Fin dal 2014, al vertice di Shangai sulla fiducia in Asia, Xi Jinping contestava il disordine globale e lanciava la proposta di un nuovo ordine a trazione asiatica, secondo il principio dell’Asia first: spettava agli asiatici risolvere i problemi della regione. L’idea dell’Asia al centro del mondo, protagonista del futuro (Parag Kanna) e della «civiltà delle bacchette» (Cina, Giappone, Corea del Sud e Vietnam, secondo Funabashi) era presto superata dalla proposizione del primato di Pechino. Xi si allontana dalla linea di Mao, Deng Xiaoping e Jiang Zemin, e aggiorna la storia della Cina Imperiale. Dopo l’europeizzazione del XIX secolo e l’americanizzazione del XX secolo, posiziona la Cina al centro del sistema internazionale del XXI secolo.
La sfida include geopolitica, geo-economia e nuovo mercantilismo, una dimensione tecnologica e militare, all’interno della strategia Made in China 2025. I principali dossier sono: il Canale di Panama, le rotte artiche, la diplomazia aggressiva nel Mar cinese meridionale (11 miliardi di greggio e 5000 barili di gas), le intimidazioni a Taiwan, le terre rare. Altri fronti aperti sono: le isole del Pacifico, l’Estremo Oriente, il Medio Oriente e l’Europa. Capitoli a parte sono il progetto di idroegemonia, la diga Motuo che minaccia gli stati indiani Arunachal Pradesh e Assam e il Bangladesh, e la questione dei 761miliardi titoli di stato statunitensi detenuti da Pechino.
La nuova via della Seta, SRI, inaugurata nel 2013, strumento principale di questa diplomazia, deve essere incisiva come il Piano Marshall per gli Stati Uniti. La SRI non è solo il piano globale di investimenti infrastrutturali di collegamento, utile per stipulare accordi commerciali, ma serve alla proiezione del soft power, influenzando l’opinione pubblica dei Paesi aderenti, con l’utilizzo delle tecnologie digitali e disinformazione.
In materia di dazi, Xi rivendica il successo politico dell’accordo di maggio 2025 e si propone come paladino della globalizzazione rispetto al protezionismo di Trump, seducendo gli alleati degli Stati Uniti e cercando di influenzare le regole del commercio internazionale. Il nuovo mercantilismo si manifesta nella protezione statale dei settori industriali, aiuti ai campioni nazionali (Huawei, Alibaba, Tencent, Byd), controllo della bilancia commerciale, investimenti strategici (IA, robotica, biotecnologie, veicoli elettrici, rinnovabili). Dopo le illusioni della finanza internazionale e dell’economia internazionale, la geo-economia segna il ritorno della politica.
Sul piano multilaterale, Xi agisce per convenienza: sostiene alcune istituzioni, come la Banca Mondiale e gli Accordi di Parigi sul clima, indirizza nuove organizzazioni su posizioni antioccidentali, come la Shangai Cooperation Organization, la SCO, o i Brics, che raggruppano le grandi economie emergenti. Infine, si allea con altri autoritarismi, come la Russia di Putin, quando il sistema multilaterale non fa il suo interesse, come nel gruppo 77 dell’ONU, che coordina il Sud Globale. Al fine di sfidare l’assetto onusiano, propone una convergenza della SCO con i BRICS, come organizzazioni rappresentative della maggiore porzione di popolazione mondiale e del maggiore PIL.
I principali ostacoli di questa politica ambiziosissima sono il rallentamento economico, le relazioni regionali e la storia. Dopo la crescita senza precedenti al tasso medio di 10% per oltre 30 anni, il paese registra oggi tassi di crescita al 5%, con problemi di sostenibilità, iperproduzione, invecchiamento della popolazione e disoccupazione. Una enorme bolla immobiliare, il sistema del credito bancario appesantito e la stretta fiscale annunciata per finanziare la poderosa politica di riarmo completano il quadro interno. A queste difficoltà, si aggiungono la memoria drammatica del colonialismo, europeo e giapponese, negli altri popoli asiatici, l’azione degli Stati Uniti e in futuro della Russia, che innescano meccanismi difensivi. Infine, non si è mai verificata storicamente la narrazione globale alternativa del modello cinese, illiberale ed efficace, in cui è possibile combinare la crescita economica e sociale, sostenuta e duratura, con l’assenza di democrazia,
Nonostante queste difficoltà, la Cina resisterà. La forte repressione interna e il principio too big to fail, insieme alla capacità di sopportazione e lavoro della popolazione, garantiranno la sopravvivenza. Il comunicato finale del IV plenum del Pcc del 2025 affronta i problemi, sollecitando la crescita della domanda interna, l’occupazione giovanile e i servizi pubblici, ma anche l’importanza di rafforzare il partito e la lotta alla corruzione.
La democrazia, per i prossimi anni, può attendere. Il sistema internazionale emergente è in bilico tra la ricerca di posizioni di forza e de-esclation per salvare interessi comuni. Lo scontro aspro a cui abbiamo assistito nel 2025 si concluderà con un negoziato strategico tra le parti, con la Russia di Putin nella posizione di terzo incomodo. I tempi non sono ancora maturi, ma la strada è tracciata. La tregua raggiunta dal Segretario del Tesoro Bessent e il vice premier cinese He Lifeng a Kuala Lampur ha consentito un accordo su soia, prodotti agricoli, Fentanyl, terre rare e dazi. La National security strategy 2025 derubrica la competizione con la Cina come una delle priorità, soprattutto in termini economici, criticando l’engagement di Biden. Infine, la scorsa settimana il Segretario di stato Marco Rubio e il Ministro degli esteri Wang Yi hanno usato toni distensivi e Trump ha annunciato una visita a Pechino. Non sarà una nuova Yalta, ma un accordo sulla convivenza per limitare danni reciproci, che sarebbero elevatissimi.
















