Lunedì 02 Marzo 2026 | 16:08

La città vecchia di Taranto non è un quartiere e basta: serve una modernità rispettosa

La città vecchia di Taranto non è un quartiere e basta: serve una modernità rispettosa

La città vecchia di Taranto non è un quartiere e basta: serve una modernità rispettosa

 
Giuseppe Fanelli

Reporter:

Giuseppe Fanelli

Taranto vecchia

Città Vecchia non è un «quartiere» come gli altri: è un organismo, un palinsesto. Ha avuto la sorte – e insieme la responsabilità – di essere stata letta per decenni con l’occhio della necessità (l’emergenza, l’igiene, la sicurezza, la viabilità) più che con l’occhio della città

Lunedì 02 Marzo 2026, 13:52

Città Vecchia non è un «quartiere» come gli altri: è un organismo, un palinsesto. Ha avuto la sorte – e insieme la responsabilità – di essere stata letta per decenni con l’occhio della necessità (l’emergenza, l’igiene, la sicurezza, la viabilità) più che con l’occhio della città (la forma, la vita, la continuità, l’anima). Eppure l’urbanistica, quando è vera, nasce proprio dove la necessità rischia di diventare un alibi: nasce nel punto in cui la tecnica si fa cura, e la cura non amputazione.

Se ripercorro la storia urbanistica dell’Isola di Taranto, vedo un movimento ondoso: fasi di attenzione alta e fasi di abbandono; momenti in cui la città riconosce la propria origine e momenti in cui la teme, la semplifica, la sostituisce. Blandino, in questo scenario, non è un bersaglio: è una soglia. Il suo lavoro – eccellente per rigore e tensione civile – appartiene a quella stagione italiana in cui il centro storico non era “scenografia” ma questione urbana e sociale, e in cui si tentava di riconciliare tutela e vita, forma e funzione, memoria e trasformazione. Quella stagione, però, chiedeva un’energia attuativa e una capacità di governo della complessità (proprietà frammentate, economie deboli, manutenzione impossibile, rischio strutturale diffuso) che nel tempo si è sfilacciata. Non è colpa di un piano, né merito di una sola decisione: è la somma di inerzie, di cicli urbani, di una città che ha progressivamente spostato altrove il proprio baricentro.

Oggi Città Vecchia torna al centro perché la realtà ha prodotto la sua forma più brutale: i vuoti. I «crateri» non sono solo assenze edilizie; sono interruzioni di continuità urbana, punti di collasso della fiducia, ferite nella percezione collettiva. E qui scatta una tentazione ricorrente nella storia delle città: usare il vuoto come scorciatoia funzionale. È la logica che Le Corbusier, secondo i principi dell’architettura moderna e del funzionalismo, ha portato all’estremo, privilegiando la semplificazione, la liberazione del suolo, l’efficienza dei flussi. Ma la città storica mediterranea non è un problema di scorrimento: è un problema di prossimità. Non è una macchina; è un tessuto nervoso. Se la trattiamo come infrastruttura, la perdiamo. Se la trattiamo come reliquia, la imbalsamiamo.

L’Italia, per fortuna, ha costruito una cultura del restauro e dell’urbanistica che può guidarci senza nostalgia. Cesare Brandi ci ha insegnato che l'intervento deve essere reversibile, riconoscibile, compatibile, limitato al minimo indispensabile e, se necessario, attuato sulla materia per salvaguardare l'immagine. Deve rispettare sia l'istanza storica (testimonianza del tempo) che quella estetica (il concetto artistico), privilegiando quest'ultima quando necessario. Aldo Rossi ha riportato la città al suo fondamento: la permanenza, la memoria, i «fatti urbani» che resistono perché contengono significato, non perché sono comodi. Saverio Muratori e la scuola tipologica hanno insegnato a leggere la forma come genealogia: prima di progettare bisogna capire che cosa la città è stata, e perché. Cervellati – con l’esperienza di Bologna – ha mostrato che il recupero del centro storico non è un’operazione edilizia, ma un patto sociale: abitare, servizi, manutenzione, equità, regole.

Se mettiamo insieme queste lezioni, allora la questione «parcheggi sì o no nei vuoti» diventa inevitabilmente troppo piccola. La vera domanda riguarda la vita che vogliamo rendere possibile qui. La residenza non ritorna per decreto, ma attraverso condizioni concrete: sicurezza strutturale, accessibilità intelligente, servizi minimi, economia di vicinato, qualità dello spazio pubblico, manutenzione programmata, certezza delle regole.

Il futuro dell’Isola non richiede rotture ideologiche, ma un aggiornamento di intelligenza. Accettare, dove necessario, innesti contemporanei riconoscibili e misurati; ripensare la mobilità non contro i residenti, ma a loro favore; immaginare un’accessibilità che non neghi l’automobile, ma le sottragga il diritto di determinare la forma urbana. La sosta può esistere come servizio, non come destino. Il cuore dell’Isola deve tornare ad appartenere al passo umano, alla logica minuta, alla continuità dell’abitare.

E poi vi è il tema più sottile, quello che spesso sfugge ai piani: l’anima. L’anima non è retorica. È la somma di spessori, di ombre, di soglie, di materia e luce, di quella continuità tra interno ed esterno che costituisce la cifra profonda del Mediterraneo. Se perdiamo questa qualità, possiamo riqualificare tutto e non salvare nulla.

Il punto non è formulare posizioni contro qualcuno né inseguire slogan rassicuranti. Il punto è comprendere quale idea di città stiamo costruendo attraverso decisioni che appaiono tecniche ma che incidono sulla forma profonda dell’abitare.

Io, da tarantino e da ingegnere umanista, non chiedo una rivoluzione che cancelli la memoria. Chiedo una modernità rispettosa, capace di riconoscere la natura storica dell’organismo urbano e di inventare condizioni di vita nuove senza violentarne la materia. In fondo è questo il punto: non scegliere tra conservare e cambiare, ma cambiare per conservare ciò che conta davvero – la possibilità, per le famiglie, di tornare nei vicoli non come ospiti del passato, ma come cittadini del presente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)