Lunedì 02 Marzo 2026 | 15:35

Attacco all'Iran, oltre il Medio oriente il nemico è la Cina

Attacco all'Iran, oltre il Medio oriente il nemico è la Cina

Attacco all'Iran, oltre il Medio oriente il nemico è la Cina

 
Carmen Lasorella

Reporter:

Carmen Lasorella

Ore di apprensione nel Golfo, tanti i pugliesi bloccati a Dubai

La guerra paventata, mentre erano ancora in corso le trattative, nello sconcerto dell’Oman -paese mediatore, ha scelto con cura il momento

Lunedì 02 Marzo 2026, 12:53

Il leone ha ruggito. Non quello che stancamente ondeggiava sulla bandiera persiana fino alla rivoluzione del 1979, gli attacchi di ritorsione lanciati dall’Iran, contro le basi americane nell’area, appaiono per quello che sono: azioni prevedibili e sostanzialmente insignificanti di fronte allo smisurato apparato bellico apprestato da Trump, su richiesta del socio Netanyahu, in una guerra illegittima («la guerra preventiva» dal diritto è considerata solo un’aggressione) oramai di fatto inevitabile, nel nome abusato della libertà, in un progetto di respiro che va oltre il disordine del Medioriente. A proposito di nomi, «Roaring Lion» è il nome dato dagli israeliani all’attacco sferrato il 28 febbraio, (il ruggito del leone) ed «Epic Fury» quello voluto dalla Casa Bianca (furia epica), su alcune centinaia di obiettivi in territorio iraniano.

La guerra paventata, mentre erano ancora in corso le trattative, nello sconcerto dell’Oman -paese mediatore, tuttavia consapevole dei margini che si restringevano con l’aumentare delle richieste degli americani, sostanzialmente disinteressati all’accordo che avrebbe fermato la guerra- ha scelto con cura il momento. Un sabato, che in Iran è il primo giorno della settimana, dopo il weekend, che comincia il giovedì. Alle nove e mezzo del mattino: i bimbi a scuola, gli adulti al lavoro, il traffico nelle strade, i mercati affollati - condizioni che moltiplicano la paura- nell’assenza di bunker dove rifugiarsi. Bunker in quantità, che hanno invece accolto la popolazione israeliana, che di sabato celebra lo shabbat, il settimo giorno della settimana ebraica dedicato al riposo e alla preghiera, al sicuro lì, piuttosto che nelle case e nelle sinagoghe. Altro dettaglio, l’attacco è stato sferrato alla vigilia dell’inizio di marzo, in cui si celebra la festa del Purim, ovvero la commemorazione della salvezza del popolo ebraico dalle minacce di sterminio dell’altica Persia. Niente lasciato al caso e naturalmente cura meticolosa della strategia di comunicazione: Trump contro il regime degli Ayatollah, che finalmente sarà rovesciato; Trump accanto alle iraniane e agli iraniani che l’hanno combattuto; Trump pronto a sostenere una svolta democratica e a graziare le Guardie della Rivoluzione, le forze armate e quelle di polizia se agevoleranno il processo avviato; Trump difensore della pace contro la minaccia dell’atomica voluta dalla teocrazia iraniana.

In Iran intanto manca la connessione e se Internet non funziona - come è accaduto per più di un anno a Gaza e in Cisgiordania, dove nel silenzio si continua a morire - le immagini restano scarse, anzi, potrebbero essere alterate con l’impiego dell’intelligenza artificiale. In più, non circola pensiero, non ci si può organizzare. La morte di 100 bambine, rimaste uccise da una bomba sganciata sulla loro scuola a Minab, nel sud dell’Iran, proprio il primo giorno, nei pochi fotogrammi delle macerie mostrate, resterà il simbolo sinistro della solita guerra senza verità. Una tragedia paradossale, in un paese, che per mesi e mesi ha visto in prima fila le donne di ogni ceto ed età nella sfida al potere, pagando un prezzo altissimo. Dunque, notizie frammentate, assenza di voci, già che manca anche la stampa internazionale, praterie a disposizione della propaganda americana e israeliana.

E le reazioni nel mondo? A cominciare dal Congresso di Washington, che questa volta ha espresso opinioni apertamente critiche anche tra le fila dei repubblicani, le reazioni alle diverse latitudini rispettano le posizioni dei vari players sul Risiko internazionale. Nonostante l’assioma che una guerra sia sempre una grande operazione di distrazione di massa, utile a cementare il consenso intorno ai leader, negli States – a differenza di Israele, dove Netanyahu ha cementato il suo gradimento - circola insofferenza. Dinanzi ad una situazione economica interna sempre più pesante, si temono le conseguenze dell’impegno di Trump sullo scenario mediorientale: più inflazione, meno scambi, più rischi per la sicurezza degli americani, in assenza di pericoli imminenti. Inoltre, la mancata consultazione del Congresso ha accresciuto l’evidenza del precario equilibrio dei poteri, emerso anche dalla recente pronuncia della Corte Suprema in tema di dazi. Va tenuto presente, che la base MAGA, soprattutto quella più radicale, aveva votato Trump, credendo nella sua promessa di uscire dagli scenari di crisi internazionali per concentrarsi sulle questioni interne, che potessero fare (Make) America Great Again. Le necessità della geopolitica, studiata dalla Casa Bianca e le ragioni degli affari in quell’elettorato non fanno breccia. (Torneremo sul punto). Intanto, esplicita la condanna delle Nazioni Unite, per bocca del Segretario Generale, Gutteres, che paventando il rischio di «una catena di eventi incontrollabili», ha subito convocato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Preoccupazione espressa dall’Europa, che lascia però da parte il giudizio di merito sull’operazione congiunta sotto le bandiere israeliane e americane, mantenendo il focus sul rischio bomba nucleare Iran, peraltro al momento inesistente. Cauti anche i cosiddetti paesi volenterosi, Germania, Francia e Regno Unito, a differenza della Spagna, che ha condannato la guerra. Assente dal coro europeo, l’Italia. Nell’insieme, una situazione che appare imbarazzata.

Non sono poche le similitudini con l’imperialismo russo e con l’aggressione decisa da Putin, altrettanto illegittima, all’Ucraina, benché il regime change auspicato dallo zar per convenienza ai danni di Zelensky non sia paragonabile all’Iran, guidato dal regime feroce degli Ayatolla, indicato come obiettivo da Trump. Allora? I paesi arabi dell’area, dalla Saudia al Bahrein, al momento sotto i bombardamenti iraniani che colpiscono le basi americane che loro ospitano, restano compatti contro il regime di Teheran. Certo, hanno il problema di salvare la faccia dinanzi ad un attacco che colpisce il mondo musulmano a beneficio dell’Occidente, ma la divisione tra sunniti e sciiti sembra valere meno dei vantaggi legati agli accordi di Abramo, sottoscritti con l’America di Trump e confermati da Israele. Almeno fin qui. Le tensioni in corso ad Est dell’Iran, tra il Pakistan e i Talebani, peraltro, non promettono niente di buono, mentre gli Houthi dello Yemen sarebbero già in allerta dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, deciso da Teheran sulle rotte strategiche del petrolio, delle armi e di ogni possibile commercio est-ovest o viceversa.

Non sono state lasciate per ultime -a caso-la dura condanna russa e la ferma reazione cinese, che vuole l’immediata cessazione delle ostilità. Insolitamente, i toni di Pechino sono aspri. Lo è anche la denuncia delle violazioni del diritto internazionale, con riferimento soprattutto all’uccisione della Guida Suprema, Alì Khamenei, perito con alcuni familiari nel bardamento del suo compound. Proviamo a ragionare. Seguendo il filo di possibili analisi, gli strateghi della Casa Bianca avrebbero immaginato di favorire una soluzione di comodo a Teheran, che avrebbe poco a che fare con la democrazia. Magari portando al potere l’erede di Palhevi, sul cui conto girano notizie particolari o addirittura una donna, Maryam Rajavi, la capa dei Mojahedin, un’integralista con tanto di velo in testa. A seguire, si arriverebbe, alla frammentazione del Paese troppo grande per essere controllato. Dunque uno spezzatino con fantocci di riferimento, conquistando anche i favori delle etnie locali. In Medioriente, si creerebbe così un contesto più stabile a egemonia israeliana, con il supporto dei paesi arabi sunniti. Trump avrebbe le mani più libere nel confronto diretto con la Cina, oramai privata del supporto energetico e strategico dell’Iran e dei suoi «proxi» (Houthi, Hezbollah, Hamas, cui si potrebbe aggiungere il Pakistan). Del resto, l’Amministrazione americana non ha smontato in poche ore il regime di Maduro, sbattendolo in una prigione americana? Maduro, amico di Teheran e soprattutto di Pechino. Poi ha allungato le mani sulle risorse petrolifere venezuelane, come intenderebbe fare sui pozzi ricchissimi dell’ex-impero persiano. Se così fosse il calcolo dovrebbe passare alla verifica, mentre è già certa la resistenza del popolo iraniano, capace di soffrire per la propria libertà. Un popolo colto, dignitoso mai domo. E mai sotto il tacco di dominatori stranieri.

Ma i proxi, soprattutto il Pakistan che dispone della bomba atomica, sarebbero così facili da mettere sotto tutela? E il caos, che sta già travolgendo il Medioriente? Le pagine da scrivere saranno ancora molte, anche perché -in aggiunta- la Russia di Putin ha dimostrato di saper interpretare a meraviglia l’ipocrisia occidentale.

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