticismo verso i vantaggi dello stare insieme nella casa comune degli europei. Nonostante tutti i difetti strutturali della costruzione e gli errori di progettazione commessi, stare insieme conviene a tutti. Non solo: il benessere collettivo in Europa è tanto maggiore e meglio distribuito quanto più ci si avvicina a una vera federazione di Stati. La stessa importanza geopolitica di un’Europa unita è ovviamente molto maggiore della somma di quelle dei singoli Stati che la compongono.

In questa fase storica molti cittadini europei sono angosciati dal futuro: dalle pandemie presenti e future, dal pericolo - non importa se reale o immaginario - di flussi incontrollati di immigrazione, dal terrorismo religioso, dalle trasformazioni che si annunciano nel lavoro di massa. Il mondo intorno a noi cambia, cambiano i rapporti di forza fra grandi potenze, imperversano guerre armate o anche solo commerciali. Quando si avverte un pericolo la tendenza è a stringersi, ad asserragliarsi. Ma farlo ciascuno nella propria stanza è un’idea peggiore che farlo insieme agli altri nella casa in cui tutti si abita. L’Europa è la casa a cui apparteniamo. Sarebbe bello poter dire che bisogna aprirsi al mondo e non chiudersi, ma non credo sia né possibile né giusto in questo frangente storico. Questi sono anni in cui bisogna difendersi. Il punto è che farlo in 400 milioni è più efficace che farlo in 60 o in 80. Quest’idea semplice va tradotta in sentimento diffuso.

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