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In Puglia e Basilicata

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Politica addio, trionfa il civismo «pigliatutto»

Politica addio, trionfa il civismo «pigliatutto»

Un po’ di numeri innanzitutto, a cominciare dall’affluenza alle urne, segno della «febbre» di cui soffre la politica, Puglia compresa

14 Giugno 2022

Bepi Martellotta

Si dice: vince il civismo. Si legge: perde la politica. Perché, a ben guardare, le amministrative che hanno sfiorato la Puglia in 50 comuni - di cui 2 capoluoghi - rappresentano l'addio dei pugliesi alle logiche della politica. La lezione che ormai riceviamo da anni è semplice: nei territori la scelta è delle liste-non liste, dei vessilli senza simboli, della destra e sinistra che pari sono (e dietro nuovi loghi si nascondono). E sappiamo che le strategie che si fanno a tavolino a Roma, calate nei territori si sparigliano nei mille rivoli del «civismo».

Un po’ di numeri innanzitutto, a cominciare dall’affluenza alle urne, segno della «febbre» di cui soffre la politica, Puglia compresa. Quelli che ai tempi di Montanelli si «turavano il naso» sono scesi, in Italia, al 54,7%. In Puglia, se ci si confronta con le elezioni di quattro anni fa nei Comuni, un altro pezzo di popolazione (circa il 5%) ha preferito rimanere a casa: questa tornata si chiude con il 61,28% di votanti a fronte del 66,52% del 2018. Un calo inesorabile in tutte le province, una disaffezione che si fa sentire - dunque - perfino nelle uniche elezioni «dirette», quelle cioè in cui la preferenza conta davvero e chi vince vive vicino casa tua, si occupa dei problemi della tua città, ti aggiusta la strada sotto casa o ristruttura la scuola dove vanno i tuoi figli. Ecco, perfino quando i simboli dei partiti spariscono, le ideologie non contano, le strategie romane incidono poco e la matita a carbone si poggia su un nome concreto – anzi, magari quello di un «cacicco» di turno che ti ha promesso qualcosa – ebbene, perfino in queste occasioni la «lontananza» dalla politica, intesa come «bene comune» delegato ad una comunità che ti rappresenti (e non ad una sola persona) sembra prevalere.

Si guardi agli unici due comuni capoluogo chiamati al voto. Taranto ha scelto senza se e senza ma la conferma del sindaco uscente, più che sfiduciato «tradito» dalla sua maggioranza e costretto a tornare alle urne contro un avversario partito debole, quel Walter Musillo che dopo aver militato per anni nel centrosinistra ed essersi perfino candidato alle regionali nelle liste di Emiliano, ha scelto di indossare la casacca della parte opposta. E i tarantini, costretti ogni giorno a combattere con i fumi dell’Ilva e con il calo dei redditi, probabilmente queste cose non te le perdonano. Soprattutto, una lezione per il centrodestra: la battaglia col centrosinistra modello Emiliano, almeno in Puglia, non la vinci usando la stessa strategia (la cooptazione dall’altro fronte) perché i tuoi elettori non la capiscono. A Barletta, invece, l'altro sindaco uscente (anche lui «tradito» più volte da una maggioranza ballerina) dovrà cimentarsi al ballottaggio con una sfida risultata più difficile del previsto. Qui la storia procede all’inverso: Cannito, area socialista e sostenuto da forze civiche nel 2018, viene «silurato» dal centrosinistra che avrebbe dovuto sostenerlo e si ritrova 4 anni dopo con Lega, FdI e Forza Italia ad affrontare il «volto nuovo» portato dal Pd e da Emiliano, Santa Scommegna. E qui, nel capoluogo della sesta provincia, una riflessione dovrebbero farla i Cinque Stelle. I quali hanno preferito al «campo largo» prospettato dal Pd, la corsa in solitario. Con risultati imbarazzanti che danno il termometro di cosa sia diventato il Movimento, quell’onda che nel 2018 esplodeva in tutta Italia portando in Parlamento oltre 300 campioni (o simboli) del «civismo» - all’insegna dell’uno vale uno – e che, quattro anni dopo, sparisce nei territori e a livello nazionale (saranno le prossime Politiche a dircelo) rischia la soglia elettorale.

Già, il campo largo. Letta ne parla in ogni dove e Conte lo decanta, consapevole che quella è l’unica ancora di salvezza per il Movimento Ma qui, in Puglia, pare che il campo largo - ben più dei partiti - lo realizzi il primo leader del «civismo», quel presidente della Regione che nel lontano 2004 sospese la toga per indossare la fascia tricolore a Bari e poi, dal 2015, regge le fila da lungomare Nazario Sauro in tutti i Comuni chiamati al voto. Sì, le alleanze, i civici, i cooptati e i candidati, le «larghe intese» e i patti con i pentastellati – fino a chiamarseli in giunta regionale – li fa lui, Michele Emiliano. E che si chiamino Melucci (col quale pure i litigi non sono mancati) o si chiamino Cannito (col quale non sono mancati i tentativi di ricucitura), poco conta. L’importante è che vinca «l’emilianesimo» in ognuno dei 257 campanili della Puglia. Dove, guarda un po’, il civismo dilaga.

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