Tra meno di un mese si vota. La cosa più triste, tenuto conto del trucco politico di oggi, è che saranno i nostri figli e i nostri nipoti a pagarne le conseguenze. Il «premio» sarà verosimilmente una giustizia di regime. Ciò accadrà quando saranno approvate, a colpi di votazioni di fiducia, leggi attuative che metteranno i PM sotto le ali del potere esecutivo. Insomma, con una simile e improvvida idea si sta compromettendo uno dei modelli teorici al mondo di maggiore indipendenza della magistratura. Lo si sta modificando, con un tempismo assurdo e a colpi di maggioranza parlamentare. E dire che per separare le carriere sarebbe bastata una legge ordinaria, senza toccare la Costituzione (Vassalli e Onida docent).
L’imbroglio giuridico-letterale è tutto rivolto alla Nazione, chiamata al voto referendario. Il lessico pubblico è di fondamentale importanza per produrre consapevolezza popolare, specie quando si gioca sulla loro pelle nel garantire loro il rispetto dei diritti. Si sta facendo passare per «riforma della Giustizia» una «revisione costituzionale», da perfezionarsi in applicazione dell’art. 138 della Costituzione. La riforma della Giustizia, quella che politicamente conta, avverrà eventualmente dopo, attraverso provvedimenti attuativi che: se leggi, non necessiteranno di procedure particolari e maggioranze assolute dei componenti di ciascuna delle Camere; se provvedimenti regolamentari e amministrativi, saranno perfezionati con fantasiosa sottomissione della burocrazia ministeriale. Con le maggioranze di cui gode il Governo (che annovera Nordio come ministro della (in)giustizia), e che verosimilmente troverà conferma dopo le elezioni del 2027 per abbandono dell’avversario, si potrà scrivere ciò che si vuole per fidelizzare i pm. Questa è la «minaccia» che si respira nell’aria.
La vera riforma della Giustizia è ben altra cosa. È ciò che cittadini, avvocati, giudici e imprese desiderano: processi celeri e giustizia certa. Questo nel medio termine, con una grande cura assicurata nel frattempo, attraverso terapie efficaci e non misure di carattere emergenziale tali da porre i giudizi in mani improvvide.
Dunque, far passare la modifica di sette articoli della Costituzione come «riforma della giustizia» equivale alla trama di un bel film La stangata. Si falsifica il linguaggio per assestare un colpo acuto alla democrazia, alla patria del diritto e alle tutele volute dai Padri costituenti attraverso il bilanciamento dei poteri. Tutto ciò accade per conquistare l’esito referendario favorevole. Di contro si spera perché il linguaggio politico non prevalga su quello giuridico-istituzionale.
Riforma della Giustizia è forse stravolgere il Csm, separare le carriere e regolare i poteri disciplinari affidandoli a una Alta Corte? Affatto. Ciò che si sta facendo è tecnicamente una revisione costituzionale, modificativa di sette articoli della Costituzione, preparatoria di una vera aggressione all’autonomia dei giudici.
La vera «riforma della giustizia», in senso operativo (processi, organizzazione degli uffici, procedura civile e penale, ecc.), avviene, lo si sa, con leggi ordinarie, specie di delega produttive di decreti legislativi, ma – ben inteso - contenenti norme dal contenuto rigoroso e dall’effetto concreto. Le norme costituzionali sono cornici atte a ospitare leggi attuative con cui il Parlamento futuro avrà margine nel definire i dettagli, con un indirizzo concreto che dipenderà dalle maggioranze politiche del momento. Ma non basterà: per una Giustizia che sia davvero tale servirà un consenso allargato, assicurato quantomeno dall’astensione delle minoranze. Altrimenti si combineranno guai al Paese e alla Nazione, invisi anche all’UE. Il rischio è notevole. Basta osservare ciò che sta arrivando al traguardo con la «Riforma della Corte dei conti»: una legge delega dalla ratio maleodorante, un provvedimento privo di reale ragione pubblica, se non quella di esonerare la politica dai controlli. Tutto questo perché la politica potrà fare quindi ciò che vuole, con la magistratura contabile espulsa dal campo di gioco, senza neppure una sensibile opposizione urlata dagli spalti ove trovano posto quelli divenuti «ospiti» in Parlamento.
















